domenica 13 novembre 2011

VI GIURO CHE È L'ULTIMA - PER ORA

La punta del chiodo si è allungata, è diventata un trapano e mi ha trapassato il cervello, là dove ha sede la memoria. Mi è venuto su un ricordo, che ho un pochino trasformato con la mia fantasia per vizio congenito di poeta, di narratore, di chiacchierone, fate voi, scegliete voi, a me va bene tutto.
La dedico ai miei amici e lettori più assidui e agguerriti.
Buona lettura.


SI CHIAMA, SI CHIAMAVA GIULIA

Una serata di quelle dove non trovi palo
e non s'è battuto chiodo per tutta la settimana;
piove, fa freddo, mi toccherà tirar mattina
finché c'è benzina girando per tutte le strade
di questa città che non ha mai fine
e all'alba per rabbia una marchetta da cinque
mila lire, e son rimaste le ultime tre marlboro
nel pacchetto e una gran voglia di spaccare tutto.
A una fermata dell'ATAC sotto un ombrello giallo
aspetta un autobus che la riporti al centro, o all'inferno.
Belle gambe, slanciate, vita stretta, deve essere
giovane, stava di sguincio, seminascosta dietro
il cartellone degli orari delle corse e per un pelo
la mancavo, per questo ho frenato troppo lungo,
ma adesso giro nella piazzetta e torno indietro.
"Che fai lì sotto l'acqua? Non passa più
stanotte. Sali, ti do uno strappo". Si gira,
mi mostra il suo bel culo, si vede bene sotto
il cappottino attillato, e lei lo sa.
"Dai, monta ché fa freddo".
"Guarda che vado lontano". Apro la portiera,
allungando un braccio. "Guarda che sto
a Forte Boccea". Mi sto bagnando la mano
ma resto lì tutto storto. Chiude l'ombrello
e entra. Ha un buon profumo e una gran
bella bocca. Gli occhi due lampi neri.
Se incominciava così come potevi pensare
che sarebbe durata otto anni? Si chiama,
si chiamava Giulia e quasi ci facevo un figlio.
La prima notte non è andata a Forte Boccea,
al Tiburtino avevo un miniappartamento,
niente vasca da bagno, solo doccia,
ma grande da starci dentro in due
di prima mattina, dopo che si è svegliata.
"Che ora è?" Dentro un unico accappatoio
tutti e due a girare per il cucinino per preparare
la colazione e poi per mangiarla, appiccicati
lungo tutto un fianco che è diventato bollente.
"Alle otto devo stare in ufficio a Prima Porta"
"E dove?" "Proprio lì dove mi hai rimorchiata".
Quasi otto anni interi e quasi un figlio, in una
casa più grande a Porta Maggiore.
Si chiama, si chiamava Giulia.
Se n'è andata una mattina senza lasciarmi
nemmeno due righe, ma oramai
non aspettavo altro:
litigavamo ogni giorno.

giovedì 10 novembre 2011

ANCORA UNA POESIA

Venerdì 4 novembre ho postato tre poesie; domenica 6 novembre ne ho postate due; oggi posto una sola poesia. Mi rendo conto di avere costruito una piramide capovolta, un antico simbolo esoterico, senza averne nessuna competenza né tanto meno voglia.
Lo chiamerò pertanto cubo appuntito, oppure estremità di un chiodo; tedescamente parlando Spitze, cioè punta, che però nel comune gergo ha un significato di "cosa eccellente, che piace".
Non so se piacerà, ma questo è un problema che nessun poeta si è mai posto. Cose che escono dall'anima possono suscitare sensazioni, positive o negative, e basta.

ARRIVERÒ TARDI

Perderò tempo ad ascoltare le chiacchiere
della gente adunata nella strada,
a cercare in qualche modo di trascrivere
nei miei appunti gli ultimi minuti;
a guardare negli occhi quelli che saranno venuti,
a tentare di leggerci dentro i pensieri,
quelli veri, non le sciocche parole che scriveranno
nel librone aperto all'ingresso.
Passerò di gruppo in gruppo e di sicuro
mi perderò qualche battuta importante,
qualche sguardo obliquo
di quelli che fanno sempre i conti delle spese
per i fiori, per gli addobbi e tutto il resto.
Mi intrigherò un po' in tutta quell'onda
di pensieri nascosti, di sussurri, di giaculatorie
e lacrime di circostanza, di profumi e deodoranti
già rancidi di sudore dopo un po'.
Arriverò tardi al mio funerale,
vedrai che sarò l'ultimo a entrare in chiesa.

domenica 6 novembre 2011

ANCORA UNA BREVE PAUSA DI POESIA


DICONO DI ME


Dicono di me che cammino
sospeso un metro sopra il suolo,
a testa in giù
come una figura del ramino,
casuale viandante di un pianeta parallelo.
Dicono che vivo pensando
a mille cose contemporaneamente
e non ricordo mai quello
che ho pensato un minuto prima.
Però è bello vivere così,
sono pieno di sorprese e mi
sorprendo sempre, ogni giorno,
da mattino a sera.
Dicono che rendo infelici gli altri;
dicono che sono inaffidabile. Sento sempre
questo aggettivo svolazzarmi accanto
quando parlano di me.
Ignoro il significato di questa parola,
ma non me lo spiegate per favore
ché non lo voglio sapere,
e preferisco vivere inaffidabilmente
scorrazzando nel vento.



