giovedì 6 gennaio 2011

IL CUGINO ADOTTIVO DI K.M. DECIMA PUNTATA

10

Quanto poco sicuro invece fosse lo scoprì un paio di settimane dopo, quando durante il primo bombardamento aereo avvenuto di notte su Milano una bomba cadde sul palazzo di Via Solari distruggendo tre appartamenti e la sua officina di restaurazione e rilegatura libraria.
Dovette investire quasi trentamila lire per ricomprare le sue preziose macchine. Prese in affitto una vecchia stalla e un cortile a Binasco, sulla strada per Pavia, e lì fu in grado di ricominciare la sua attività, ma qualcosa si era rotto dentro di lui: la certezza di essere inattaccabile, incorruttibile, immortale. A lui non era successo niente, ma capiva che poteva essere colpito.
Poi la morte di Eleonora.
Si sentì immediatamente responsabile di quella morte. Erano andati in vacanza in una baita sulle colline intorno al lago di Como, soli in mezzo alla natura che entrambi adoravano. Tutto sembrava meraviglioso, il sole, l'aria che respiravano, l'atmosfera di pace che sentivano intorno. Il primo giorno fecero una lunghissima passeggiata e così pure il giorno seguente. Alla sera Eleonora mangiò moltissimo, perché era affamata. Di notte si sentì male: una evidente indigestione. Passò la notte seduta sul water scossa da continui conati di vomito. Una gran brutta colica, pensò John, meglio passare da un dottore domani. Ma l'indomani la maledetta Balilla non volle partire, e malgrado ogni sforzo John si vide costretto a rinunciare. Eleonora lo rassicurò: si sentiva meglio, gli disse, ancora ventiquattro ore e sarebbe stata in piena forma. Ma alla sera vomitò di nuovo, all'improvviso, e non poté nascondere nulla a John come la sera precedente. John si accorse di quel muco verdastro e non disse una parola per non allarmarla, ma non era una buona cosa. La mise a letto e si accorse che la donna aveva una gran febbre. Non poteva perdere un solo minuto. Passò tutta la notte intorno al motore della Balilla, smontando e pulendo il carburatore. Quando giunse l'alba riuscì a metterla in moto. Corse all'interno della baita, avvolse Eleonora in una coperta e la trasportò nella Balilla. La donna delirava; le mise una mano sulla fronte, che bruciava come il fuoco.
Un'ora dopo era all'ospedale di Como. Tentarono un'operazione disperata, ma l'appendice era perforata da troppe ore e la peritonite aveva invaso ormai tutto. Morì in meno di un'ora.
John Cally Filiput, o piuttosto Giovanni Filippi come adesso si chiamava, sentì che era tutta colpa sua: era stata sua l'idea di andarsi a nascondere in un bosco solitario lontano da ogni centro abitato; sua era stata la negligenza di non controllare lo stato della Balilla prima di partire; sua la trovata delle camminate lunghissime che avevano certamente provocato l'infiammazione intestinale di Eleonora.
Una settimana dopo i funerali un incendio doloso distrusse stalla, stabile e officina di Binasco. Stava rilegando una edizione speciale dei discorsi di Mussolini. Il Federale di Pavia gli disse che questa era sicuramente stata la molla che aveva fatto scattare la mano del disfattista incendiario. Ce ne stavano in giro, lui lo sapeva bene, ma non era il caso di fare propaganda e seminare la paura tra la popolazione. I giornali avrebbero parlato di corto circuito e i carabinieri insieme agli agenti dell'OVRA si sarebbero dati da fare per mettere le mani su quel figlio di puttana.
Gli ultimi eventi avevano però convinto John Cally Filiput che la ruota si era messa a girare controverso. Non rimise più in piedi la sua officina, anzi dichiarò chiusa la sua attività; intascò il rimborso della sua polizza assicurativa e ricominciò a lavorare a tempo pieno nella vecchia tipografia.

