venerdì 29 aprile 2011

LUDOVICO FELTRINELLI

Parte quinta e ultima


L'uomo non variò la sua posizione neanche quando i suoi visitatori si fermarono a due passi di distanza. Squadrò Ludovico dall'alto in basso apparentemente assai compiaciuto di quel che vedeva.
"Ben arrivato, Chiccò", esclamò poi con un gran sorriso gioioso.
Ludovico sentì un brivido corrergli da per tutto, perché dalla morte di sua madre nessuno più lo aveva chiamato con quel vezzeggiativo, e perché un lampo gli attraversò la mente: quel bambino che ancora gli teneva la manina nella sua era Chiccò a quattro anni, era lui stesso di allora, lo aveva finalmente riconosciuto. Ma come era possibile, si chiese, che fosse vivo in carne e ossa? E il ragazzo allora? Quello era Ludovico a quindici anni, l'ultima volta di Chiccò gli veniva da dire. Neanche il ragazzo era una visione, bensì in carne e ossa pure lui: loro due non si erano toccati, però aveva visto i fiori piegarsi sotto i suoi piedi, aveva udito lo scalpiccio dei suoi passi mentre gli camminava innanzi, e appena gli era apparso, mentre gli si avvicinava correndogli incontro, aveva avvertito un leggero tremito del suolo, lo poteva giurare. Ma era tutto così confuso adesso nella sua mente.
"È normale che tu sia confuso, figlio mio", gli disse il padre; "ti stanno accadendo cose che mai avresti immaginato".
"Perché lui è rimasto così piccolo?" gli chiese. "Perché l'altro ha ancora quindici anni e non può venire in questa valle? Perché tu sei come in quella fotografia, e perché mia madre mi si è mostrata velata?"
"Se vuoi capire devi pensare diversamente da come sei abituato, e accettare quello che ti dirò senza tanto rifletterci sopra. Siediti e ascolta".
Sedette anche il piccolo Chiccò, che non gli aveva mai lasciato la mano.
"Quando io sono arrivato in questa valle", iniziò a dire il padre,"mi sono portato dietro tutto il mio mondo: te come eri allora", disse indicandogli il bambino, "tua madre e i tuoi fratelli", e indicò dietro alle sue spalle.
Ludovico si volse e li vide, seduti in semicerchio a una decina di metri da lui, due ragazzi e tre ragazze e in mezzo a loro in piedi una donna che si tirava uno scialle davanti al viso.
"Vedi come la mamma si copre il viso? Perché lo fa? Non vuole che io la veda oppure è lei che non vuole vedere me?"
"Se mi lasci parlare capirai", rispose il padre paziente.
Sedette di fronte a lui. Gli era così vicino che Ludovico avrebbe potuto toccarlo, ma non ne aveva il coraggio. Inconsciamente si ritrasse stringendo a sé il bambino.
"Ti ho detto che ho portato qui il mio mondo, figlio mio. Ho portato te come eri e loro come erano e come rimarranno, perché per me il tempo si è fermato in quel momento. Tua madre ha fatto lo stesso quando è morta: Chiccò quindicenne appartiene al suo mondo, non al mio, per questo ti ha condotto da lei, e là tu hai incontrato i tuoi fratelli e le tue sorelle senza nemmeno accorgertene. Per quanto riguarda questo mio abbigliamento ti risponderò che mi hai riconosciuto subito perché tu ricordavi solamente l'uomo della fotografia come tuo padre. Sei tu che mi vedi così, io sono diverso, ma tu non potresti vedermi come sono. Hai capito?"
"Vuoi dire che ognuno di voi è la proiezione del ricordo degli altri? Siete come delle vecchie fotografie di parenti che la gente si tiene nel portafogli o dentro una cornice dorata sopra il comò?"
"Esisteremmo anche se non avessimo nessuno a ricordarsi di noi, tu mi hai frainteso. È come quando stai davanti allo specchio: quello che ci vedi riflesso dentro sei tu, ma l'immagine non è reale, è rovesciata".
"Per questo si parla di immagine speculare".
"Giusto. Qui però tu stai dentro allo specchio e quella che vedi è l'immagine reale. Sei tu l'immagine speculare. Mi hai capito?"
"No, non ci capisco più niente; mi hai completamente fuorviato".
"Non è così importante che tu capisca adesso. La volta che arriverai qui per rimanerci capirai tutto e scoprirai il mondo, come ha fatto lui" e gli indicò il bambino.
"Dimmi almeno perché la mamma non si lascia guardare in viso da me".
"Per non spaventarti".
"Perché dovrei?"
"Perché non vedresti nulla, né i lineamenti di una donna né la fisionomia di tua madre; vedresti un volto bianco e senza forma come un pezzo di marmo non ancora scolpito".
"Ma perché?"
"Quante volte hai pensato a tua madre da quando è morta?"
Ludovico abbassò gli occhi al suolo.
"Rispondimi".
"Mai".
"Potresti immaginarti il suo viso come era in quel suo ultimo giorno?"
"Mi ricordo tutto di lei, come era e come parlava, quando io ero piccolo come lui e tu eri ancora vivo".
"Non mi hai risposto".
"No, non ricordo niente di quel giorno".
"Allora l'hai perduta per sempre: tu non potrai più vederla e lei non vorrà più vedere te".
Ancora una sconfitta con una donna, pensò Ludovico, ma questa era la più dolorosa di tutte. Sentì diventargli la bocca amarissima; non poteva più trattenere le parole che da un pezzo avrebbe voluto gridare.
"Io devo confessare un delitto, papà"
"Lo conosco: stavi per rinunciare a vivere; hai addirittura chiesto una morte indolore, come se fosse possibile morire senza sofferenza".
"Non intendevo questo. Io ho ucciso un bambino".
"E lui già ti aspetta nella valle che sarà la tua. Dovrai prenderti cura di quel bambino, perché lui oramai appartiene a te e al tuo mondo".
Ludovico scosse la testa con forza.
"Ti sto dicendo che io quel bambino l'ho travolto, l'ho ucciso e l'ho abbandonato, e tu rimani indifferente?"
"Qui da noi non si giudica il comportamento degli altri; non si è più avvezzi a discutere sulle intenzioni come eravamo abituati a fare prima di arrivare nelle nostre vallate. Tutto quel che succede da voi è un insieme di atti di vita quotidiana: noi registriamo il riflesso di ogni vostro atto con estrema tranquillità e imparzialità. Non c'è applauso né biasimo".