IO NON TI ASPETTERÒ


Io non ti aspetterò.
Attraverso gli alberi dalle finestre
di questa casa incomincio
a rivedere l'autostrada,
quindi sta arrivando l'inverno.
Inaridisce il bosco là dove giocavamo
insieme quando ancora eri piccolo
(sei mai stato piccolo? sono
mai stato giovane?);
già non saltellano più i passeri sul pavimento
ghiacciato del nostro balcone;
già sembra che mai sia esistito
un raggio di sole a bagnare le nostre vite;
tutto diventa trasparente e opaco il tempo
trascorso mano nella mano.
Io non ti aspetterò,
ora che te ne sei andato senza
voltarti indietro.
Noi ce ne restiamo qui, da soli
tua madre e io, in questa
casa vuota.

venerdì 4 novembre 2011

LE MIE ULTIME TRE POESIE PER ORA

PAUSA POETICA TRA "PROVE DI ROMANZO"



BREVE INCONTRO


Sta ferma sul marciapiedi come qualcuno
che aspetta, e sta aspettando me
da quaranta anni, mi dice,
e ride e ride come rideva una volta.
Sembra, ma non è: allora ti sparava
denti meraviglia in faccia
adesso si vede che la metà
di sopra è una protesi;
sotto sono consumati dagli anni,
dalla nicotina, da tutto.
Mi parla, mi fa cento domande.
Una ricorre come una litania:
Come mi trovi? Come ti sembro? Sono
cambiata? Sono diversa? Come sono?
Se ti ho riconosciuta vuol dire
che non sei tanto cambiata.
I suoi occhi mi hanno trovato nel mucchio.
Ecco, volevo dirti che i tuoi occhi
guizzano nel buio come lampi.
Di sicuro solo gli occhi,
il resto una pietosa bugia.
Mi chiedo che fine abbia fatto
il profumo della sua pelle;
mi chiedo se ci farei ancora un giro
dentro un letto, e so già
la risposta: "hai sbagliato treno, amico mio,
scendi alla prossima".
Ma poi soltanto un giro abbiamo fatto in quel letto,
una sola volta e per questo non ce lo siamo
più dimenticato quel giro corto e stretto,
il giorno che le pareti diventarono di cristallo
e arrivarono fino al cielo prima di esplodere.
Ci scambiamo i cellulari,
lei segna il suo numero sul mio,
lo stesso faccio sul suo, per cortesia.
Non la chiamerò mai
e sono certo che lei l'abbia capito;
certe cose le donne le sanno sempre
per prime.




BISOGNO DI ASSOLUTO


Ho bisogno, maledetto bisogno
di assoluto, non mi fermo
mai ai suoi confini, vado oltre e poi ancora oltre,
perché in mezzo, più in mezzo, in fondo, più in fondo,
in alto, più in alto, non so
c'è l'eterno assoluto, il momento perfetto
che ferma l'ora dell'Universo.
Mi ci distruggo l'anima e la testa
rincorrendo questo traguardo
che non arriva mai.




NEL MIO SOGNO DEL MATTINO


Qualche volta lo incontro
nel mio sonno del mattino:
è buio il cielo, ma da lontano
io lo riconosco mentre
che si allontana ogni volta da me
come colui che sfugge.
È sempre buio il cielo, ma di lui
tutto distinguo: i suoi capelli
con la riga ben tirata nel mezzo,
le sue dita lunghe,
le scarpe di coppale
delle serate di festa grande,
il suo incedere lento, un po' goffo
per via dei pantaloni
che porta sempre troppo bassi in vita
con i risvolti che gli
vanno a finir sotto le scarpe.
Non succede mai niente di diverso quando
lo incontro nel mio sonno del mattino:
si allontana da me, arriva al buio
del fondo e prima
di infilarcisi dentro
si volta, apre la bocca come
per parlare, poi la richiude e scompare.
Anche questa volta mio padre
se n'è andato senza dirmi niente.

martedì 1 novembre 2011

PROVA DI ROMANZO 2

Da pagina 53 del Word di "RIMASTI A SUAREZ"