Quando iniziò la Campagna di Russia qualcuno del distretto militare, scartabellando tra le carte in cerca di imboscati, scoprì che Giovanni Filippi non aveva mai portato le stellette. Date le sue conoscenze altolocate e le attività benemerite svolte per il Partito pensarono che meritasse un certo riguardo, per cui decisero di chiudere un occhio, anzi tutti e due, e lo convocarono alla Casa del Fascio offrendogli di poter servire la patria dentro uno dei tanti uffici dispersi nel Comando del Corpo d'Armata, dove non lo avrebbe più cercato nessuno; gli offrirono in poche parole si imboscarsi e di salvare le chiappe. Ma John Cally rifiutò e chiese di arruolarsi volontario tra le Camice Nere. Aveva ufficialmente trentun anni, salute eccellente e curriculum fascista di primo ordine, per cui la sua richiesta fu entusiasticamente accettata. Gli fu dato il grado di Capomanipolo nel Battaglione della Camice Nere "Bruno Mussolini", in partenza per la steppa russa.
Nel durissimo inverno del 1942 era anche lui sul Don insieme alla maggior parte del Corpo di Spedizione italiano, a protezione del fianco sinistro della Divisione di fanteria Cremona.
Quando una mattina i bolscevichi attaccarono in massa coi mezzi corazzati spaccando la linea del fronte italiano in quattro monconi, il Battaglione di Camice Nere "Bruno Mussolini" fu decimato e maciullato da un centinaio di poderosi carri armati di fabbricazione americana.
Il Capomanipolo Giovanni Filippi riuscì a radunare e tenere uniti una ventina di sciagurati: durante la notte si infiltrarono tra quelle che non erano più le linee di un fronte organizzato, ma le propaggini del caos e della disperazione, e rientrarono in seno ai resti della Divisione Cremona. L'indomani ebbe inizio la ritirata di quel che rimaneva di un esercito verso la patria lontana e forse irraggiungibile.
Il Capomanipolo Giovanni Filippi spogliò i morti come facevano tutti per potersi coprire al meglio. Non sapeva quante miglia avrebbero dovuto percorrere, ma temeva che fossero troppe per molti di loro. Si sforzò di pensare che se Kurt Marx avesse voluto mantenere la parola che gli aveva data quella sarebbe stata l'occasione propizia per dimostrargli quanto potente fosse la sua protezione.
Iniziò a contare mentalmente fino a mille e poi di nuovo da capo fino a mille, per mantenersi sveglio, per non impazzire dalla paura, insomma per sopravvivere. Dopo alcuni giorni gli venne fatto di chiedersi quanto realmente fosse diventato vecchio a dispetto di come appariva di persona e di quello che stava scritto sul suo passaporto, perché Giovanni Filippi aveva trentadue anni, ma John Cally Filiput ne aveva più di cinquanta. Una bella sfacchinata per un cinquantenne attraversare quel deserto di ghiaccio vestito di stracci puzzolenti, con una razione di brodaglia neanche giornaliera e un tozzo di pane della pancia. Va in sconto dei miei peccati, pensò, fintantoché non arriverà Kurt, perché questa sarà certamente l'ultima volta e così sarà finita la mia avventura.
Vedeva continuamente gente crollare col muso nella neve e rimanere immobili già uccisi nell'anima prima che nel corpo. Le fila del gruppo cui apparteneva diventavano di ora in ora più sottili. Non si aveva nemmeno più la forza di aggredire i cadaveri e denudarli, il pensiero di ognuno era fisso sul prossimo cumulo di neve dove sarebbe sprofondato.
Fu durante una notte di marcia e di insonnia sempre più terribile che John Cally Filiput vide finalmente Kurt Marx.
Lo intravide in lontananza, era certo che fosse lui, non poteva che essere lui. Lo stava aspettando. "Eccolo là il mio mucchietto di neve, pensò John, è accanto ai piedi di Kurt. Che generoso che è Kurt, mi aspetta proprio lì, che fortunato che sono. Me lo aveva promesso quella mattina mentre scappavo in Svizzera, mi disse che ci saremmo veduti ancora e adesso mi aspetta accanto all'ultimo mio posto da vivo su questa terra. Sono proprio tanto fortunato ad avere un amico fedele come lui".
Ma Kurt si stava spostando, senza parlare, senza fargli segnali, si stava spostando e basta. Ecco che si era fermato un po' più in là e si era girato verso di lui. Era quello adesso il suo mucchietto di neve? Quello vicino ai suoi piedi? Allora andiamo avanti ancora un po', non sarà poi tanta fatica. Ma di nuovo lo vedeva spostarsi di un centinaio di passi e poi fermarsi e guardarlo. Nessun cenno, nessuna parola di incoraggiamento. "Vuole che io vada fin là? E io ci vado, non faccio altro che quello che lui vuole che io faccia, lui è il mio protettore, me lo ha detto e me lo ha confermato e io gli credo. Ma come è vestito Kurt? Quel cappottone dove gliel'ho già visto? Ha un vecchio elmetto americano sulla testa, in spalla un lungo fucile; anche quel fucile conosco, ma sicuro! Quella è la divisa del 122° fanteria; quello è l'elmo che anche io ho indossato, e quello è il nostro vecchio Garand, il glorioso fucile americano della Prima Guerra Mondiale. È venuto in divisa Kurt, nella sua bella divisa di allora, come l'ultima mattina a Ypres quando tutto diventò giallo. Adesso è tutto forte e chiaro: così è cominciata la storia e così deve finire. Bellissimo! Che bravo che sei Kurt, proprio una bella idea venirmi a prendere vestito come allora. Eccomi Kurt, ancora una ventina di passi e sono lì da te".
Ma Kurt si spostò ancora e ancora e ancora per tutta la notte. e per il giorno dopo e per ogni giorno che spuntò. Dal primo momento che lo aveva visto arrivare per tutto il resto della traversata del deserto di ghiaccio Kurt Marx fu sempre lì, davanti a lui un centinaio di passi, che lo invitava a continuare con la sua sola presenza, senza un gesto, senza una parola.
Finché di colpo sparì.
John Cally Filiput si sentì perduto. Si mise a correre gridando con quel poco fiato che gli era rimasto, e tutti all'improvviso gridavano e correvano insieme a lui. Perché correvano? Quegli altri non avevano certo potuto vedere Kurt Marx eppure correvano e gridavano insieme a lui. Cosa stava succedendo? Si stava scatenando la pazzia? John si arrestò, ma vide che nessuno si fermava insieme a lui, continuavano a correre e a gridare sempre più alto, quindi era un delirio collettivo. Ma dove correvano tutti insieme?
Si arrampicò fino alla cima del costone di neve e vide ciò che c'era dall'altra parte: un treno fermo con vagoni passeggeri e non carri bestiame. Una tradotta militare li stava aspettando per riportarli tutti a casa.


martedì 4 gennaio 2011

IL CUGINO ADOTTIVO DI K. M. NONA PUNTATA

9

Appena sceso dal treno alla stazione centrale di Milano cercò una cabina telefonica e fece il numero che stava scritto sul foglietto.