"E non è cinismo tutto questo?"
"Niente affatto, è pura constatazione della realtà. Pensa piuttosto a quanta ipocrisia c'è da voi, dove un peccatore viene giudicato colpevole da altri peccatori. Credimi, figlio mio, il tuo delitto è stato rifiutare la vita, non l'aver ucciso un bambino. Questo è avvenuto per un accidente, ma il rifiuto è avvenuto per una tua scelta cosciente".
Si alzò da terra e gli tese una mano.
"Viene, ti mostrerò qualcosa che ti darà pace".
Ludovico lo seguì, stringendo forte la manina di Chiccò nella sua. Gli venne da ridere: tutti e tre in fila indiana, il padre avanti che lo teneva per mano e lui che tirava Chiccò dietro di sé, gli rammentò l'arte di camminare in fila degli elefanti nel circo, che si tengono con la proboscide alla coda del compagno che li precede.
Suo padre proruppe in una risata.
"È successo la prima volta che ti ho portato al circo, avevi due anni, Chiccò. Tutti quegli elefanti uno dietro l'altro non li hai più dimenticati a quel che pare".
Rise di nuovo, e rise anche Ludovico, dapprima a mezza bocca poi sonoramente, ché era da tempo che non rideva così di cuore. Si voltò a guardare il bambino che rideva a crepapelle: certamente per lui il ricordo era ancora più vivido.
Salirono l'erta di una collina blu completamente senza fiori e ridiscesero nella valle sottostante. C'erano soltanto tre case distanziate le une dalle altre. Il padre guidò il gruppetto verso l'ultima e senza attendere fuori vi entrò.
Un giovanotto teneva abbracciato un uomo più anziano stringendone al petto con forza la schiena come per proteggerlo, per consolarlo. L'uomo anziano teneva sulle braccia abbandonato il corpo insanguinato di un bambino. Guardava quel corpicino martoriato senza emettere un lamento, senza una lacrima.
Ludovico liberò le mani da quella di suo padre e di Chiccò e si avvicinò, per osservare il bambino da sopra le spalle dell'uomo più anziano.
"È il mio bambino!" esclamò rivolto al padre rimasto fermo sull'entrata della casa. "È il bambino che ho ucciso io".
"Ti sbagli", gli rispose il padre senza esitazioni. "Il tuo bambino è già in un'altra valle qui vicina che attende il momento in cui tu lo raggiungerai".
"Ma è questo qui, ti dico! Lo riconosco. Non sono ancora riuscito a togliermi dagli occhi quel visetto minuto e pallido, quelle mani diafane spalancate come per aggrapparsi al cielo. Non posso sbagliarmi: è lui, è proprio lui, ti dico".
"No, quello sono io", insistette suo padre avvicinandosi. "Sono io mezzo morto dopo un incidente gravissimo quando non avevo ancora sette anni; e quello che mi tiene fra le braccia e mi contempla è mio padre, tuo nonno".
"Mamma mi raccontava di questo incidente nel quale quasi perdesti la vita e che ti lasciò sempre un po' zoppicante: mi diceva che cadesti dall'alto di un fontanile di marmo e che battesti violentemente la faccia sul selciato. Un amico di tuo padre ti ricondusse a casa e tuo padre non riusciva a riconoscerti tanto la tua testa era gonfia e il viso deformato".
"Il giovanotto che vedi abbracciare mio padre è quell'amico di allora. Chiedi conferma a lui, se vuoi sapere chi è quel bambino ferito".
"Lo so benissimo che quello è il mio bambino, ma voglio farti contento".
Toccò con una mano la spalla del giovanotto che si girò a guardarlo. Il volto che Ludovico vide lo atterrì, perché quello era il suo volto di quando aveva ventidue anni ed era uscito per sempre dalla vecchia casa paterna, abbandonando madre fratelli e sorelle senza più farsi vivo. Rimase un attimo a guardarlo a bocca aperta mentre l'altro lo fissava con astio.
Ludovico si volse allora verso suo padre per una spiegazione, ma suo padre ormai gli volgeva le spalle. Solo Chiccò ricambiava il suo sguardo senza fiatare, ma con una enorme tristezza dentro gli occhi.
Ebbe un fulmineo presagio e si abbassò per vedere in viso da vicino suo nonno: appena il vecchio alzò la testa Ludovico ne fissò il volto e vide il proprio come in uno specchio, o forse era vero che stava lui dentro allo specchio a riflettere quella faccia. Gettò un'ultima occhiata al bambino insanguinato e raggiunse suo padre, che ostinatamente gli volgeva le spalle.
"Dunque è così che è andata? Ho travolto te, ho ucciso te? Il cerchio della mia esistenza si chiude qui, non è così? Rispondimi, ti scongiuro! Aiutami a liberarmi di questo tourbillon di verità, di misteri e di angosce che adesso mi aggredisce. Fammi capire papà, non lasciarmi sprofondare".
Il padre si girò lentamente, gli prese le mani nelle sue e le strinse con forza.
"Ascolta, figlio mio: tu adesso chiudi gli occhi e io ti riconduco nella mia vallata, da cui ripartirai per tornartene indietro da dove sei arrivato. Non pensare più a quello che hai veduto qui da noi. Dimenticalo. Non cercare di capire, figlio mio".
"Ma io voglio capire. Io devo capire tutto. Non potrei andare avanti ormai senza aver capito".
"Se capisci tutto dovrai rimanere qui per sempre, non tornerai più indietro. Dammi retta, Chiccò: continua la tua esistenza nella totalità del suo mistero".
E poiché vide che Ludovico tentennava il padre aggiunse scandendo le parole:
"Tu adesso puoi scegliere tra la conoscenza e la vita".
Si volse e si incamminò verso la sua vallata, portandosi via per mano il piccolo Chiccò.
Ludovico rifletté appena un attimo mentre guardava il padre allontanarsi col bambino che gli trotterellava al fianco.
"Allora io resto" gli gridò.
Diede un'occhiata intorno e proprio in quel momento vide i fiori diventare bianchi e le colline diventare color rosa, come se il cielo avesse ingoiato tutto il blu e prosciugato il rosso dei fiori.