Cominciava fortemente a dubitare che quell'intruglio di sentimenti che nutriva per le due donne fosse amore. Da un po' di tempo l'amore coniugale e l'amor paterno equivalevano nella sua mente a concetti un po' confusi, a curiosi sillogismi popolari: il padre ama i figli, il marito ama la moglie; tu sei padre quindi ami tua figlia, sei marito quindi ami tua moglie. Così deve essere e basta.
Somigliavano un po' agli argomenti che usava sua nonna, la cattolicissima madre di sua madre, quando lo trascinava in chiesa per il catechismo.
"Tu non sei un maomettano miscredente, un giaurre moro, sei un veneziano bianco: i veneziani sono cristiani, vanno in chiesa a pregare Dio e lo amano, e tu quindi vieni in chiesa a pregare Dio onnipotente".
Così doveva essere insomma. Importava solo conservare le buone e sante tradizioni: rispettare gli anziani, amare e proteggere la sposa, amare e proteggere i figli. E quando si inizia ad amare i figli? Da quando li si concepisce, certamente, vuoi mettere che cosa significa un concepimento consapevole? Ma se lui con Elena era sempre stato attento a non metterla incinta usando tutti i metodi che conosceva, Ogino Knaus, temperatura basale, coitus interruptus e acrobazie del genere!
Non aveva amato Sofia fin dal concepimento, questo era un fatto, e nemmeno da quando aveva saputo che Elena era gravida, e neanche da quando gliel'avevano messa in braccio, appena un paio d'ore dopo che era nata, perché anzi quella volta c'era rimasto proprio male e aveva anche provato rabbia. C'era rimasto male a tenere in braccio quello sgorbietto rosso e pelato che somigliava tutto a sua suocera; rabbia l'aveva provata per via del cognome che portava scritto su un braccialetto di plastica e che era Manin, il cognome da ragazza di Elena e non il suo.
"Chi cerca scusi?"
"Mia figlia, è nata un'ora fa circa"
"Com'è il cognome?"
"Malavasi"
L'infermiera che legge su ogni strisciolina di plastica che hanno al braccio le sei o sette creaturine distese su un banco, l'infermiera che torna indietro scuotendo la testa.
"Malavasi non c'è"
"Ma cosa dice! Ho visto mia moglie due minuti fa e il pancione non c'è più, mia figlia deve essere qui"
"Ma come si chiamava sua moglie da ragazza?"
"Manin, ma che c'entra questo?"
"Qui noi chiediamo solo il nome da ragazza"
L'infermiera che riprende a cercare, l'infermiera che torna con un fagotto.
"Ecco Manin"
Ah, questa poi!
Forse più tardi, passati un paio di anni, quando Sofia era diventata una cosetta graziosa, capace di pensare e di fare garbati discorsetti che lo mettevano di buon umore, può darsi pure che quella volta avesse incominciato ad amarla. Eppure non ne era sicuro. Ai bambini si vuole sempre bene, fanno tutti un po' pena e un po' rabbia, sono divertenti e noiosi con le loro domande.
"Mi vuoi bene, papà? Sì. Quanto? Tanto. Tanto quanto, fammi vedere. Tanto così", allargando le braccia e rendendola felice e tranquilla fino al prossimo assalto.
E poi l'orgoglio di maschio appagato nel vederla fiorire e diventare donna, e poi l'ansia di non vederla ancora rientrare a casa a tarda sera, e poi il dispetto di capire di non essere più l'unico uomo della sua vita, tutte sensazioni reali che aveva sentito sulla pelle e forse anche sotto la pelle, ma l'amor paterno dove se ne stava acquattato? Non poteva essere tutto lì, in quelle scorie di vita di tutti i giorni che a malapena gli procuravano fastidio o gioia, in quei fatterelli banali, che una volta passate un paio d'ore non ricordava più. Lui aveva sempre pensato che l'amor paterno fosse un sentimento in grado di cambiare l'esistenza di un uomo, come dicevano tutti; a lui però non aveva cambiato un bel niente.
Non era una questione di pelle, non era una questione di anima, ma una fredda realtà: hai una figlia da mantenere e la mantieni. Accettato. Ti darà più noie che piaceri. Accettato. Un giorno se ne andrà con un altro. Accettato. Forse è proprio questo l'amor paterno: accettare tutto quello che viene, senza fiatare, perché tua figlia non ha colpa di niente, al mondo l'hai messa tu con un atto di egoismo e di piacere incosciente.

Per quel che riguardava l'amore coniugale Jacopo aveva idee un poco più chiare. Era in grado di stabilire almeno quando era incominciato, molto tempo prima del matrimonio, una sera a casa di amici. Elena, con indosso un vestitino attillato qua e là, trasparente qua e là, se ne stava seduta in un modo in cui le gambe accavallate non lasciavano vedere niente, ma facevano intuire tutto. Allora era iniziata la sua eccitazione e il desiderio di entrare in quel corpo che lei offriva e rifiutava ogni momento; entrarci comunque, da qualunque parte gli fosse stato possibile.
La prima volta che erano rimasti soli nella sua macchina, con Elena che tirava fuori le unghie per tenerlo a bada, le aveva lacerato gonna, sottoveste e mutande senza nemmeno pronunciare una parola. Aveva desistito solo quando lei si era messa a urlare. L'aveva lasciata alla prima fermata d'autobus e se ne era andato sicuro che lei non lo avrebbe più guardato in faccia.
Invece due giorni dopo aveva bussato alla porta della sua officina. Indossava un paio di pantaloni azzurri molto attillati e una giacca di panno blu scuro su un golfino bianco. Jacopo aveva preparato un caffè e tirato fuori un pacco di biscotti. Lei ne aveva sbocconcellato uno e dato due sorsate al suo caffè. Si era messa a girare in silenzio sbirciando in ogni angolo della sua officina-atelier. Si era fermata davanti a un banco dove c'era dell'argilla grigia appena iniziata a lavorare. Se ne era dimenticato. Era andato subito a coprire il suo lavoro incominciato con un panno umido perché non seccasse diventando inutilizzabile.
-Dove sono le tue sculture finite? Aveva chiesto Elena.
-Non sono uno scultore, l'argilla mi serve per fare i modellini di orologi che sto costruendo.
-A casa di Roberto ho visto una testa di satiro in terra cotta smaltata. Mi ha detto che l'hai fatta tu.
-Sono cosette che faccio per me e per gli amici, niente di speciale.
-Mi ha fatto anche vedere due mani giunte in preghiera di legno, bellissime.
-Lavoro il legno da mane a sera per gli orologi ad acqua. Mi piace toccare il legno, è il materiale che sento di più, e lo intaglio volentieri, ma senza pretese artistiche.
-Perché non provi a farmi un busto con quella? Disse, indicando l'argilla che aveva appena coperta.
-Solo se te lo fai fare nuda.
-Mi devo spogliare per un busto? Aveva chiesto lei con un sorrisetto sarcastico sulle labbra.
-Ti faccio distesa, per intero.
-E dove mi sdraio, per terra?
-Su questo letto.
Aveva tirato una tenda e messo in mostra un lettino che teneva sempre pronto per schiacciare un buon pisolino quando era stanco, oppure per quando faceva troppo tardi alla sera per tornarsene a casa. Per fortuna le lenzuola le aveva appena cambiate, come pure la federa del cuscino, e la coperta era nuova.
L'aveva lasciata lì in piedi apparentemente assai perplessa, ed era andato nella stanza dei materiali a prendere due sacchi di argilla color ocra da dieci chili l'uno, sicuro che non si sarebbe mai spogliata. Quando era ritornato Elena si era già tolta le scarpe, la giacca, i pantaloni e il golfino e stava sfilandosi la calzamaglia nera. Si tolse anche il reggiseno, ma non le mutande, rimanendo in piedi a guardarlo mentre proteggeva il seno con le braccia.
-Distenditi sul lettino a pancia in giù.
Appena lei fu distesa le andò accanto e le sfilò le mutande con delicatezza.
-Lascia il braccio destro abbandonato fino a toccare con la mano il pavimento, ecco, così va bene. Adesso guardami e non ti muovere.
Jacopo aveva rapidamente rotto i contenitori di plastica, riversato sopra un piano metallico di lavoro l'argilla e iniziato subito a impastarla e tagliarla dandole una forma grossolana. Immediatamente dopo aveva con le mani, aiutandosi con una spatola, modellato un corpo disteso a bocca sotto.
Si pulì le mani e prese da un armadio una coperta di lana coprendo la modella, perché gli era sembrato che avesse i brividi. Teneva una stufa ad olio accesa, ma poteva darsi le fosse venuto freddo a starsene nuda e immobile tutto quel tempo. Bevve una tazza di caffè e si avvicinò al lettino. Elena lo guardava in silenzio.
Le vide come un lampo negli occhi, forse di ironia o di curiosità, ma poteva anche essersi eccitata a starsene nuda sotto una morbida coperta di lana mentre lui la guardava. Non perse tempo a chiederselo. Si spogliò velocissimo e si infilò sotto la coperta accanto e lei. La donna si voltò su un fianco, e di colpo il calore che il corpo di lei emanava gli avvolse i lombi. Sollevò la coperta e le cercò il pube con gli occhi, annusando voracemente a narici spalancate l'odore di femmina eccitata che ne saliva. Elena lo aveva afferrato al bacino e tentava di infilargli una coscia sotto il corpo attirandolo su di lei.
Provò il desiderio selvaggio di aprirla tutta dalla vagina alla gola, e di infilarglisi dentro tutto intero, con le braccia allungate in avanti come in un tuffo marino, e distendersi tra i polmoni e i reni, accanto al cuore, al fegato, agli intestini, al fascio di nervi di arterie e di vene, crogiolandosi in quel calore che lo rivestiva tutto come una guaina. Chiuse gli occhi e la possedette penetrandone tutti i pori, liquefacendosi dentro di lei negli attimi dell'orgasmo.
Sì, quello fu amore senza ombra di dubbio. Fu amore prima e dopo averla sposata, prima e dopo che Sofia venisse al mondo, fintantoché si unì a lei con la stessa disperazione della prima volta, con il medesimo istinto violento di volerle lacerare la pelle e la carne dei muscoli, e penetrarla attraverso i capelli e il cranio, attraverso gli occhi e la gola, attraverso le vertebre e l'ano, attraverso i capezzoli e l'ombelico, ma sempre entrandovi per intero con le braccia protese in avanti e le palme delle mani aperte, scivolando in quel magma morbido e odoroso fino a giacerci dentro sfinito.