-Pronto, rispose una chiara voce di donna.
-Mi chiamo Giovanni Filippi, disse John Cally.
-Avete molte valige?
-Non ho bagaglio.
-Allora prendete il tram numero 12, che passa nel piazzale di fronte alla stazione. Dite al controllore di avvisarvi quando arriverete a Piazza Napoli. Scendete nella piazza, attraversatela e prendete la strada di fronte a quella da dove siete venuto, che è Via del Giambellino. Fermatevi al secondo portone della prima casa a destra, al numero 3. Suonate il campanello da Morelli. Non fate domande inutili ed evitate di chiacchierare con la gente perché sono brutti tempi anche qui, non soltanto da dove venite voi. Se qualcuno vi dovesse chiedere qualcosa ricordate di parlare dando a tutti del voi, altrimenti capiscono che siete uno straniero.
Riattaccò, ma aveva detto abbastanza da mettergli una bella paura addosso.
Non furono tempi facili quelli di Milano. Dovette iscriversi subito al Partito Nazionale Fascista altrimenti non avrebbe mai trovato un lavoro. Per due volte fu interrogato alla Casa del Fascio sul suo misterioso passato. Rispose educatamente e senza dare segni di nervosismo raccontando sempre la favoletta che la signora Morelli gli aveva fatto imparare a memoria. Quando i suoi genitori erano morti un fratello di suo padre lo aveva portato con sé a New York e là era rimasto per tutto quel tempo. Fecero venire da Roma un camerata che aveva soggiornato per anni in Inghilterra e parlava perfettamente l'inglese. Fortuna che non era un americano, altrimenti avrebbe immediatamente riconosciuto il suo accento del Sud, ben diverso dall'inconfondibile gergo dei veri newyorkesi. Il camerata romano poté confermare che lui parlava perfettamente americano, e questo era ciò che gli altri volevano sentire.
Gli diedero la tessera del partito e lo lasciarono in pace. Adesso era finalmente a posto: era un bianco ariano e cattolico e possedeva la tessera del Partito Fascista; non gli poteva succedere più niente.
Gli trovarono un lavoro in una tipografia, e poco importava che non avesse mai fatto il tipografo, doveva imparare perché altro per lui non c'era. E lui imparò il mestiere così in fretta che dopo un anno era in grado di lavorare da solo, e quando arrivò la prima macchina linotype ci misero lui a lavorarci perché era una macchina inglese e tutte le istruzioni erano scritte in quella lingua. Divenne così il primo linotipista di Milano e fu chiamato a tenere corsi serali per insegnare agli apprendisti. Per guadagnare qualche soldo extra andava a casa di un vecchio collega, che restaurava libri antichi e li rilegava con una tecnica diversa da quella che veniva usata in officina per rilegare libri nuovi e dispense universitarie. Imparò talmente bene che decise di aprire un negozietto in Via Solari, a due isolati di distanza da Piazza Napoli.
Ebbe un piccolo colpo di fortuna, perché proprio vicino al suo negozio abitava un professore di Letteratura italiana dell'Università di Pavia. Passava lì davanti tutti i giorni e una volta si soffermò a guardarlo lavorare. Gli chiese se poteva fare un piccolo restauro a un antico testo del seicento, e quando riebbe il testo nelle mani si entusiasmò. Pochi giorni dopo John Cally aveva il negozio pieno di testi da risistemare, che il professore gli aveva fatto portare dalla biblioteca dell'Università. Si fece un buon nome e iniziò a dedicare molto più tempo al suo negozio, lasciando alla tipografia mezza giornata di lavoro.
Adesso che guadagnava bene poteva permettersi l'acquisto di una automobile. Comperò una 1.100 Balilla nera a due porte, coi sedili di pelle e il cambio al volante completamente sincronizzato. Cambiò casa e andò ad abitare in una mansarda in Viale Washington, neanche troppo distante dal suo negozio. Ormai aveva ridotto al minimo il tempo che passava in tipografia, due ore alla linotype e un'ora di insegnamento agli apprendisti. Niente extra: lasciava la sua Balilla nel cortile dell'officina e passato il tempo schizzava via per tornare al suo negozio.
Non si cercava una fidanzata anche se parecchie si erano fatte avanti, perché oramai era un buon partito oltreché un bell'uomo quasi trentenne, l'età giusta per mettere su famiglia. Aveva però conosciuto all'Università di Pavia una assistente alla cattedra di letteratura latina che viveva sola, da "vedova bianca", come dicevano. Era sposata con un intellettuale socialista di dichiarata fede antifascista. Era stato incarcerato per questo, e veniva continuamente spostato da un carcere all'altro per rendergli dura la vita. La moglie manteneva con lui scarsi contatti esclusivamente epistolari, perché le era stato proibito di incontrarlo, e anche le lettere ridotte all'osso per via della censura rigorosissima. Infatti era anche lei in odore di sovversione e la sua casa veniva evitata un po' da tutti. La donna viveva segregata insomma.
John Cally Filiput, alias Giovanni Filippi, non incontrò però nessuna difficoltà ad avvicinarla. Non gli fu imposto alcun divieto perché lui era un oriundo, un buon diavolo che non mancava mai alle riunioni del Sabato Fascista nella Casa del Fascio del suo rione; perché aveva rilegato tutti i libri della biblioteca della GUF di Milano a proprie spese, omaggio ai futuri dottori, ingegneri e avvocati del Partito, e soprattutto perché era diventato amico del professore di letteratura italiana dell'Università di Pavia, che era un gerarca. Lui lo invitò a non dare pubblicità alla cosa, ma disse che un vero fascista si vedeva anche a letto, e pertanto gli augurò tante belle scopate fasciste.
Le cose si erano messe bene sotto ogni rapporto per John Cally Filiput, alias Giovanni Filippi, quando l'Italia inopinatamente entrò in guerra. La sera del 10 giugno 1940, giorno in cui il Duce dichiarò l'entrata dell'Italia fascista a fianco della Germania nazista nel conflitto contro le democrazie plutocratiche anglosassone e francese, John Cally la passò a casa della bella assistente alla cattedra di letteratura latina .
Eleonora Bovi piangeva in silenzio, con lacrime che non riusciva più ad arrestare. Lei, come tutti gli intellettuali, aveva sperato fino all'ultimo che Mussolini non facesse il gran passo, e adesso si disperava. Sentiva la tragedia incombere.
Chissà cosa diavolo mi capiterà adesso, pensò John Cally Filiput, alias Giovanni Filippi; ma si considerava sempre sotto la personale protezione di Kurt Marx e si consolava. Dopo tutto se così non fosse stato fino allora non si sarebbe trovato in quel momento giovane e fresco accanto a una bella donna di nemmeno ventinove anni, con un capitale di centonovantamila lire in banca e un avvenire assicurato.