Nello stesso istante, in un lettino del reparto di rianimazione dell'ospedale dove lo avevano ricoverato, un uomo di trentadue anni, vittima di un misterioso incidente stradale, uscì per un attimo dal coma profondo in cui era sprofondato, distese i muscoli della faccia in un largo sorriso come se fosse immensamente felice, e morì.




domenica 17 aprile 2011

LUDOVICO FELTRINELLI

Parte quarta


Non conobbe mai la durata di quel viaggio, perché quando ebbe fine aveva dimenticato da quanto tempo era incominciato e come. Ma non era curioso di saperlo, per meglio dire, non gliene importava un fico secco.
Lo incuriosiva troppo il posto dove era atterrato e gli odori che adesso gli entravano nel naso, odori liberi, immediati; ecco quello che istintivamente pensò: liberi e immediati erano gli odori in quel posto. S'era subito accorto che gli bastava sfiorare con lo sguardo un oggetto da lontano per gustarne il profumo, senza esserci costretto a metterci il naso sopra. E che oggetti! Fiori, solamente fiori niente alberi, nemmeno uno; e niente montagne, soltanto una pianura in fiore e colline per sfondo. Dove non c'erano fiori la terra era nuda, priva d'erba, ma non aveva il colore della terra che lui conosceva, era di un blu intenso e i fiori rossi come gocce di sangue, schizzi di rosso come fuochi in un mare blu scuro. Il cielo invece era completamente rosa. Non c'era sole, non c'era ombra ma tanta luce e tepore, aria tiepida, gradevole e neanche un alito di vento.
Dopo averlo avvertito dentro il naso sentì quel posto dentro le orecchie: un mormorio basso, lontano, di gente che cantava a bocca chiusa, che si raccontava storie a bassa voce come capita a teatro prima che il direttore d'orchestra raggiunga il suo podio, ché allora tutti ammutoliscono. Qui mancava il maestro, e però mancava anche il pubblico, perché non c'era anima viva a perdita d'occhio, solo fiori rossi e colline blu, ma il mormorio levitava nell'aria, galleggiava sopra i fiori; era la voce di un popolo assente lasciata lì forse per ricordare, per ammonire "bada a come ti comporti, ché presto noi ritorneremo".
E Ludovico allora partì. Si mosse verso le colline blu per vedere se il popolo mormorante fosse raccolto in un'altra vallata dietro alle colline. Badava bene a dove metteva i piedi, perché lì non c'erano strade e lui non voleva calpestare e abbattere quei fiori così belli drizzati verso il cielo.
Il ragazzo sbucò correndo agilmente dal versante opposto della collina più vicina, e sempre correndo gli arrivò a due passi e si fermò. Lo guardava con un mezzo sorriso senza dir nulla. Quel viso Ludovico lo riconobbe all'istante, ma tenne la scoperta per sé: gli sembrava un segreto che era meglio non rivelare, per cui chiese al ragazzo:
"Chi sei? Da dove vieni?"
Il ragazzo si girò di fianco e con una mano gli mostrò la direzione da cui lo aveva visto arrivare.
"Chi c'è di là, la tua famiglia?"
Continuava a sorridergli a mezza bocca senza rispondere.
"Cosa facciamo adesso?"
"Seguimi".
Ludovico lasciò risuonare più volte quella parola dentro la sua mente, finché la memoria gli confermò che non aveva del tutto dimenticato quella voce. Si incamminò quindi dietro al ragazzo senza chiedergli più nulla. Arrivato sulla cresta della collina il ragazzo si era fermato.
"Lui è laggiù", disse.
"Lui, chi è?", chiese Ludovico.
"Il padre".
Guardò nella direzione che il ragazzo gli indicava e vide nella nuova valle che gli si apriva davanti, del tutto identica a quella che si era lasciato alle spalle alcune costruzioni basse, sparpagliate senza ordine apparente, piantate come delle tende in mezzo ai fiori.
"Non c'è nessun ordine prestabilito di costruzione", disse il ragazzo che doveva avergli letto nel pensiero; "ognuno si sceglie il posto dove vuole per costruirsi la casa, accanto agli altri, oppure isolato, come gli pare".
"Dov'è la tua casa?"
"Non qui", rispose il ragazzo; "qui è la casa del padre. La mia è laggiù, oltre quel colle dove andremo adesso", e gli indicò una collina più bassa sulla loro destra.
"Credevo che mi avresti accompagnato dal padre".
"Io devo portarti laggiù", e si incamminò velocemente.
"Chi c'è laggiù?"
"Qualcuno che ti aspetta".
"Una donna, immagino"
"Giusto".
"La madre. Non è così, Chiccò?", chiese scandendo con forza quelle due sillabe.
Il ragazzo non diede segno di stupirsi che lui lo avesse chiamato per nome e tirò dritto senza esitare, ma Ludovico aveva incominciato a capirci qualcosa.

Di nuovo si fermarono sulla vetta e di nuovo si aprì ai loro piedi una radura, in fondo alla quale sorgevano tantissime costruzioni ben allineate questa volta, le une di fronte alle altre, come si usa fare in un campeggio. Saliva dalle case una folla che veniva incontro a loro. Il mormorio aumentava man mano che si avvicinavano, ma non era affatto un frastuono, piuttosto una monotona melodia per niente sgradevole.
I primi arrivati salutarono Ludovico con un inchino, altri gli diedero la mano, altri ancora una pacca sulle spalle, ma nessuno parlava: tutti sorridevano, non dicevano una parola e il mormorio sembrava sospeso sopra le loro teste come uno sciame invisibile di calabroni.
Gli ultimi del gruppo lo abbracciarono tutti, uno dopo l'altro; parecchi lo baciarono sulle guance e qualche donna gli accarezzò i capelli. Quella gente Ludovico non l'aveva mai vista prima di quel momento. L'ultima, una donna alta e bellissima, lo prese per mano e lo condusse in basso, verso le case da dove tutti erano venuti, seguendo il ragazzo che precedeva l'intero corteo.
Percorsero una sorta di strada passando tra le sequenze di case. Adesso che le vedeva da vicino si accorse che avevano pareti di carta finissima bianca e di tela leggerissima, sostenute da telai di legno, disposte in modo da formare dei cubi o dei prismi, ma non vide tetti: quelle case avevano soltanto pareti trasparenti ma erano prive di copertura, e la gente le abitava standosene sotto il cielo rosa, a quel che pareva.
Arrivarono fino all'ultimo di quei cubi di carta e di tela. La sua accompagnatrice si fermò, il ragazzo si fece di lato e sedette per terra. Da dietro la casa uscì fuori una donna: indossava una lunga tunica candida e uno scialle le copriva la testa e la faccia, bianco anch'esso. Tutti indietreggiarono di un passo lasciando Ludovico solo. La donna velata gli si avvicinò, gli girò intorno e subito si ritrasse. Tornò verso la casa, si rigirò per guardarlo, emise un breve singhiozzo e scomparve dietro la casa.
Il ragazzo si era rialzato e gli volgeva le spalle.
"Sai dirmi cosa vuol significare tutto questo, Chiccò?"
"Non vorrà più vederti", gli rispose e subito iniziò a correre scomparendo ben presto dalla sua vista.
Ludovico si voltò allora verso il gruppo di gente che lo aveva accompagnato fin lì per chiedere una spiegazione, ma erano andati via tutti.
Attraversò di corsa il villaggio guardando dentro le case, una per una: erano proprio tutti scomparsi. Rimaneva nell'aria il sommesso mormorio, che ora gli sembrava un rimprovero collettivo, un mesto "ooohhh!" di delusione. Arrivato alle ultime case si voltò a guardare e gli parve di vedere un accampamento abbandonato da un esercito in fuga, disperso. Volgendo gli occhi intorno a sé vide le colline tutte uguali come ondate successive di un'alta marea; non gli sarebbe stato facile ritrovare la valle dov'era la casa del padre ora che il ragazzo era andato via.
Qualcuno gli stava toccando la mano destra: un tocco delicato di una piccola mano sinistra che si introduceva dentro la sua e si lasciava stringere. Ludovico sorrise al bambino che aveva incontrato nel vortice e fu felice che fosse ritornato.
"Io conosco la strada", disse il bambino.
Ludovico osservò a lungo quel piccolo viso smunto, la tristezza di quegli occhi.
"Dove ti ho già visto prima di incontrarti nel vortice? Puoi dirmelo?"
"Andiamo via di qui".
"Dimmi almeno come ti chiami".
"Non ha importanza adesso; andiamocene via, qui tu sei indesiderato".
Ludovico si rese allora conto che il mormorio era aumentato di uno o due decibel e il tono era diventato aspro, come un rimbrotto, quasi minaccioso. Non indugiò oltre e si lasciò guidare lontano da quel posto.
"Non devi chiedermi come mi chiamo", gli disse il bambino dopo un po'; "devi avere pazienza".
"Dove mi conduci?"
"Dal padre".
"Abiti insieme a lui?"
"Non nella sua stessa casa, ma sto nel suo villaggio".
"Perché tu e tuo fratello non abitate insieme?", azzardò.
"Chiccò non è mio fratello".
La risposta del bambino mandò Ludovico in confusione. Pensò che non aveva capito niente, e che era meglio non fare domande a trabocchetto a un bambino, se poi nella trappola cadeva lui.
Quando giunsero sulla cresta della collina più alta il bambino si fermò. Ludovico lo guardò per capire, ma il piccolo era intento a girare lo sguardo tutto intorno, non come uno che cerca qualcosa, piuttosto come chi entrando in un ambiente a lui familiare controlla che ogni cosa sia al suo posto.
"Quando sono arrivato qui ho scoperto il mondo", disse il bambino.
"Pensi che possa farcela anch'io?"
Il bambino alzò il visetto verso di lui con sguardo intenso, come se riflettesse.
"Non lo so", disse alla fine. "È difficile, ma se qualcuno ti aiuta potrai riuscirci".
"Vuoi aiutarmi tu?"
"Io non posso; devi chiedere al padre".
Si rimise in cammino tirandoselo dietro per la mano e dirigendosi in modo deciso verso un lato della valle, dove un gruppo di costruzioni prismatiche messe a semicerchio formava nel mezzo una specie di piazzale.
Da una di quelle case veniva loro incontro un giovanotto alto e snello, che si fermò al centro del piazzale. Ludovico fece caso che era vestito in modo bizzarro e un po' démodé. Man mano che gli si appressavano distingueva i dettagli del suo abbigliamento: il berretto da marinaio blu con visiera rigida che copriva a malapena i folti capelli ricciuti e scurissimi; il maglione bianco con collo alla ciclista a mezze maniche; il paio di calzettoni di lana anche quelli bianchi che gli arrivavano alle ginocchia, scomparendo sotto gli ampi pantaloni alla zuava di velluto a coste blu notte. Si appoggiava con aria annoiata a un bastone da passeggio, e incrociando le gambe aveva fatto passare la sinistra davanti alla destra, piegando il ginocchio e lasciando poggiare a terra appena la punta del piede, in modo identico a una vecchia posa per un ritratto fotografico.
Ludovico non avrebbe mai potuto dimenticare quella fotografia, vista per anni e anni, incorniciata in oro nel suo formato 24 x 18, poggiata al centro sul piano di marmo del comò della madre nella sua stanza da letto vedovile. Alla morte di sua madre, Maria Teresa e le altre sorelle più giovani si erano divise tutte le vecchie fotografie e venduto i mobili di quella stanza. Ludovico aveva fatto appena in tempo a prendere quella foto, liberata dal vetro e dalla cornice. L'aveva girata, riconosciuto la calligrafia minuta e angolosa di suo padre e letto la dedica: "Alla mia piccola Lidia, mia unica grande gioia, con infinito amore". Firmato e datato.
Suo padre aveva venticinque anni, sua madre venti; i due erano nella fase del preludio al loro amore, non ancora fidanzati.