lunedì 24 ottobre 2011

PROVA DI ROMANZO

Incipit de "La stanza sospesa"

Rallentò il passo solo quando fu arrivato in Piazza della Repubblica. Gli era venuto il fiatone: tutta la salita di Via IV Novembre e poi Via Nazionale a passi da leone, con la gente che si fermava a guardarlo e poi girava la testa intorno pensando ad una telecamera nascosta, facevano almeno quattro chilometri con un cappuccino e due brioche prese alla stazione tre ore prima.
"Adesso ho bisogno di un po' di aria fresca", pensò, e lì sul marciapiedi non ce n'era. Per questo attraversò il traffico a quattro file in quel punto della rotonda, schivando a pelo macchine e motorini, e sedette sul bordo della fontana sotto una delle Naiadi bronzee di Mario Rutelli.
Lo scroscio dell'acqua copriva in parte il ronzio dei motori, ma il puzzo che usciva dai tubi di scappamento dopo qualche minuto era diventato intollerabile. Riattraversò la marea di macchine, che, pur procedendo a passo d'uomo, davano la sensazione della mandria di bisonti che tutto travolgeva di un film western tridimensionale, che aveva visto qualche anno prima.
Cercò un bar e si infilò nel primo che incontrò. Gli era venuta una fame boia. Ordinò due tramezzini e una birra. A metà birra si fece altri tre tramezzini: se ne sarebbe pappati una decina, ma non aveva abbastanza soldi in tasca. Si era seduto ad un tavolo d'angolo. Di fronte aveva una specchiera alta e stretta. Ci vide riflessa la mimica della sua faccia mentre che masticava. Finì la birra e si deterse la bocca con un tovagliolo. Riguardò nello specchio. Gli apparve il viso di un precario licenziato di fresco e incazzato nero.
"Bel lunedì dei cazzi e dei controcazzi", pensò. "Il degno inizio di una meravigliosa settimana di merda".
Non lo avevano nemmeno lasciato entrare nel suo ufficio.
-Ti vuole il capo.
"Mi vorrà dare del lavoro speciale per tutta la settimana", aveva pensato, "e farmi le sue solite mille raccomandazioni del cavolo". Così era avvenuto all'inizio di ogni settimana da ormai tre anni e mezzo.
Invece si era sbagliato. Lo aveva chiamato per dirgli che il contratto non gli sarebbe stato più rinnovato.
-Ma come? Ho fatto un culo grande così per laurearmi! Mi avevate promesso di assumermi fisso.
-Gradi, io dirigo solo l'ufficio legale della Compagnia. Per quanto mi riguarda lei sarebbe potuto arrivare alla pensione qui dentro. Ma non decido io, e nemmeno il presidente qui a Roma. Le Assicurazioni Generali sono ormai un mostro a quattro o cinque teste e chi decide sta in un altra nazione.
-Io ci facevo affidamento, però. Mio padre ha fatto un credito per restaurare casa: come lo aiuto adesso?
-Gradi, mi dispiace tanto. Si prenda da adesso le sue ferie e si cerchi subito un altro lavoro.
"Un altro lavoro, con la crisi che c'è in giro! Stanno tutti ad aspettare me a braccia spalancate. Adesso che cazzo racconto a mio padre?", aveva pensato mentre scendeva lo scalone.