domenica 2 gennaio 2011

IL CUGINO ADOTTIVO DI K. M. OTTAVA PUNTATA

8

Erano da poco tornati da una breve vacanza sulle Alpi bernesi, e mentre John Cally controllava gli ultimi carichi di merci arrivate in sua assenza sentì urlare a gran voce nel cortile e sulle scale degli uffici. Si affacciò alla sua finestra e vide due uomini in una uniforme come le tante che in quei tempi si potevano incontrare per le strade: stivali ben lucidati, camicia color cachi e un bracciale rosso con la croce uncinata al braccio sinistro.
Anette si affacciò alla finestra e gli fece cenno di ritirarsi immediatamente. Le urla continuarono ancora un po', finché non sentì il passo cadenzato e marziale degli uomini in uniforme che si allontanavano. John Cally Filiput discese col cuore in gola le sue scale per correre da Anette; la trovò in piedi nel suo ufficio rossa in viso. Gli intimò di seguirla. Salirono sulla Benz e lei mise subito in moto.
-Sono nei guai? Chiese lui.
-Siamo tutti nei guai, gli rispose e tirò via dritta.
Lo accompagnò fino a casa raccomandandogli di non uscire per nessuna ragione al mondo.
-E non rispondere al telefono.
Sparì velocemente e John Cally rimase solo a tormentarsi l'anima girando e rigirando per le stanze vuote.
Anette tornò che era sera tardi insieme a suo padre.
-Mi dispiace mister Filiput, disse il vecchio; mi dispiace tanto, ma lei non può più lavorare da noi.
-Perché i miei genitori sono ebrei? Ma che cosa c'entro io? Non ho mai frequentato la Sinagoga in America, tanto meno qui da voi. Non mi interessa niente la religione dei miei avi: mio padre si arrabbiava tantissimo con me, diceva che ero un cane sciolto senza collare, un randagio insomma; cosa c'entro adesso io con gli ebrei?
-Glielo abbiamo detto chiaro e tondo a quella gente, gli rispose Anette; ma non hanno sentito ragioni, per loro sei solamente uno sporco ebreo. Domani mattina torneranno e se ti troveranno ancora al tuo posto di lavoro arresteranno te e mio padre. Per mio padre sarebbe qualche anno di prigione, ma per te probabilmente sarebbe la morte.
-Morirò comunque di fame: nessuno mi darà più un lavoro.
-Prepara la tua roba e fallo in fretta, ce ne andiamo di qua durante la notte.
-Dove andiamo?
-Dobbiamo essere ai confini con la Svizzera prima dell'alba. Ho un'amica a Basilea, potremo rimanere da lei finché non troviamo una casa e un'occupazione.
-Tu pensi che i nazionalsocialisti non arriveranno anche laggiù?
-La Svizzera è neutrale da sempre. Là saremo al sicuro.
Partirono dopo un paio d'ore. Il padre di Anette aveva preparato una borsa con tutti i soldi che erano nella cassa, quasi tremila Reich Mark, sufficienti per tirare avanti tre o quattro mesi, poi avrebbero dovuto arrangiarsi.
Passarono da Heidelberg, poi da Karlsruhe e alle cinque di mattina raggiunsero la periferia di Freiburg. Erano ormai a una settantina di chilometri dal confine svizzero, ancora un'ora e sarebbero stati in salvo. Anette aveva guidato per tutta la strada veloce e tranquilla; non si era mai fermata e non aveva mai dato segni di nervosismo o di stanchezza. John Cally notò però che la ragazza cominciava a dimenarsi un po' sul suo sedile.
-Sei stanca? Vuoi che guidi io per quest'ultimo tratto?
-Io sto bene, gli rispose; sono preoccupata perché da qualche tempo ci viene dietro una macchina.
L'uomo si voltò a guardare: una grossa auto nera, una Auto Union gli sembrò. Procedeva a fari spenti alla loro stessa velocità. Data l'ora il guidatore poteva vedere la strada anche senza accendere i fari, ma era comunque un comportamento strano.
-Pensi che sia la Gestapo? Gli chiese lei con un fil di voce.
-Ci avrebbero già fermati; e poi cosa fa la Gestapo, segue una macchina a caso, tanto per tenersi in esercizio?
-Non direi una macchina a caso, obiettò lei; direi la macchina giusta.
-E chi ha fatto la spia? Lo sapeva soltanto tuo padre.
-Lui no di sicuro, ma mille occhi ti scrutano oggi in Germania e mille orecchi ti ascoltano.
John Cally Filiput sapeva che Anette aveva ragione e che loro si trovavano in pericolo, ma non intendeva terrorizzare la ragazza per cui si mise a ridere.
-Voi tedeschi dite di essere tanto forti e poi crepate di paura per un nonnulla, ma mentre parlava sentiva il sudore gelarglisi sulla schiena e le gambe che gli si erano indurite come pezzi di legno. Si voltò per l'ennesima volta.
-Prova ad andare più veloce e poi rallenta di colpo. Vediamo quello che fa lui.
Anette aumentò la velocità fino a 120 chilometri orari. L'Auto Union nera perse immediatamente contatto e quando la ragazza rallentò a 90 rimase a una distanza doppia rispetto a quella di prima.
-Lo vedi che non c'è da temere proprio nulla? È qualcuno che forse ieri sera ha bevuto un po' e stamattina si è dimenticato di accendere i fari.
-Spero che tu abbia ragione, concluse lei, ma si sentiva alleggerita di un peso.
Arrivarono al confine poco dopo le sei. C'erano sette o otto macchine davanti alla loro e i gendarmi controllavano i documenti con estrema lentezza. L'Auto Union nera sembrava scomparsa. Dopo di loro era arrivato un piccolo furgone azzurro e altro non si vedeva arrivare.
Visto? Le disse lui e si stiracchiò braccia e gambe.
Toccava a loro finalmente e i due gendarmi si avvicinarono e chiesero i documenti in modo garbato, dopo averli salutati con un tocco alla visiera del chepí.
-Li dia a me quei documenti, brigadiere.
Un ordine perentorio. I due gendarmi scattarono sull'attenti coi volti tesi quando videro la targhetta che l'altro aveva mostrato. Un uomo alto, con cappello di feltro scuro e un soprabito nero di pelle. Una divisa ormai nota e temuta in tutta la Germania. John Cally Filiput allungò il collo fuori dal finestrino e vide il muso dell'Auto Union che spuntava da dietro il furgone azzurro.
-Da dove venite? Chiese l'uomo alto ad Anette.
-Da Heidelberg, mentì lei e John Cally capì che erano perduti.
-Credevo fosse un luogo comune che più le donne sono belle più sono bugiarde, e invece devo ricredermi, perché ne ho incontrata una proprio adesso, guarda un po'.
-Ma noi veniamo dalla parte di Heidelberg, insistette Anette.
-Che sbadato che sono! È vero, venite proprio da quella parte. Le farò la domanda in modo più preciso: da dove siete partiti?
-Da Francoforte.
-No, Fräulein Bischof, ancora una piccola bugia. Voi siete partiti da Heusenstamm, dove lei abita insieme a quel signore che le siede adesso accanto. Noi vi abbiamo seguiti da allora.
Lei ebbe un moto di rabbia e John Cally non riuscì a trattenerla.
-Perché non ci avete fermato prima? Gridò.
-Questo glielo spiegherò al nostro Comando, le rispose seccamente l'uomo.
Li separarono subito. Fecero salire lui sulla Auto Union, lei sul furgone azzurro. Quella fu l'ultima volta che John Cally Filiput vide Anette Bischof.