venerdì 8 aprile 2011

LUDOVICO FELTRINELLI

Terza parte


Ludovico non voleva più compiangersi, doveva farla finita con questa storia della sfiga: lui aveva qualcosa di corrotto, di ingovernabile, di malsano dentro di sé, qualcosa che gli distruggeva la vita giorno dopo giorno. Il ragazzo era morto e la distruzione della sua vita si era completata; anzi no, non ancora: mancava l'atto conclusivo, il gesto che avrebbe posto fine al logorio, allo strazio e a i suoi piagnistei.
Ma era un vile e non voleva soffrire. Il dolore fisico lo atterriva, quindi doveva trovare alla svelta un modo indolore di uccidersi, e che non la tirasse troppo per le lunghe.
Di costituirsi alla Polizia non gli passò nemmeno per la mente. Di scappare non se ne parlava neanche: troppe complicazioni per sfuggire agli inquirenti, troppe le tracce e gli indizi sicuramente lasciati del suo passaggio. Via allora di lì, prima che qualcuno arrivando e vedendolo potesse in qualche modo sottrarlo al suo disegno liberatorio.
Pattinò sul fango schizzandosi di mota fin sotto il mento e tornò sulla strada.
Prima di entrare nella macchina gettò un ultimo sguardo angosciato a quella mantella distesa in mezzo al campo: nascondeva un tragico segreto, ma a Ludovico bastava chiudere gli occhi per rivedere il corpo massacrato del bambino. Rimise l'auto in strada e ripartì imballando il motore.
Attraversò Caerano San Marco buia e deserta e proseguì sulla provinciale in direzione di Bassano del Grappa. Arrivato all'incrocio di Asolo svoltò a sinistra prendendo per Riese. Scollinò frenando e subito si infilò in un viottolo sulla sua sinistra, poco più di una carreggiata che finiva in una radura circondata da giovani alberi.
Era arrivato fin lì istintivamente, senza pensare: ci veniva con Nelly all'inizio, prima di scegliere per i loro incontri un comodo e caldo locale nel centro storico di Vicenza.
Il cerchio si è chiuso, pensò; qui è cominciato e qui tutto finisce. Ma come? Si può desiderare di togliersi la vita, ma è così difficile progettarlo. E poi sarà ancora più difficile realizzare il progetto.
Uscì dalla macchina. Scendeva una pioggerellina fine fine, insistente; era freddissima, ma se la sentiva scorrere dalla testa al collo, sulla pelle delle mani e del viso senza rabbrividire, come se il suo corpo non avesse più calore ma fosse già preda del gelo della morte.
Camminò tranquillo fino al centro della radura, chiuse gli occhi e alzò le braccia al cielo. Chiese a Dio Padre un miracolo: farlo morire senza che lui dovesse preoccuparsi del come. Si sentiva vile e debole, debolissimo; tanto debole che quasi non aveva più peso, così debole da librarsi nell'aria. Riaprì gli occhi e vide che stava sfiorando coi piedi i rami più alti degli alberi.
Impaurito abbassò subito le braccia tentando di tornare al suolo, ma cambiò solo posizione: si ritrovò supino, adagiato sul fiato del mondo.
Sono diventato pazzo, pensò.
Provò a muoversi lateralmente e si capovolse; di nuovo fece una mossa e come risultato ottenne una nuova capriola. Non riusciva a scendere di un millimetro dall'altezza cui si trovava, tra due alberi a una decina di metri da terra, continuando a girare su se stesso come se si avvitasse sul proprio asse. Aprì allora di nuovo le braccia e cominciò ad innalzarsi; le allargò come due vele e spiccò il volo.
-Sto sognando, sono pazzo oppure sono morto, si disse a voce alta.
Ma stava volando, cosa gli importava del resto? Volava sui suoi peccati e le sue paure, sui livori, sui rancori e i pentimenti, lontano da tutti i suoi errori, dalle tentazioni, dalle provocazioni. Ritrovata l'attonita e inconsapevole beatitudine del feto nell'utero materno, si abbandonava alla sensazione della protezione assoluta; adesso che aveva il cielo sopra e sotto di sé e tutto intorno si lasciava cullare dentro questo nuovo liquido amniotico al riparo da ogni guasto.
Volando pensava, e gli veniva fatto di pensare che nulla doveva pensare, ma esprimere. E come? In accordi sonori, in versi, magari in rime baciate? Quindi parlando. A voce alta, sottovoce, come?
Aveva sempre saputo parlare poco, però, e le parole gli pareva che sparissero un attimo prima di averle pronunciate. Sapeva scrivere, anche se non tanto bene: le frasi gli venivano fuori contorte, inviluppate come matasse, anzi no, come grovigli di rovi che ruzzolavano via col vento; parole che almeno poteva correggere, limare un po'.
Tutto considerato preferiva farne a meno, perché scrivere per lui era sempre stato un modo di dimenticare non dimenticando: mettere cioè le parole e le frasi una accanto alle altre per poi abbandonarle sul foglio e non pensarci più. E forse questo si combinava con la sua ultima esperienza: doveva ascoltare il suono dei suoi pensieri e poi via, scordarsene. In fondo era ciò che faceva da sempre, e quello poteva essere il senso della sua vita.