Il sole cocente di Piazza Venezia gli aveva fatto bene. Gli era venuto in mente di andare a chiedere a sua sorella, sposata con un importante notaio della city, se magari lo aiutava a fargli avere una mano da suo marito.
"Un aiutino piccolo piccolo", si disse; "non deve mica darmelo lui lo stipendio, ma basta che metta una buona parola con una della tante belle persone che conosce. Che gli costa".
E si era incamminato, tanto Via Marco Minghetti stava a due passi.
"Speriamo che sia in casa", pensò; "fa troppo caldo per la bimba fuori".
Ci aveva azzeccato. Eleonora era in casa e Maria Eugenia dormiva. Quello che non aveva considerato erano gli intestini di sua nipote.
-Chiudi piano la porta, Federico. C'è la piccola che dorme e se si sveglia sono dolori...muovi piano la sedia, Federico, ché la bimba dorme...parla piano per favore, Federico, ché la bimba...
-Ma che ha?
-Da ieri fa la cacca brutta.
-Hai chiamato il dottore?
-È venuto ieri sera, ma l'ho già richiamato. E tu perché non lavori?
-Sono in ferie. Ero venuto per chiederti una cosa, ma non è urgente. Ripasso quando la bimba sta meglio.
-Mi raccomando, chiudi piano la porta, Federico. Non me la svegliare.
"Mamma mia, che stronza che è diventata mia sorella!", aveva pensato.
Di colpo si era sentito ancora più incazzato di quando era uscito dal palazzo delle Generali; per questo si era messo a camminare con passi lunghi due metri. Non se ne era nemmeno reso conto, né si era stupito nel vedere la gente che si fermava a guardarlo.

Uscì dal bar almeno con lo stomaco tranquillo. Era quasi mezzogiorno e mancavano più di due ore alla partenza del suo treno. Neanche parlare di andarsene a spasso a quell'ora, il sole di giugno è micidiale a Roma. Decise di andarsene alla stazione bello al fresco a godersi le corse affannate dei ritardatari.
Camminò muro muro dove c'era più ombra. All'altezza di Via Cavour con un paio di salti veloci fece la gimkana nel caos di Piazza dei Cinquecento tra autobus di linea, tassisti schizofrenici e guidatori di provincia imbranati.
"Salvato il culo anche questa volta", pensò.
Dopo un po' che gironzolava tra i marciapiedi dei treni in partenza s'era già stufato dello spettacolo. Si trattava di un vecchio copione già visto mille volte: padri in testa, carichi di valige e pacchi, seguiti da madri che strillano e ragazzini che seguono sbuffando e camminando pianissimo.
Era arrivato al marciapiedi del binario 5, dove non pensava che a quell'ora fosse pronto il suo treno. Invece, con sua enorme sorpresa, il Regionale Roma-Pisa era già sul binario a disposizione dei viaggiatori. Guardò il suo orologio.
"Manca ancora un'ora e mezza. Quasi quasi mi faccio una dormita, forse è quello che mi ci vuole per combattere lo stress di questa giornata speciale".
Risalì il treno fino al quartultimo vagone, il suo preferito, perché fermava davanti al bar della stazione d'arrivo: un caffè freddo d'estate, un cappuccino il resto dell'anno e poi di corsa al parcheggio ad infilarsi dentro la sua Alfa un po' vecchiotta e via di gran carriera fino a casa. Monotona conclusione di una serie di giornate tutte uguali, ormai da quasi tre anni e mezzo.
"Mi sa che si è spezzata la monotonia", si disse.
Sedette nel solito posto all'inizio della vettura, il più vicino che c'era all'uscita, accanto al finestrino, col viso rivolto alla direzione di marcia.
Sentì il sonno piombargli addosso. Chiuse le palpebre e dopo un attimo già dormiva. Un sonno agitato con immagini veloci e convulse che gli si inviluppavano nella mente sovrapponendosi le une alle altre, come gli era già capitato quando aveva avuto la malaria con febbre altissima. Anche senza il febbrone, quindi.
Sognò infine una rapida sequenza molto chiara: un losco individuo, che voleva sabotare il treno, nascondeva un grosso zaino contenente sicuramente esplosivo sotto il sedile di fronte al suo. Gli vede introdurre un cell nello zaino e collegarlo con dei fili elettrici.
"Un detonatore", pensa. "Sto sognando un terrorista che prepara un attentato".
L'idea gli fluttua nella mente mentre il terrorista scende dal vagone. Un sogno limpidissimo. Troppo limpido: forse ha veramente intravisto qualcuno attraverso le palpebre semichiuse.
Pensiero lacerante.
Un attimo dopo era sveglio.
Sotto il sedile di fronte al suo lo zaino che aveva visto in sogno.
Socchiuse gli occhi e rivide le immagini come in un remake al rallentatore: una figura d'uomo di spalle, indossava un giaccone di nappa grigia, col bavero alzato; capelli biondi, lunghi, tirati su sotto un berretto scuro. Appoggiava lo zaino con cautela, collegava il telefonino a un detonatore, si allontanava silenziosamente.
Preso da un impulso improvviso si alzò dal suo posto, afferrò lo zaino e risedette stringendoselo al petto. Cominciavano ad arrivare i primi viaggiatori. Chiuse gli occhi ascoltandone solamente lo scalpiccio lungo il corridoio. Una strana abulia si era impossessata di lui: stringeva quello zaino al petto e gli sembrava di sentirne attraverso i battiti del suo cuore. Toccava con le dita la tela grezza dello zaino, di minuto in minuto andava convincendosi di tenere in grembo un ordigno di morte, ma non gli veniva di prendere nessuna iniziativa.
Il tempo passava e il vagone era già quasi pieno delle solite facce. Qualcuno adesso gli sorrideva. Un ragazzo si affacciò a un finestrino.
-Dai, corri! -gridò- Tra un minuto partiamo.
Dei tacchetti picchiettarono veloci in avvicinamento. Entrò una ragazza trafelata.
-Ciao Fede, lo salutò.
Una sua vecchia storia.
Scattò come colpito da una scarica elettrica e schizzò fuori dal vagone col suo zaino in braccio. Lo depose in un cestino dei rifiuti, proprio lì di fronte, spingendolo con forza verso il fondo e si volse per rientrare nel vagone. Tra pochi secondi si sarebbero richiuse le porte; il capostazione aveva già il fischietto tra le labbra.