A guerra finita rintracciò l'amica di Basilea di cui ricordava nome e indirizzo. Marianne Viehglocke gli raccontò che dopo un anno di carcere durissimo Anette era stata trasferita in un centro di lavoro e di riabilitazione nei pressi di Cottbus, a pochissimi chilometri dal confine polacco. Aveva ricevuta da lei una lettera e qualche cartolina fino a metà del 1942, poi più nulla. I genitori di Anette erano morti sotto un bombardamento aereo, mitragliati in una strada di Francoforte. Forse era morta anche lei, pensava Marianne, altrimenti si sarebbe fatta sentire.
Quella mattina, partiti dal confine svizzero, nella Auto Union nessuno fiatò. Contrariamente a quanto John Cally temeva non fu picchiato al Comando, né torturato e nemmeno interrogato. Fu trattato in modo decente, e se ne meravigliò moltissimo; arrivarono ad offrirgli addirittura una sigaretta di buona marca e un caffè.
-Zucchero e latte? Chiese il poliziotto in uniforme che gli aveva portato il caffè. Roba da non credere.
Dopo un paio d'ore fu accompagnato in un cortile. Ad attenderlo c'era un furgone scuro dove fu fatto entrare senza che nessuno fiatasse. Sedette sul fondo scomodamente, e appena il furgone si mosse si sdraiò rannicchiandosi in un angolo al buio. Chiuse gli occhi e dopo un po' dormiva. Le ultime ore erano state molto agitate e lo aveva vinto la spossatezza. Si svegliò quando il furgone si fermò con stridore di freni. Si tirò a sedere e attese. Il portellone posteriore fu aperto e John Cally Filiput fu abbagliato dall'improvvisa intensissima luce. Mentre si stropicciava energicamente gli occhi socchiusi gli sembrò di intravedere una forma massiccia che gli faceva ampi cenni di uscire. Non era in grado di muoversi un po' perché non ci vedeva ancora bene, un po' perché aveva le membra intorpidite e indolenzite. Qualcuno entrò allora nel furgone e lo prese per un braccio, una presa forte ma non violenta come di chi voglia aiutare e non trascinare l'altra persona come un sacco di stracci.
Saltarono giù insieme. L'altro continuava a sorreggerlo per un braccio.
-Ce la fai a correre?
Riconobbe immediatamente la voce di Kurt Marx. Lo guardò in viso e gli vide una specie di smorfia, come se stesse soffrendo.
-Dobbiamo attraversare tutto il bosco al di là della strada.
-Arrivi giusto in tempo Kurt, riuscì a balbettare John Cally.
-Appena in tempo. Guarda lì alla tua destra, disse mostrandogli una fossa scavata di fresco. L'avevano preparata per te questa mattina. Ho dovuto faticare molto questa volta, e sono contento di avercela fatta.
Durante tutta la corsa attraverso il bosco Kurt Marx non disse più una parola, ma tenne sempre il suo amico per un braccio, quasi sollevandolo da terra, tanto che lui nemmeno aveva il fiato corto né una goccia di sudore.
Raggiunsero una spianata priva di alberi; affrontarono un altro bosco ancora più folto e intricato di piante basse con un sottobosco impervio, ma Kurt andava come una falciatrice, veloce e sicuro. Alla fine degli alberi incontrarono una recinzione di filo spinato.
-Dall'altra parte è la Svizzera. Vai sempre dritto per oltre tre chilometri, poi troverai una strada sterrata. Vai dalla parte della discesa ed entrerai in un paesino molto tranquillo. C'è una fermata d'autobus, tu ti siedi e aspetti. Sali sul primo che passa e scendi alla Stazione Centrale di Zürich. Mangia un pasto caldo e prendi il primo treno per Milano.
-Un momento, un momento, lo interruppe John Cally; devo fare tutto da solo come nell'ospedale? Vuoi dire che te ne andrai di nuovo?
-Io ho fatto quello che dovevo, di più non mi è concesso. Ora devi fare tutto da solo, ma non correrai nessun pericolo.
-Sono ancora sotto la tua personale protezione?
-Sempre. Come vedi sei vivo e libero. Fai quello che ti ho detto e non ti capiterà nessun inconveniente.
Trasse di tasca una busta di tela rigonfia.
-Qui dentro ci sono abbastanza soldi in franchi svizzeri per sopravvivere un po' di tempo. Poi c'è un passaporto italiano: da questo momento tu ti chiami Giovanni Filippi, nato a Roma nel 1910. I tuoi genitori sono morti quando tu avevi nove anni vittime della "spagnola".
John aprì la busta e ne trasse un passaporto verde con lo stemma sabaudo al centro, due fasci littori ai lati e la scritta in oro "Regno d'Italia". John Cally sfogliò le prime pagine e guardò la foto di Giovanni Filippi.
-Ma non ho più la faccia di uno di venticinque anni, provò a protestare; guarda qui che musetto da ragazzino.
-È una foto di tre anni fa, quando ti hanno rilasciato il passaporto. Allora avevi ventidue anni e quella faccia da bambino, adesso hai solamente un po' di barba sulle guance e i capelli non più a spazzola ma con la riga a sinistra. Però la faccia è quella, stai tranquillo.
Rise e gli mostrò il vuoto al centro degli incisivi superiori.
-Su questo foglietto c'è un numero telefonico di Milano. A chi ti risponderà dirai solamente il tuo nome. Adesso vattene prima che arrivi la Gestapo.
Lo spinse verso il recinto e gli tenne aperto un varco nel filo spinato.
Appena John Cally fu dall'altra parte Kurt Marx si volse per andarsene.
-Ti rivedrò ancora? Gli gridò dietro John.
-Sì, mi rivedrai ancora, gli rispose Kurt senza fermarsi; ma non so quando.
Un attimo dopo era scomparso nella boscaglia.
John Cally Filiput, alias Giovanni Filippi, si fece di corsa il tratto di bosco che lo separava dalla strada sterrata; affrontò la discesa con passo spedito e dopo alcune centinaia di metri scorse le prime case di un paesetto venirgli incontro; erano come quelle che stanno su certe cartoline postali, il tipico quadretto agreste. Non si vedeva anima viva in giro, ma si sentiva un buon odore di biada tagliata da poco. Vide una tettoia con una tabella per orari e una panca e subito vi si diresse. Si fermò un attimo accanto alla vetrina di un panettiere. Non voleva comprare nulla, bensì dare un'occhiata nel vetro per vedersi la faccia. Kurt gli aveva assicurato che era come quella della foto, un ragazzotto con un po' di barba ed era proprio curioso di controllare. Vide riflessa l'immagine di un giovanotto. Era di nuovo ringiovanito di una quindicina di anni, il prodigio si era ripetuto.
Oramai non si poneva più domande su chi fosse e da dove venisse Kurt Marx, gli bastava sapere che sarebbe di nuovo venuto, almeno ancora una volta.
L'autobus che arrivò era vuoto e nessuno vi entrò fino a Zürich. Scese alla Stazione Centrale; comprò giornali in lingua tedesca, francese e italiana, una rivista inglese e si avviò all'interno della stazione per fare il biglietto per Milano. C'erano da aspettare quattro ore, aveva il tempo di rifocillarsi e di fare due passi nei dintorni.
Sul treno nessuno gli rivolse la parola e questo gli andava benone, perché per la maggior parte si trattava di viaggiatori italiani e lui parlava quella lingua molto stentatamente. Si domandava cosa sarebbe successo alla frontiera quando la polizia italiana gli avrebbe fatto domande, ma nessuno gliene fece. Un graduato dei carabinieri diede appena una guardata al suo regio passaporto e glielo ridiede senza proferire una parola.