Da dove adesso si trovava poteva afferrare le nuvole. Guardò in basso e la radura gli apparve più piccola di un francobollo. Vide che girava lentamente sotto di lui e capì che si stava avvitando in circolo innalzandosi.
Come in una spirale, pensò; mi trovo dentro una spirale e mi innalzo come quegli aerei mono ala privi di motore.
Ma gli alianti sfruttano le correnti di aria calda, che sono ascendenti. Quindi lui adesso era entrato in una di queste correnti e avrebbe dovuto sentir caldo, molto caldo. Ma per quanta attenzione ci mettesse non provava nessuna sensazione di caldo, né di freddo: volava e non sentiva l'aria colpirgli il viso, scompigliargli i capelli e nemmeno agitargli i lembi della giacca. Come stare dentro un ascensore di quelli nuovi, che non danno scossoni.
Si infilò tra le nuvole e subito le attraversò emergendo in una limpida notte piena di stelle, con le nuvole ai suoi piedi imbiancate dalla luna piena.
Proprio allora si accorse di non essere il solo a svolazzare beatamente: ce n'erano tanti altri, da soli, in coppia, in gruppi di sei o sette che a piedi uniti e tenendosi per mano formavano come mobili corolle di fiori in ascesa; altri invece dondolavano velocemente e sembrava scendessero di nuovo verso le nuvole.
Hanno finito l'esercitazione e se ne tornano a casa, pensò Ludovico; fra poco toccherà anche a me, ma quanto sarebbe bello se questo volare non finisse mai.
Traguardando di sbieco la fase discendente di quei suoi colleghi apparentemente già paghi, drizzò la testa verso l'alto giacché lui appagato non si sentiva affatto, anzi intendeva porre tra i suoi piedi e la terra la distanza maggiore che poteva.
Sentì come uno scoppio, uno schianto soffocato. La sua velocità di elevazione aumentò e si accorse che sopra la sua testa si era spalancato un vortice. Un mulinello impetuoso lo risucchiava verso l'alto mentre tutti gli altri compagni di volo si erano arrestati per osservare quello che gli stava capitando, ma nessuno faceva l'atto di aiutarlo.
Ludovico lottò contro quella forza che lo trascinava: chiuse le braccia, provò a capovolgersi, ma invece di precipitare verso il suolo come sperava continuò a salire, facendo salti e capriole senza un appiglio dove aggrapparsi.
-Ascolta il cielo!
Il bambino che gli era accorso al fianco gli gridava qualcosa tenendo le mani a imbuto ai lati della bocca per farsi sentire in quel frastuono. Doveva già averlo incontrato da qualche parte prima di allora, così mingherlino e diafano, innocente. Ma cosa gli stava gridando?
-Ascolta il cielo, non lo contrastare -gli raccomandava il bambino-, assecondalo il cielo in ciò che lui vuole da te. Non devi lottare contro il cielo: tu non devi vincerlo, devi diventare tutt'uno col cielo.
Era rimasto indietro, immobile in mezzo al vortice, mentre Ludovico si allontanava da lui a velocità vertiginosa, avvitandosi in cerchi sempre più stretti.
Non aveva capito il significato dell'avvertimento del bambino, ma gli conveniva non contrastare quella forza; per questo aprì di nuovo le braccia e in un attimo si trovò lontanissimo da quel posto, dalla radura, dalle nuvole bianche di luce lunare, dalle genti volanti e dal bambino misterioso. Lontanissimo e immobile, a braccia spalancate e piedi uniti, mentre tutto intorno a lui si muoveva.