Un lampo giallo riempì l'aria. Immerso in quella luce accecante Federico rimase un attimo come sospeso, poi udì lo schianto dietro di sé e vide lo sfacelo davanti ai suoi occhi. Vibrò tutto e tutto si decompose: corpi, lamiere, bagagli e oggetti, mentre un'ondata di fumo nero dall'acre odore di bruciato ricopriva tutto.
Come è violento e disperato il suono del silenzio.
Appena il fumo prese a diradarsi, in un'atmosfera sospesa da cui ogni rumore era scomparso, Federico vide l'entità dell'orrore in mezzo al quale era precipitato: corpi morti e brandelli di corpi morti nelle posizioni più sconce; due vagoni sventrati e attraverso i rottami lembi di vite distrutte.
Cominciò a sentire lamenti, poi urla, maledizioni, invocazioni di pietà a Dio e ai santi, e dopo un po' in quel tratto del marciapiedi era tutto un correre e rincorrere, un vai e vieni di gente urlante con le mani nei capelli e gli occhi sbarrati.
L'unico immobile era Federico. L'unico illeso in quel mare di sangue fresco era lui. Cominciava lentamente a rendersene conto. Si palpò dappertutto: petto, pancia, braccia, cosce e gli sembrò di avere tutto sano e di non sanguinare.
"Perché a me non è successo niente?", si chiese.
Eppure era stato il più vicino all'esplosione. Aveva avvertito solamente un po' di calore dietro la schiena, ma non si era sentito nemmeno scosso dallo spostamento d'aria della deflagrazione come tutti gli altri sul marciapiedi, che aveva visto volare come stracci vecchi.
"Devo sparire di qui", si disse. "Ci sarà pure qualcuno che mi ha visto mentre deponevo lo zaino nel cestino dei rifiuti; non sono mica morti tutti".
-Dacci una mano, biondo! -gli gridò uno dei primi soccorritori.
Pensò che gli conveniva fare la faccia atterrita e scappare come alcune donne sul marciapiedi opposto, che correvano urlando istericamente.
"Ma non mi devo mettere a correre, non devo dare a nessuno l'impressione che sto scappando", si impose. "Movimenti lenti e faccia inorridita. Quel che conta è allontanarsi da qui".