venerdì 31 dicembre 2010

A U G U R O N I S S I M I A T U T T I V O I

Carissimi lettori abituali del mio blog, il mio augurio per l'anno che viene è che ciascuno di voi realizzi ciò che più ha nel cuore; che possa godere per tutti i dodici mesi di una salute ottima, e che non abbia affatto rogne, o il meno possibile.
Divertitevi, brindate insieme ai vostri cari e ai vostri amici ed entrate gloriosamente nel nuovo anno.
Auguri Nik
Auguri Lenny
Auguri Kermit
Auguri Adriano
Auguri Vittorio Ugo
Auguri Graziana
Auguri Tullix
Auguri Fizzi
Auguri Grande Marziano
Auguri Andre
Auguri Paola S.
Auguri Enrico D.T.
Auguri Mammifero Bipede
Auguri Cinzia
Auguri Cristina B.
Auguri Silvia F.
Auguri a tutti quelli che qui passano o sono passati per errore.
Felice 2011, gente!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

giovedì 30 dicembre 2010

EINBRUCH = FURTO CON SCASSO

-Pronto papà, mi sono entrati in casa e mi hanno portato via un sacco di roba.
La prima cosa che mi è venuta da dire è stato un vaffa, ma che sono scherzi da farmi sotto le feste? Invece era tutto vero.
-Due televisori, l'impianto stereo, orologi, qualche gioiello; insomma a occhio sui dieci mille. Più la porta, che adesso compererò corazzata, ma costa minimo quattro mille. Speriamo che l'assicurazione paghi metà della porta nuova e tutto il resto.
La prima cosa che ho detto è stato, vedi combinazione, quel che gli hanno detto i poliziotti:
-Ma c'è qualcuno che ti vuole male?
Cerchiamo di spiegarci, altrimenti qualcuno potrebbe pensare che la Germania è una plaga di pace e di buoni costumi. Naturalmente succedono scassi qui come in Italia e altrove, ma qui -dato che la giustizia funziona fulmineamente, cioè un processo si fa in due o tre mesi, la condanna è certa dai tre ai cinque anni, e la pena è sicura senza sconti- i delinquenti fanno le cose per benino, non si perdono in tentativi, ma pianificano coscientemente cercando sempre ghiotte prede. Adesso non dico che mio figlio abbia le pezze al sedere, sta benone, ma non è un riccone e poi il suo appartamento sta nel centro del centro della città, in una via a senso unico dove è difficile parcheggiare in condizioni normali, adesso poi coi mucchi di neve e ghiaccio dappertutto pressoché inagibile. Dico io, questa gente avrà avuto bisogno di parcheggiare l'auto per almeno un quarto d'ora, forse di più, e nessuno se n'è accorto? E poi come facevano a sapere che non c'era nessuno in casa? Una famiglia con due bambini di tre anni di solito non si assenta per tanto tempo.
Il Criminalista della Kripo che è intervenuto più tardi ha trovato anche lui la cosa strana. Stessa domanda del collega: qualcuno le vuole far del male? Perché certi Einbruch vengono fatti altrove e non in centro città. E se lo dice l'esperto mi sento confortato.
Carino è stato il racconto di mio figlio di come è andata la faccenda. Appena arrivato davanti alla porta e constatato che era stata forzata -con un piede di porco- lui da bravo ragazzo non è entrato ma ha telefonato alla polizia.
-Non entri, aspetti i colleghi.
Tre minuti, tre.
Quattro poliziotti, quattro. Tirano fuori le pistole ed entrano nell'appartamento.
Come nei film. Guardano dappertutto, anche sotto il lettone, anche dentro gli armadi.
-E se fossero stati ancora dentro? Dice il caposquadra. È già successo.
Poi si mettono a lavorare alla ricerca delle impronte digitali.
Nada de nada.
-Con questo tempo tutti portano i guanti, fa uno dei poliziotti; nemmeno provare a chiedere se qualcuno ha veduto gente coi guanti girare qui intorno.
-Controlli cosa manca, fa un altro.
Tutto molto molto professionale.
Quello che però è il danno maggiore, che nessuna compagnia assicurativa può lenire, è il danno morale. La sicurezza è stata infranta, quel senso di benessere che i tedeschi chiamano in due modi "Heim" e soprattutto "Zuhause". Ecco è il Zuhause che si è infranto. L'ho capito dalla voce dimessa di mio figlio, dal tono di cane bastonato.
Ho pensato: e se dovesse capitare qui da noi? Noi abbiamo la porta a vetri, basta un calcio e va giù, nemmeno il piede di porco o di agnellino. Ho letto la paura negli occhi di Annamaria.
-Qui a Maximiliansau non è successo mai niente. Le ho detto.
-Nemmeno nel centro del centro di Karlsruhe però, mi ha risposto prontamente.
Ho cambiato argomento e spero che non legga questo mio post.

mercoledì 29 dicembre 2010

IL CUGINO ADOTTIVO ECCETERA SETTIMA PUNTATA

7

Nei due anni che seguirono John Cally Filiput dovette inventarsi una vita nuova, perché si era accorto che il tempo per lui scorreva in modo diverso, più lentamente e comunque gli sembrava di ringiovanire giorno dopo giorno e non di invecchiare.
Non si era più potuto presentare al suo vecchio posto di lavoro ai Mercati Generali perché non sapeva come giustificare ai vecchi colleghi la sua metamorfosi. Cambiò città, andò prima ad abitare a Wiesbaden, poi a Francoforte dove trovò lavoro come magazziniere in una ditta di lavorazione delle pelli: tutto il giorno a impaccare borse, borsette, cinghie e valige. La figlia del padrone era una ragazza sveglia e molto carina. Teneva la contabilità in un ufficio del secondo piano, e le bastava affacciarsi alla finestra che dava sul cortile interno per chiamare tutti gli operai che voleva; però chiamava soltanto "Johnny" da quando era arrivato lui.