venerdì 1 aprile 2011

LUDOVICO FELTRINELLI

Parte seconda

I primi minuti dopo l'abbandono Ludovico li passò all'inferno. Troppo inaspettate, troppo brucianti e cattive le parole di Nelly per placare il trambusto che gli avevano provocato nel cuore. Ma subito dopo cominciò a pensare a Susanna come al porto sicuro dove rifugiarsi in quella tempesta. Susanna, la povera ragazza che lui aveva lasciato a casa a soffrire nel suo inappagabile desiderio di maternità, per correre dietro a una donna sicuramente viziata che si aspettava che lui le saltasse addosso. Non le aveva detto proprio lei che il pivot le metteva quelle sue manacce grandi come badili strette sul culo per tenerla ben ferma durante la sua incursione quotidiana? Aveva pensato che Nelly ne soffrisse terribilmente, e se ne lamentasse con lui come per dirgli "bada a non farti venire in mente una cosa del genere, amico mio"; e invece adesso veniva a scoprire che glielo aveva detto per provocarlo, per eccitarlo, quella strega. Perché una donna per bene sposa un pivot di due metri e cinque, con tanta brava bente sul metro e ottanta che lavora come tutti i cristiani? Per poi andare a dire al primo che incontra "odio il Basket"? Oppure tutte le altre sciocchezze che gli aveva raccontato, tipo "si soffia il naso senza fazzoletto e non si fa mai la barba prima della partita perché porta male, e poi mi irrita la pelle da per tutto, anche in mezzo alle cosce"? Ecco, ecco! Gli aveva detto proprio così, en passant, con indifferenza ché quasi nemmeno ci aveva fatto caso.
Che somaro sono stato! Pensò. Che razza di somaro: quello era un chiarissimo invito. Era lì davanti a me che mi diceva "pigliami, pigliami, che aspetti cretino"! E io che la consideravo una santa e avevo paura di rovinare il magnifico rapporto che avevo con lei. "Prendimi, prendimi, pezzo di imbecille"! E come un imbecille mi sono fatto scaricare, mentre lei adesso se ne va sculettando a caccia del prossimo.
La ferita bruciava e sanguinava orribilmente, per questo ancora più acuto si faceva il rimorso di avere mollato chiusa nel buio in una camera da letto con il mal di testa la sua giovanissima e fedele sposa, che non gli chiedeva mai niente.
Salì in macchina e avviò il motore. Non vedeva l'ora di tornarsene a casa accanto a Susanna per consolarla un po'. D'altra parte non poteva andare a lavorare e presentarsi ai clienti in quelle condizioni d'animo. Avrebbe detto a Susanna che ritornava a casa un giorno prima perché aveva avuto problemi con la macchina; ma lei non gli avrebbe di sicuro chiesto nulla e sarebbe stata ben felice di riabbracciarlo.
Mentre usciva da Vicenza e imboccava forte velocità la statale 53 per Castelfranco Veneto incominciava a piovere, e alle prime case di Treviso veniva giù acqua a dirotto. Imboccò il grande viale alberato, dove aveva affittato la sua villetta, che quasi non vedeva la strada malgrado i tergicristallo lavorassero al massimo. Prima della curva che immetteva nel vialetto di casa sua aprì a metà il finestrino e azionò il telecomando perché si alzasse la saracinesca del garage: non aveva intenzione di bagnarsi nemmeno un po'. Ma il garage era occupato.
Che cosa ci faceva una macchina estranea parcheggiata nel suo garage?
Aguzzò lo sguardo per leggere la targa, ma da dove si trovava poteva distinguere solamente le due lettere della provincia: VE. Non conosceva nessuno che guidava un'Alfa 166 rossa targata Venezia. Sentì una stilettata dentro il cuore, senza capirne il perché, senza volerne analizzare il motivo.
L'istinto gli suggerì di azionare nuovamente il telecomando e richiudere il garage. Parcheggiò la macchina lungo il lato opposto della strada a una cinquantina di metri da casa sua e iniziò ad attendere, attendere un evento che non aveva il coraggio di immaginare. Aspettò a lungo. Era sopraggiunta ormai la sera. Rabbrividì un paio di volte; cacciò le mani nelle tasche, accavallò le gambe e si strinse nella giacca. Aveva smesso di piovere.
Si accese e di nuovo si spense un paio di volte la luce nella camera matrimoniale e nel bagno. Poi al piano di sotto qualcuno usò la cucina, piuttosto a lungo. Erano quasi le dieci, lui sedeva ormai da ore intirizzito dentro la macchina, quando la luce esterna si accese e la porta si aprì.
Sul pianerottolo uscì Susanna stringendosi addosso una delle sue vestaglie insieme a un uomo molto alto, che Ludovico non aveva mai visto. Lei gli gettò le braccia al collo e si strinse a lui. Si baciarono a lungo una, due volte. Poi lui le diede una leggera sculacciata, aprì il garage, mise in moto l'Alfa e la fece uscire dal vialetto. Aprì il finestrino e si baciarono un'ultima volta. L'uomo fece effettuare alla macchina un arco a marcia indietro e passò accanto a Ludovico voltandosi ancora a salutare Susanna. Un attimo dopo era sparito. Lei rientrò con calma e spense la luce dell'ingresso. Dopo qualche minuto tutte le luci della casa si spensero una dopo l'altra.

Ludovico allungò la mano destra verso il cruscotto: cercò la chiave di avviamento, la girò con calma e partì lentamente nella direzione opposta a quella che aveva preso l'Alfa Romeo.
Aveva ricominciato a piovere forte. Dopo un po' che guidava a casaccio gli venne da ridere. Aveva letto da qualche parte, in un libro forse, che quando succedevano queste cose, quando un fulmine a ciel sereno ti si inabissava dentro, la testa ti esplodeva in un tumulto di pensieri, di ricordi, di veleni; che mille aghi feroci ti si infilavano dentro la pelle e vi ci sprofondavano impietosamente, e di nuovo altri mille e di nuovo altri, all'infinito. Invece niente! Per quel che lo riguardava non era vero. Niente punture profonde di spine, niente morsi di serpenti velenosi, niente cerchi di ferro incandescente stretti intorno alle meningi; ma soprattutto testa vuota, tabula rasa, altro che tumulto di pensieri.
In un certo modo era però vero. Gli ripassava davanti agli occhi l'immagine della donna in vestaglia che si stringeva allo sconosciuto, spingendo lascivamente il proprio ventre contro quello dell'uomo; ma non provava niente, nessuna sensazione: né disgusto, né rabbia, né pietà di se stesso, né odio e forse nemmeno curiosità. Come se vedesse scorrere sul video del proprio televisore la scena di un film, vecchio, nuovo, già visto ma che importa? Brutto di sicuro, comunque, da far sparire subito con l'indifferente pressione di un dito sul pulsante di selezione del telecomando. Pronti: via! E cosa resta? Un programma di pubblicità. Rise forte. Forse quei due sotto il portico della sua villetta avevano girato un film pubblicitario di un dentifricio: "ecco qui, signore e signori, dopo una giornata di stravizi e di scopate indecenti, alito ancora freschissimo a prova di bacio lingua in bocca", e i due alla fine avevano sorriso beati a sessantaquattro denti dentro l'obiettivo.
Ma una delle due bocche era quella di Susanna, e sua era la pancia che oscenamente teneva incollata all'inguine dell'ignoto seduttore di Venezia.
Seduttore? Ma lui da quanto tempo cercava di sedurre sua moglie senza successo? Perché Susanna non si era mai avvinghiata a lui come a quel tipo? Perché? Perché? Perché? E quando aveva conosciuto il veneziano? E dove? E da quanto tempo durava la tresca? E perché lui non aveva fatto niente, Dio santo? Perché non aveva tentato di far niente, ma era rimasto nascosto nella sua macchina al buio sotto il tiro di un fucile di precisione e aveva aspettato l'esecuzione finale? Ma perché, Cristo?
"Perché sono un vigliacco, un verme!" si gridò, "e adesso scappo via dalla tragedia e mi illudo di ingannare il destino, di scansarlo da me, di rimandarlo indietro. Pezzo di idiota, ma dove scappi! Il tuo destino è davanti a te, e la tragedia è qui, insieme a te in questa macchina, dentro di te da quando sei nato"
Bloccò la macchina premendo il pedale del freno con forza e facendola sbandare sull'asfalto viscido e bagnato.
"Torna indietro e ammazzala! Torna indietro, vigliacco!"
Urlava, ma sapeva che voleva solo sfogarsi, e che forse mai più avrebbe trovato il coraggio di guardare in faccia Susanna.
Appoggiò la testa sullo sterzo respirando velocemente. Si augurò di poter piangere, di trovare la forza di piangere, perché se avesse pianto gli avrebbe fatto un gran bene. C'era gente capace di piangere per niente, ma lui non c'era mai riuscito. Non aveva pianto al funerale del padre, ma aveva quattro anni, troppo piccolo per capire, dissero. Nemmeno a quello di sua madre, però, e aveva ormai quindici anni. C'erano rimaste malissimo le sue sorelle, che non gli avevano rivolto la parola per giorni.
Continuò a compiangersi e a ricordare episodi tristi della sua vita per commuoversi un po' e spremere fuori una lacrima. Tutto inutile. Poteva continuare per tutta la notte a leccarsi le piaghe della sua vita, ma gli sarebbe rimasto solo amaro in bocca. Era da tempo immemorabile un fatalista e lasciava le disgrazie arrivare, certo che prima o poi si sarebbero allontanate, fatte da parte, per far posto alle nuove in arrivo.