mercoledì 19 ottobre 2011

MATTIA NON TROVA LE PAROLE

Il fischio lacerante di un treno che le arrivava alle spalle per un pelo non la fece cadere dalla bicicletta. Traballando sulla sella Marzia controllò la sbandata riuscendo a tenere la bici nello stretto viottolo. Quello sterrato, che per qualche chilometro costeggiava la ferrovia, era la strada più breve per arrivare alla chiesa dei Cappuccini. Mandò all'inferno il treno, che ormai scompariva, e si rimise a pedalare con foga.
Dentro la tasca posteriore dei jeans il cellulare vibrò tre volte: le era arrivato un messaggio. Mise un piede a terra e lesse: "Dove 6?". Marzia digitò la risposta, "arrivo" e premette il tasto di invio.
Cosa aveva di tanto urgente Mattia da comunicarle? Però che idea balorda convocarla laggiù, davanti alla vecchia chiesa. Lì per lì le era sembrata una delle solite stranezze di quel ragazzo indecifrabile, ma si era messa in cammino lo stesso, incuriosita. Era il suo migliore amico, l'unico fin dai tempi delle elementari; di lui si fidava ciecamente e a volte gli aveva rivelato anche segreti intimi. Marzia non aveva un diario come tutte le sue compagne di classe al liceo, aveva Mattia. Un anno più vecchio di lei, proprio due mesi prima era diventato maggiorenne e suo padre gli aveva regalato i soldi per la patente. Un gran bel regalo e adesso lui si dava tante arie, anche se al massimo poteva girare una mezzora con la vecchia UNO di sua madre.
"Avrà conosciuto una ragazza e mi vorrà chiedere un parere", pensò Marzia.
Si era comportata così anche lei quando Luca le aveva fatto la dichiarazione.
-Non lo conosco, adesso mi informo, le aveva risposto Mattia.
Una settimana dopo l'aveva sbalordita con una domanda mai fatta prima.
-Sei ancora vergine?
-Sì, certo...che ti prende?
-Sei sicura?
-Ma che cazzo chiedi? Sai che te ne avrei parlato se mi fosse capitata una cosa così.
-Allora molla il tuo ganzo.
-E perché?
-Perché è uno stronzo. Va in giro a raccontare che ti ha sverginato in riva al lago la prima sera che siete usciti, e che tutte le sere ti ci porta e ti dà una ripassata.
Marzia aveva piantato Luca senza pietà, anche se lui le aveva giurato e spergiurato di non aver mai detto quelle cose. Si era fidata delle parole di Mattia, però in fondo le era venuto il sospetto che fosse geloso di lei e che avesse un po' gonfiato la storia.
Mattia era un tipo strano, sempre stato fin da piccolo, ma a lei piaceva proprio per quello: i ragazzi normali l'annoiavano a morte e lei li scansava come la peste.
Era ormai giunta in coma alla collina, in piedi sui pedali e con la lingua di fuori nell'ultimo strappo. Si fermò prima della breve discesa. Proprio in mezzo al piazzale davanti alla chiesa riconobbe Mattia: fumava appoggiato a una macchina rosso fuoco. La UNO era bianca, suo padre aveva una BMW blu scuro. Chi gli aveva prestato quell'auto?
Mattia le andò incontro appena la vide scendere lungo la discesa.
-Guarda che figata!
-Che macchina è?
-È la mitica MITO a due porta, l'ultima Alfa Romeo: 1600 di cilindrata e 130 cavalli.
Sparava numeri che a Marzia non dicevano niente, ma lui se ne fregava.
-Chi te l'ha prestato 'sto capolavoro?
-Prestata? È mia.
-A chi hai rubato i soldi?
-Mio padre ha messo una firma di garanzia e la Banca ha tirato fuori gli spiccioli.
Ecco cosa aveva di tanto urgente il suo amico, mostrarle la sua auto nuova.
-Non era meglio se passavi a prendermi a casa mia? Gli chiese un po' indispettita. Mi hai fatto venire il fiatone perché ho corso tutto il tempo pensando chissà cosa ti fosse successo.
Altro che fiatone. Adesso che non correva più si sentiva sudata fradicia coi panni appiccicati addosso, lei che odiava puzzare di sudore.
Senza nemmeno curarsi delle sue difficoltà Mattia le aprì la portiera di destra.
-Dai, entra che ti faccio fare un giro.
-E questa la lascio qui? Rispose Marzia indicando la bici.
-Ce la portiamo dietro.
_E dove vuoi metterla, sul tetto?
-Nel portabagagli.
Mattia aprì il portello, tirò giù i sedili posteriori e sistemò la mountain bike per tre quarti all'interno; usciva fuori solo la ruota anteriore. Si sfilò la cinghia dei pantaloni e la ancorò al pianale del bagagliaio, facendone passare una estremità dentro una specie di gancio sul portello. Lo tirò verso il basso e chiuse la cinghia fino all'ultimo buco. Sembrava tutto sufficientemente sicuro.
"Meglio", pensò lei; "così entra aria ed esce la puzza del mio sudore".
Mattia si diede da fare col cambio smanettando come se corressero un rally; lei puntò i piedi e agguantò con entrambe le mani i due lati del suo sedile. Non era per niente tranquilla.
Mattia rallentò immediatamente quando si immise nel traffico della provinciale. La ragazza immaginò che volesse portarla al lago, ma lui invece quando arrivò alla deviazione tirò diritto. Attraversarono due paesi procedendo sempre a buona velocità. Mattia era ammutolito, assorto in chissà quale pensiero.
"Sembra mio padre quando facciamo la gita domenicale", pensò Marzia; "guida e sta zitto, e io e mia madre a lanciarci occhiate".
Attraversarono un altro paese.
"Però mio padre ogni tanto sbuffa, qualche volta borbotta; questo qui non esiste proprio".
-Gratta, disse Mattia all'improvviso.
-Cosa?
-Gratta, non senti?
-Cosa gratta, la bici? Chiese lei girandosi a guardare la sua mountain bike.
-Il cambio, non lo senti sto rumore?
Per questo stava così assorto. Ma lei non sentiva proprio niente oltre il rumore dell'aria risucchiata all'interno dell'auto.
-Non è niente, disse lui; è finito.
Era ormai quasi un'ora che stavano in macchina e Mattia non accennava a tornare indietro né a fermarsi.
-Ma dove stai andando? Chiese lei.
-Qui avanti.
Due parole e basta. Avanti dove? A fare che?
"Vorrà mostrarmi ancora qualcosa", e per un po' smise di preoccuparsi.
Ma i paesi si succedevano gli uni agli altri e Mattia tirava sempre diritto lungo la provinciale. Lo stomaco di Marzia cominciò a contrarsi.