Allora John Cally scendeva la sua rampa di scale, attraversava il cortile e saliva i dodici gradini delle scale degli uffici fino al secondo piano. Lei lo faceva sedere, gli offriva caffè o the a seconda dell'ora, qualche volta anche dei biscotti; poi si metteva a parlargli di qualsiasi argomento senza preferenze, naturalmente in inglese per esercitarsi in quella lingua, gli diceva; ma a lei interessava poco in che lingua parlare, voleva solo che lui si soffermasse nel suo ufficio. Alla fine, quasi per giustificare il tempo che gli aveva portato via, si decideva a commissionargli un paio di sciocchezze, le prime che le saltavano in mente, e lui se ne poteva ritornare alle sue occupazioni tra gli ammiccamenti e i sorrisetti degli altri operai. Lo avevano capito tutti che la giovane e graziosa Anette aveva preso una bella cotta per lui, ma la ragazza viveva insieme con un tedescone alto e segaligno dai capelli rossi come i baffi che gli spiovevano sulla bocca, che sembrava geloso anche delle ombre. Per questo John Cally Filiput non volle farsi illusioni, ma si sforzò di pensare che Anette fosse soltanto curiosa. Glielo aveva pur detto più di una volta: non riusciva a capacitarsi di come un quarantenne potesse essere così asciutto e senza rughe, con tanti capelli in testa e muscoli così sodi; insomma che lui dimostrasse poco più di ventitré o ventiquattro anni (venticinque, gli veniva subito di pensare, proprio gli anni che teneva a Ypres; ma di questo non aveva mai fatto parola con nessuno e nessuno immaginava che lui avesse combattuto nella Grande Guerra).
Curiosità femminile, concluse: d'altra parte se ci è andata a vivere insieme dovrà pur piacerle il suo spilungone roscio.
Ma una mattina Anette lo chiamò per pregarlo di andare col Magirus-Deutz, una motrice da 80 quintali, fino a casa sua in un paesetto dall'altra parte del Meno per caricare dei bauli.
-Chiamo un paio di uomini, disse John Cally Filiput.
-Non c'è bisogno di nessuno. Franz Joseph sta già aspettando, rispose lei; la aiuterà lui.
E così John Cally partì col camion seguendo la Benz 170 grigia e nera della ragazza.
Lei se lo perse due volte e dovette fermarsi perché lui la raggiungesse. La seconda volta scese dalla sua elegante vettura per chiedergli:
-Ha qualche problema col camion?
-Questo camion va a nafta e non a benzina, rispose lui piccato; e poi le marce non sono sincronizzate come sulla sua berlina.
Dal tono della voce lei capì che "Johnny" era molto adirato; non doveva commettere con lui gli stessi errori fatti con Franz Joseph, un uomo non va mai umiliato. Gli chiese scusa e si adattò a trottargli davanti al muso del Magirus-Deutz e non più a galoppare.
Franz Joseph il rosso li aspettava all'ingresso della piccola villa vestito come per andare alla funzione religiosa della domenica. John Cally Filiput entrò nel cortile a marcia indietro, sganciò e ribaltò la sponda posteriore e salì insieme al rosso i pochi gradini della veranda. I bauli erano già belli e pronti, allineati gli uni accanto agli altri, di grandezza media e non troppo pesanti.
Mezzi vuoti, pensò John Cally per via di una acquisita consuetudine alla constatazione statistica. Erano destinati a due persone ma la metà mancava. Quindi il tizio sta partendo, concluse e si sentì più allegro e i bauli gli sembrarono ancora più leggeri.
Dovette aiutare a caricare anche una poltrona di pelle, un paralume coloratissimo e una bassa commode di stile francese.
Sbaraccato, pensò John Cally e assistette tranquillamente al freddo commiato dei due: una stretta di mano come tra due vecchi camerati. Poi Anette chiuse la veranda e il cancello con le chiavi che il rosso Franz Joseph le aveva restituite e si avviò alla sua Benz. Mise in moto e scomparve.
L'uomo dal pelo rosso disse a John Cally Filiput di seguirlo. Aveva un piccolo cabriolet di fabbricazione inglese che guidava molto lentamente. Riattraversarono il ponte sul Meno, poi tutta Francoforte e arrivarono nella Nordweststadt nel quartiere di Heddernheim, in una viuzza nei pressi di un parco alberato.
-Bello qui, provò a dire John Cally Filiput; ma l'altro non voleva attaccare discorso. A lavoro ultimato gli mise una banconota in mano con freddezza.
-Veramente bello qui, esclamò di nuovo John Cally senza nemmeno ringraziare; meglio che dall'altra parte, aggiunse ridacchiando, tanto non doveva più alcun rispetto per il perticone defenestrato.
Anette era sparita anche lei e a John Cally non andava di agitare le acque con domande inopportune. Risolse tutto Adriana, la cuoca napoletana tuttofare, che furba come una volpe da un pezzo aveva capito tutto; ci pensò lei a togliergli l'ansia di dosso.
-Fräulein Anette si è presa una settimana di ferie per riprendersi dallo stress della separazione. Vedrai che quando ritorna sarà freschissima e piena di nuova voglia di vivere e di fare all'amore.
Era appena tornata infatti che lo pregò di andare a casa sua a sistemarle una stanza, che era poi quella usata da Franz Joseph come ufficio. John Cally gliela imbiancò e tappezzò in un fine settimana. Lei cucinò per lui in modo irresponsabile e indecente, e capì in quel momento che il bell'italo americano aveva un palato molto più fine del suo ex, e che pertanto si sarebbe dovuta procurare un ottimo libro di cucina.
Quando tre settimane dopo lui trasferì i suoi bagagli in quella bella dimora Anette volle cucinare la prima cena tutta da sola, lasciandolo in grave imbarazzo: non erano ancora mai stati a letto insieme, e John Cally temeva che quel pasto gli avrebbe rovinato la prima notte d'amore. Lo temeva fino a quando assaggiò il primo boccone di lasagne: assolutamente eccellenti.
-Incredibile, esclamò. Come hai imparato?
-Mi sono fatta aiutare da Adriana; l'ho trascinata qui tutte le sere e adesso credo di potermela cavare anche con piatti complicati.
Aveva ragione: John Cally Filiput sapeva che le lasagne erano un piatto molto complicato, e quelle che stava mangiando erano squisite.
Il risultato della notte d'amore fu ancora più brillante a suo giudizio. Mai provato niente di simile, gli avrebbe risposto Fräulein Anette se lui l'avesse interrogata in merito, ma non aveva bisogno di farlo: sapeva che dall'ultimo incontro con Kurt Marx nell'ospedale di Mainz tutto era migliorato, ringiovanito e rinvigorito, proprio tutto.
Iniziò in modo così eccellente il periodo più bello della vita di John Cally Filiput, ma durò solamente poco più di un anno e mezzo.