Il motore si era spento e Ludovico lo ravviò. Prima di ingranare la marcia e ripartire abbassò il finestrino per orientarsi e capire dove si trovava. Attraverso la pioggia battente riconobbe la vegetazione, il colore e la forma delle prime case di Montebelluna, di cui si vedevano le luci più in alto. In un primo momento pensò di girare e tornare verso Treviso, ma l'idea di riavvicinarsi a casa sua, al luogo del delitto, gli fece venire il voltastomaco. Inserì la prima e tirò dritto.
Non incontrò un'anima per le vie della cittadina con quel tempo da lupi. Procedendo a velocità moderata attraversò il centro tutto illuminato come a Natale e imboccò la strada per Caerano San Marco. Tutte quelle luci gli esplodevano dolorosamente dentro i globi oculari, così appena ebbe le ultime case di Montebelluna alle spalle, diede gas con forza immergendosi nel buio.
La luce dei fari provocava lividi riflessi sull'asfalto fradicio d'acqua e i fendinebbia, che Ludovico aveva accortamente accesi, non miglioravano molto la visibilità. I tergicristallo, pur lanciati al massimo, non ce la facevano a spazzar via l'acqua che arrivava a ondate, come violente secchiate sul vetro anteriore. Se fosse stato più calmo avrebbe deciso sicuramente di fermarsi e di aspettare che cessasse il diluvio, ma un demone si era impossessato di Ludovico e gli fece pigiare il pedale dell'acceleratore più a fondo che poté.
Non vide in tempo l'inizio di una curva a sinistra e si trovò con l'auto inclinata sul fianco destro, il muso rivolto verso l'alto, il retrotreno derapante obliquamente lungo la tangente. Ludovico diede gas aggrappandosi disperatamente allo sterzo, mentre la luce dei fari afferrava lembi dei muri, degli alberi, dei sassi e di tutti gli oggetti indistinguibili che gli capitavano davanti in quella corsa a zig-zag oltre il fondo stradale.
Gli si parò di fronte un ostacolo scuro, un tronco d'albero mozzato o qualcosa del genere. Il cozzo fu durissimo, come uno schianto, e il parabrezza si riempì di schizzi di fango. Poi di colpo le ruote fecero di nuovo presa sull'asfalto tutte e quattro. Appena fu di nuovo sulla strada Ludovico piantò una robusta frenata. L'auto si era fermata proprio nel mezzo della carreggiata: la spostò sul lato destro e spense il motore. Scese e un attimo dopo era zuppo, ma doveva verificare il danno che si era prodotto sull'avantreno. Un bel bozzo, niente da dire, ma poteva a suo giudizio tirare avanti. Ma contro cosa diavolo aveva sbattuto? Aguzzò lo sguardo, ma era troppo buio per distinguere qualcosa. Rientrò nella macchina, mise in moto, effettuò la conversione e ritornò lentamente verso la curva. Aveva accesso i fari lunghi e aperto il finestrino; entrava acqua nella macchina ma non gliene importava più niente, adesso che era fradicio come un pulcino. Ritrovò subito il punto dove era rientrato sulla strada quasi alla fine della curva, emergendo dai campi come un trattore; e come un trattore aveva sparso sull'asfalto quintali di terriccio, di fango e di sassi. Qualche metro prima era avvenuto l'impatto, se lo ricordava bene; ma lì non c'erano alberi mozzati né interi, e nemmeno muri. Non c'era proprio niente in quella curva.
Qualche metro più in là si vedeva qualche cosa per terra. Manovrò con la macchina spostandosi contromano e protendendone il muso fuori dal fondo stradale: era una vecchia bicicletta contorta. Solo una bici? Tutto quel casino per una vecchia bici? Poteva star lì da mesi, era quasi un ferro vecchio, un catorcio abbandonato e inutile; da queste parti buttano la roba vecchia ai lati delle strade.
Per mettersi la coscienza a posto accese il faro lungo dei fendinebbia. Manovrò col volante un po' a destra e un po' a sinistra inserendo alternativamente la prima e la retromarcia. Niente, non c'era niente da vedere, a meno ché...
A una distanza di una ventina di metri disteso a terra vide un sacco scuro, o un telone di quelli che usano i contadini per coprire a volte certe colture. Non si muoveva. Era un fagotto lugubre: somigliava a una sagoma, ma era certamente un sacco. Pensò che non poteva andarsene con quel dubbio. Tirò il freno a mano, lasciò la leva del cambio a folle e scese dalla macchina.
Già ai primi passi sprofondò con le scarpe dentro la melma, ma quella sera non doveva badare alle apparenze. Arrivato a un metro dall'oggetto ne valutò la lunghezza e la forma: più lungo di un sacco normale e più sottile, sembrava un'incerata, o piuttosto una mantella parapioggia nera o blu scuro. Qualcuno l'aveva abbandonata lì, come quella bicicletta scassata. Si girò per tornare indietro e nel fango perse l'equilibrio. Barcollò, fece un mezzo passo indietro e con un piede finì sopra quella vecchia mantella abbandonata: sentì sotto di sé qualcosa di morbido e di ricurvo e un brivido gli percorse la schiena. La mantella sotto il suo peso si era contratta e ritirata per una decina di centimetri a una delle estremità. Sbucò dal buio qualcosa di chiaro, anzi di pallido, come un ramo spezzato o un fiore calpestato appena colto.
Con gli occhi sbarrati Ludovico riconobbe i contorni di una mano molto piccola, una manina. Si accosciò e sollevò la mantella: sotto giaceva il corpo di un bambino di sette o otto anni, lordo di sangue dappertutto. Fissava il vuoto con gli occhi sgranati, ed era morto.
E allora pianse Ludovico: questa volta pianse dolorosissime lacrime fredde, perché ogni delitto può commettere l'uomo, anche uccidere il padre e la madre, ma non ammazzare il cucciolo dell'uomo. Ma a nulla valeva disperarsi ormai: il ragazzo era morto. Inutile imprecare alla malasorte, sua sempiterna accompagnatrice, che in quella notte buona per i licantropi gli aveva messo in quella stramaledetta curva un bambino così piccolo e solo. Non serviva ormai a niente: il ragazzo era morto.