-Ho fame, disse a bassa voce.
Mattia non diede segno di averla sentita.
-Ho fame, gridò lei.
-Potevi dirlo subito, rispose lui cupo e continuò a guidare.
-Voglio mangiare adesso.
-Qui vicino c'è un posto. Mi fermo e ti compro qualcosa. Però non gridare che mi disturbi la concentrazione.
In un paio di minuti arrivarono a vedere l'insegna gialla di un "Mc Donald's". Il parcheggio sui due lati dell'edificio era pieno di macchine.
Mattia non spense nemmeno il motore. Saltò giù e in una manciata di minuti era già di ritorno. Entrò in macchina lanciandole in grembo un sacchetto contenente due confezioni di hamburger.
-Ma si può sapere che hai? Si può sapere dove corri? Chiese Marzia con la bocca piena di cibo.
-Mangia e sta zitta. Devo concentrarmi.
-A che ti serve tutta 'sta concentrazione?
-Devo trovare le parole adatte.
-Che significa "adatte"?
-Devo dirti una cosa, ma non mi vengono le parole.
"Questo è matto da legare", pensò Marzia con rabbia, ma finì di spolverarsi gli hamburger senza più dire una parola.
Intanto la MITO correva di nuovo lungo la provinciale. Era scesa la sera e l'aria che entrava dal portabagagli semiaperto non era più molto piacevole. Marzia teneva le braccia strette intorno alla vita perché aveva freddo e perché non era più tranquilla: il suo migliore amico le stava rivelando una faccia tutta nuova, incomprensibile.
Mattia si fermò in una piazzola di parcheggio.
-Non credevo di doverci pensare tanto, ma non mi vengono su le parole giuste.
Stava parlando a se stesso, come se fosse solo dentro quella macchina.
-Puoi almeno dirmi di che si tratta? Provò a intromettersi Marzia. Posso aiutarti?
-No, faccio da solo. È una cosa importante, devo trovarle da solo le parole.
Rimise in moto.
Lo stomaco di Marzia riprese a contrarsi. I due hamburger non erano bastati, perché l'ultimo pasto era ormai lontano più di sette ore. All'improvviso, senza neanche mettere la freccia, Mattia infilò una traversa a destra, poi un'altra, poi ancora un'altra e si ritrovò sulla provinciale ma nella direzione opposta a quella da dove erano venuti. Alla prima piazzola di sosta si fermò e spense motore e fari. Poco più in là stavano parcheggiati due camion. Sembravano abbandonati, non c'era un'anima, solo il traffico sulla provinciale con le sventagliate dei fasci di luce nei due sensi.
-Devi farcela. Trova ste cazze di parole.
Mattia parlava a se stesso.
"Forse si è dimenticato che io sono qui, o non gliene frega più niente", pensò Marzia.
Chissà che parole cercava; quel ragazzo non era stato mai capace di fare un discorso lungo e sensato, dopo un po' finiva per smozzicare le frasi, grugniva e taceva.
Rimise in moto. Passò in mezzo ai due camion e si avviò nel traffico.
-Guarda che sono capace di trovarle le parole. Poi ti dirò tutto, e le lanciò un'occhiata.
Allora era una cosa che la riguardava, una cosa pesante, brutta, bruttissima, visto che non riusciva a mettere insieme uno straccio di frase. Marzia, preoccupatissima, iniziò ad arrovellarsi provando a trovare un argomento, un motivo, un accidente qualsiasi che la facesse star male e che mettesse così in imbarazzo il suo amico nel rivelarglielo. Forse la sua nuova compagna di banco, Elena, stava cercando di soffiarle Marco, che lei dopo tanti sforzi sentiva di essere finalmente riuscita a sedurre. Erano due giorni che non lo vedeva e adesso che ci pensava nemmeno Elena era venuta in classe negli ultimi giorni.
Ma lui come ci era arrivato? Non conosceva né Elena né Marco, però lei come al solito gli aveva già detto del suo interesse per quel ragazzo. Il paese era non molto grande e ci si vedeva tutti alla sera. Forse Mattia li aveva visti insieme e aveva capito tutto, forse li aveva seguiti di nascosto, forse...
"Deve essere questa la cosa che deve dirmi, sennò perché tutti questi indugi?"
Si erano nuovamente fermati al Mc Donald's. Neanche stavolta aveva spento il motore, ma era tornato con due buste, aveva fame anche lui. Entrarono nel parcheggio di un supermercato, vuoto a quell'ora. Lei iniziò subito a mangiare i suoi due hamburger, mentre Mattia teneva la testa appoggiata al volante.
-Non mangi?
-Dopo.
Marzia non riusciva più a trattenersi.
-Senti Mat, ho capito quello che vuoi dirmi, almeno credo.
-No! Saltò su lui come se gli fosse esploso un petardo dentro le mutande. Non hai capito niente. Non puoi aver capito. Non devi.
-Ma io voglio solo discutere con te della cosa.
-Niente affatto. Te lo dirò io quando mi saranno venute le parole giuste.
Rimise in moto.
-Mangia anche i miei hamburger. Non mi vanno.
Marzia avrebbe magari potuto, ma tenne tutto il tempo la seconda busta chiusa tra le mani. Prima o poi gli sarebbe venuta fame a quel testone.
Passarono davanti alla chiesa dei Cappuccini. Mattia fermò nel piazzale, spense il motore e scese dalla macchina.
"Non vorrà mica scaricarmi qui con questo buio?" Pensò Marzia rabbrividendo.
Mattia prese a girare a lunghi e lenti passi intorno alla MITO, con le mani nelle tasche dei calzoni.
"Deve sentirsi niente affatto bene", si disse Marzia. "Dovrei fare qualcosa per lui, ma che cavolo faccio?"
Rientrò in macchina con un balzo.
-Ti porto a casa. Per questa sera non ce la faccio...non ce la faccio proprio...non mi viene...non mi viene su niente.
Per tutto il tempo Marzia guardò truce davanti a sé.
Mattia fermò a poche decine di metri dal suo portone: sfilò la cinghia da dove l'aveva ancorata, tirò fuori dall'auto la mountain bike e la sistemò sul cavalletto. Richiuse il portello senza far rumore e le aprì la portiera.
-Passo a prenderti domani nel pome. Vedrai che la notte mi aiuta a trovarle 'ste parole.
-Ma vaffanculo! Gli sparò Marzia sulla faccia.
Spinse la bici dentro il portone. Si voltò. Mattia era sempre fermo accanto alla macchina con la faccia da funerale. Lei ci mise poco o niente a trovare due parole di conforto.
-OK! Passa dopo le due e mezza, e sparì dentro il portone.