martedì 28 dicembre 2010

IL CUGINO ADOTTIVO DI K. M. SESTA PUNTATA

6

C'era però ancora una speranza e John Cally Filiput si aggrappò a quell'ultimo filo. Si recò nella biblioteca municipale di Richmond e consultò tutti i libri che parlavano di Karl Marx e della sua famiglia, un lavoro che gli portò via tre settimane di tempo. Alla fine conosceva tutto della sua filosofia ma poco sulla sua famiglia, troppo poco, quasi solamente accenni. Comunque ora sapeva che il grande Karl aveva avuto tre sorelle e soltanto un fratello, più giovane di lui di alcuni anni, che però era morto tubercoloso ancora ragazzo. Due erano gli zii da parte di padre: il primo era morto a venti anni in guerra, una delle tante combattute in quel secolo, l'altro aveva sposato una lussemburghese ed era vissuto per lunghi anni a Trier. Non c'era scritto se avessero allevato figli del proprio letto o adottivi, ma John Cally Filiput decise immediatamente che doveva cominciare le ricerche da Trier.
Nell'antichissima città renana, l'Augusta Trevirorum degli antichi romani, scartabellando tra polverosissime carte e registri voluminosi, trovò che Ignazio Marx e la sua signora lussemburghese avevano passato la maggior parte della loro vita comune a Limburg, una splendida cittadina dell'Assia posta quasi al centro del Parco naturale dell'Alto Taunus, e che ivi erano morti e sepolti.
Il viaggio in terra germanica di John Cally Filiput terminò nel cimitero di Limburg, dove in una grande tomba a forma di cappellina gotica riposavano cinque salme: Ignazio Marx, sua moglie Annalise nata Gauthier, suo figlio Erbert Ludwig Marx, la moglie di questi Maria Assunta Barbarelli di chiare origini italiane, e per ultimo tale Kurt Marx, nato nel settembre 1891 e morto nel mese di luglio dell'anno 1916. Non c'erano fotografie secondo l'usanza tedesca, ma tanto quel Kurt non poteva certamente essere quello che lui aveva conosciuto.
Un'omonimia, pensò, che aveva fatto venire voglia al suo Kurt di mettere in giro tutte quelle frottole sulla parentela col grande filosofo materialista; oppure chissà come si chiamava e quella piastrina chissà come era finita appesa al suo collo. E questa poteva essere la spiegazione più logica, visto che il suo Kurt sembrava non essere mai esistito con quel nome.
John Cally Filiput si rassegnò e mise una pietra sopra tutta la faccenda. Aveva conosciuto una ragazza di Mainz e iniziò a convivere con lei lavorando come scaricatore e operaio tutto fare ai Mercati Generali di Mainz. In America si era diplomato in computisteria e amministrazione aziendale, ma non conosceva la lingua tedesca tanto bene da poter entrare in una Banca o in un ufficio privato di ragioneria; si adattò a fare un lavoro pesante e umile intanto che imparava la nuova lingua dalla sua Margarete, che era insegnante elementare.
Per cinque anni si amarono, per quattro si sopportarono e all'inizio della primavera del 1929 si lasciarono con gran rumore di stoviglie distrutte e di porte sbattute.
Nemmeno pensare di tornare negli Stati Uniti, dove dopo il crollo della Borsa di New York la disoccupazione dilagava e la gente si scannava per un tozzo di pane. Continuò a lavorare ai Mercati Generali di Mainz, dove i soldi gli arrivavano ogni mese sicuri anche se non riceveva mai aumenti. In compenso adesso che parlava la loro lingua lo avevano messo in un ufficio a tenere registri di carico e scarico delle merci. Faceva quindi il suo lavoro e avrebbe dovuto essere contento, invece deperiva ogni giorno di più, come se non mangiasse abbastanza. Per mangiare mangiava, quel che capitava e dove capitava, soprattutto in quei chiostri che i tedeschi chiamano "Schnell Imbiss", specie di tavole calde, dove per pochi Pfennige ti danno una fetta di pane e una salsiccia arrostita bella calda con sopra un sugo molto piccante. A casa non cucinava mai, troppo fastidio nel preparare e troppa puzza da mandar via. Ottima cosa gli Schnell Imbiss, niente piatti da lavare e dopo aver mangiato buttare giù un paio di birre freschissime e la pancia era piena.
Ma deperiva di giorno in giorno, e quando gli capitava di incontrare gente che non vedeva da qualche tempo si meravigliavano sempre tutti per come si era ridotto. "Sei invecchiato di brutto, gli dicevano tutti: lavori troppo o fai troppo all'amore".
Ma di quello neanche parlare, non toccava più una donna da un sacco di tempo e l'ultima volta che ci aveva provato era stato un disastro, con il suo pezzetto che dopo due o tre miserabili tentativi si era definitivamente afflosciato lasciandolo seminudo alla mercé degli improperi della signora delusa e offesa a morte. Era tornato a casa con un tremendo bruciore di stomaco che non lo aveva lasciato dormire. Da quella volta non aveva più provato ad andare a letto con una donna temendo di fare nuovamente cilecca.
I bruciori di stomaco continuavano però quasi ogni notte, da un po' di tempo anche di giorno, soprattutto appena aveva iniziato un pasto, tanto che si poteva dire che ormai quasi solo bevesse e assai poco mangiasse. Gli si erano molto diradati i capelli e i superstiti erano tutti grigi e secchi, cosicché a poco più di trentasette anni sembrava un vecchio di almeno sessanta.
Lo trovarono una brutta mattina sul pavimento, piegato in due accanto alla sua scrivania, con le braccia rigide avvinghiate intorno ai fianchi e la bocca spalancata alla ricerca di aria. In ospedale gli diagnosticarono molteplici acciacchi più o meno gravi e una perfida ulcera perforata. La sera stessa fu operato, e a notte fonda lo portarono nella stazione di rianimazione.
Fu infibulato e incannulato a dovere, mentre una suora anziana ed efficiente non lo perdeva un momento d'occhio. John Cally Filiput dormiva tutto il tempo e quando apriva gli occhi in qualsiasi momento della notte e del giorno gli capitava sempre di vedere la sua monachina affaccendarsi intorno a lui. Gli dava una sensazione di benessere e di tranquillità sapere che una persona vegliava su di lui, non gli succedeva più dai tempi della sua infanzia. Richiudeva gli occhi e tornava a dormire beatamente. Ma una notte che si era svegliato di soprassalto per il gran rumore, vide che non c'era soltanto la sua suorina accanto a lui ma anche alcuni infermieri e un paio di medici. Lo presero e lo caricarono sopra una lettiga.
-C'è una emorragia, gli sussurrò la sua suora; si faccia coraggio e preghi.
-Mi operano di nuovo? Le chiese.
-E di gran carriera per evitare la peritonite. Io pregherò tutto il tempo per lei.
In ginocchio accanto al suo letto, completamente assorta nella preghiera, la rivide alcune ore dopo, chissà quante, parecchie però perché ormai albeggiava.
-Com'è andata? Riuscì a chiederle con un filo di voce.
-L'operazione è andata bene, gli rispose la monaca in un sussurro.
-Sto morendo, vero sorella?
-La sua vita è nelle mani del Signore.
John Cally Filiput chiuse gli occhi reprimendo un singhiozzo. Adesso che era arrivato alla conclusione dell'ultimo capitolo del suo libro privato si rendeva conto di quanto fuggevolmente ne avesse letto le parole. Chi era stato che gli aveva detto che la vita era un foglio scritto sul quale tutti gettavano occhiate di sfuggita, e se anche riuscivano a vedere bene qualche particolare si lasciavano sfuggire tutto il resto? Chi glielo aveva mai detto?
-Tuo nonno Calogero, disse una voce d'uomo.
Aprì gli occhi di colpo. La suora era scomparsa, ma nella semioscurità della stanza intravide una sagoma alta e robusta.
-Non mi hai ancora riconosciuto?
Quella voce non l'aveva mai sentita, ma qualcosa aveva immediatamente attratto la sua attenzione nel viso dell'uomo che era entrato nella sua stanza, facendogli sobbalzare il cuore: tra gli incisivi superiori c'era un vuoto, un'assenza fatale.
-Kurt! Gridò. Kurt Marx! Allora sei vivo...oppure no, aggiunse immediatamente rabbuiandosi; forse sono io che sto morendo.
-Ascoltami John. Noi non ci vedremo più per un bel po' di tempo, ma tu non devi temere pericoli perché sei sotto la mia personale protezione.
-Non ti capisco Kurt: sei appena arrivato dopo un secolo che non ti vedo e già mi fai capire che te ne riandrai velocemente come sei venuto.
-Tutto di corsa, gli rispose Kurt Marx.
-Ci sono tante cose che mi dovresti spiegare.
-Adesso no, non è il momento. Adesso io uscirò di qui. Subito dopo tu ti alzerai da quel letto e abbandonerai l'ospedale.
Lo vide scomparire in un attimo, mentre avrebbe avuto tanto bisogno di averlo con sé. Gli aveva detto di alzarsi dal letto e di andarsene dall'ospedale, ma come poteva? Era stato operato da poche ore per la seconda volta. Però si sentiva bene, come mai si era sentito, fresco come un ragazzo. E poi doveva aver fiducia in Kurt Marx, che era venuto di persona a rimetterlo in sesto.
Si sfilò gli aghi ipodermici dalle braccia, saltò giù dal letto con una agilità che non aveva più da tempo immemorabile, aprì l'armadietto e ne trasse i suoi vestiti cominciando a vestirsi. Era allegro come un ragazzo che ha marinato la scuola. In un attimo fu pronto, ma pensò che non poteva andarsene senza prima ringraziare la buona monachina che tanto si era data da fare per lui. Si accinse a cercarla in corsia, ma proprio in quel momento la suora entrò. Gli passò accanto veloce col suo solito fruscio e il buon profumo di vesti lavate di fresco, e tirò su le tapparelle facendo entrare la luce del giorno nella stanza. Si voltò e lo vide.
John Cally Filiput provò ad assumere un'espressione adeguata per una persona che prende commiato con dispiacere, ma anche con la soddisfazione di avere salvato la pellaccia. Stava per aprir bocca quando la suorina lo assalì.
-Cosa ci fa lei qui dentro? Non lo sa che le visite a quest'ora sono proibite, e chi l'ha fatta entrare nella camera dei un degente grave?
Non gli lasciò il tempo di rispondere perché aveva dato un'occhiata al letto e si era accorta che era vuoto.
-Oh, Dio mio! Oh, Dio mio! Cominciò a gridare; che fine ha fatto quel povero vecchietto? Dov'è andato? Non può muoversi, è gravissimo, è più morto che vivo. È stato lei, urlò avventandosi addosso a John; lo ha aiutato lei, da solo non ce l'avrebbe mai fatta.
John Cally Filiput fece un passo indietro cercando una parola, una frase, una sillaba che non gli veniva in bocca, mentre la monaca si precipitava fuori fuori dalla stanza gettando l'allarme.
John si avvicinò allora al lavabo e si guardò dentro lo specchio. Ecco perché la suora non lo aveva riconosciuto: il vecchietto grigio, rugoso e spelacchiato che poco prima giaceva nel letto non c'era più. Al suo posto John rivide se stesso com'era ai tempi della campagna del Belgio. Non stette un solo minuto a riflettere sul perché e il percome della sua trasformazione. Intascò la sue cose e uscì velocemente dalla camera. Incontrò infermieri che accorrevano da più parti, ma nessuno si curò di lui. Dopo pochi minuti e alcune rampe di scale arrivò nel cortile e affrettò il passo verso l'uscita.