lunedì 28 marzo 2011

LUDOVICO FELTRINELLI VOLÒ E VOLÒ

Racconto in cinque parti
Parte prima

Ludovico Feltrinelli era nato sfigato trentadue anni or sono, ultimo figlio in una famiglia già piuttosto numerosa; sua madre era sempre triste durante la gravidanza e suo padre sempre incazzato, mentre lui dentro il pancione non poteva immaginare di essere il classico esempio di un incidente di percorso. Quando nacque lo buttarono nel mucchio senza perderci tanto tempo, e lui così crebbe, sempre nel mucchio, anonimamente, circondato da pochissimo amore e tantissima indifferenza.
Dalle mani di uno psicoanalista da duecentocinquanta euro a seduta sarebbe magari potuto uscir fuori un diligente impiegato di banca e un normale padre di famiglia; ma lui era nato a Bracciano e non a Londra o a Parigi, e la psicoanalisi l'aveva vista praticare soltanto nei film americani. Così divenne sergente in una batteria di artiglieria pesante campale di un reggimento di stanza a Udine, e quello che era stato il suo viaggio più lungo si rivelò anche il più importante, perché a Udine conobbe Susanna e la sposò.
Prima di lasciargli sposare la figlia i suoceri gli procurarono, da quelle brave persone che erano, anche un lavoro per mantenerla: visto che avevano un supermarket riuscirono a infilarlo come rappresentante in una ditta loro fornitrice, un solido salumificio friulano, così rimaneva tutto nel loro ambiente e sotto controllo, pensarono. Gli fu affidata come zona la provincia di Treviso, e in quella città Ludovico e Susanna si trasferirono dopo un po', perché costava un sacco di soldi e di fatica fare ogni giorno su e giù da Udine, e perché è bene che i giovani appena sposati vadano a vivere soli e lontano dalle loro vecchie famiglie, fecero osservare i suoceri a Ludovico. Ma lui la sfiga se la portava addosso dal tempo prenatale, come s'è detto, e quella sembra che sia la più tenace a spiccicarsi dalla pelle. Così, prima ancora che si concludesse un anno di matrimonio, si verificarono due eventi che in seguito sarebbero apparsi decisivi.
Durante un normale controllo ginecologico i medici si accorsero che Susanna aveva un utero infantile, e che pertanto mai avrebbe generato figli. Questo fu il primo evento. In conseguenza di quel verdetto la ragazza cadde preda di una acuta depressione, e la madre si precipitò a riportarsela a casa per poterla meglio curare, e soprattutto controllarla la notte e il giorno, ché non le venisse qualche idea sciagurata in testa per l'amor di Dio!
Ludovico, rimasto solo e con pochissime conoscenze a Treviso, cominciò tutte le sere a infilarsi a casaccio dentro il primo cinema che si trovava davanti, senza nemmeno badare se davano un film che aveva già visto, così, tanto per non pensare a niente. Finché gli venne la nausea anche del cinema e una sera che bighellonava da un paio d'ore si accodò a una fila di persone che compravano il biglietto per una qualche manifestazione; fu così che si trovò dentro al Palazzetto dello Sport, dove la Benetton di Treviso incontrava la Kinder di Bologna, scontro al vertice della serie A1 del campionato nazionale di Basket. E lì dentro incontrò Nelly. Questo fu il secondo evento.
La notò perché era la sola che non urlava e non si agitava come tutti gli altri pazzi scalmanati; perché sedeva proprio accanto a lui, e perché era bella da mozzare il fiato: bionda miele, trasparenti occhi color indaco, vita stretta, tette a punta e cosce lunghe come in certi cartelloni pubblicitari. Ma questa sembrava vera e si stringeva le braccia sui fianchi come se avesse freddo. Gli sembrò che rabbrividisse e le offrì il suo cappotto.
"Prenda, indossi questo", le disse. Forse si sente male, pensò.
"Non è freddo, è rabbia. Odio questo sport".
"Perché non esce allora? Se vuole le farò compagnia; neanche a me interessa poi tanto 'sta partita".
"Non posso andarmene. Devo assistere fino alla fine, sono la moglie del pivot della squadra di casa".
Già, il pivot! Due metri e cinque di muscoli sodi, di braccia mulinanti, di piedi immensi, inumani, e di barba mal rasata. E mai una parola gentile per una donna così fine, mai un fiore o una carezza, ma solo manacce dure come pietre avvinghiate al sedere di lei cinque minuti prima di prendere sonno.
Cominciò immediatamente sulle sue vicissitudini matrimoniali la conversazione di Nelly D.C. con Ludovico Feltrinelli, con uno mai visto prima; ma il bubbone stava scoppiando ed era bastata una parola diversa dai soliti grugniti per fondere il ghiaccio dentro il cuore della donna.
Uscirono a metà del terzo tempo. La Kinder era in vantaggio; gli arbitri purtroppo imparziali non si decidevano a cercare di far vincere la squadra di casa; il pubblico, in crisi di rabbia furiosa contro i propri giocatori perché le prendevano e accecato di odio contro i bolognesi perché le davano, non badò nemmeno un po' alla moglie del pivot, che se ne andava insieme a uno sconosciuto.
Camminarono l'uno accanto all'altra nella città semi deserta senza quasi dire una parola fino a mezzanotte. Poi si salutarono.
Si erano incontrati per caso, ma in seguito cominciarono a vedersi sempre più spesso e sempre meno per caso; ogni volta, tra un silenzio e l'altro, si rivelavano lembi delle loro esistenze sfortunate; si raccontavano pagine staccate delle loro insoddisfazioni quotidiane. Ma nessuno dei due aveva mai parlato all'altro di amore, o di innamoramento o di letto.
Passò ancora qualche mese. Susanna era tornata a casa, ma stava tutto il tempo distesa sul letto al buio con il mal di testa. Il campionato di A1 si era concluso e il pivot passava tutto il santo giorno a casa davanti alla TV. Ludovico e Nelly per ragioni di sicurezza si davano appuntamento a Vicenza, in uno dei bar del centro. Ogni nuovo incontro veniva utilizzato dai due come cartina di tornasole per far trasparire e analizzare reciproche tristezze.
Un giorno Nelly parlò di sesso, e fu un disastro.
Ludovico le aveva appena finito di raccontare (a modo suo, cioè con frasi lasciate a metà, silenzi e parole smozzicate) l'ultima lagna di serata trascorsa insieme alla moglie a seguire un programma televisivo di canzonette.
"Alla fine ce ne siamo andati a dormire", aveva concluso.
"Lu", le aveva chiesto Nelly dopo una pausa, "la cerchi tu per primo oppure è lei che ti tocca?"
Non le aveva risposto subito, doveva riflettere bene prima perché non voleva tirarla troppo avanti su quell'argomento, altrimenti avrebbe dovuto rivelarle i problemi che aveva con sua moglie sotto le lenzuola.
"Intendi dire chi è che...insomma tu vuoi sapere se io, oppure lei...beh...vedi Nelly, io...insomma...sì, incomincio io...quasi sempre...cioè...incomincio sempre io, ecco".
"Mi stai dicendo che lei non ti cerca mai per prima? Non allunga una gamba, una mano? Mai niente?"
"Una mano, dici?...Chi, Susanna?...sei matta! Fosse per lei staremmo ancora come alla prima notte. No, Susanna no; te lo puoi scordare".
"E tu, lo fai tutte le notti?"
"Cosa intendi dire con tutte le notti?"
"Se la cerchi, se la provochi. Insomma, Lu: ci provi tutte le notti con lei o no?"
"Ma no...certo che no...lei non lo vorrebbe".
"Non farmi credere che altrimenti lei ti direbbe che tu pensi sempre a quello"
"Ma certo che lo direbbe...anzi, lei lo dice sempre...e perché non dovrebbe? Voglio dire che quella è una tipica difesa delle donne in certi casi"
"Quante ne hai conosciute, Lu?...Sì, mi hai capito bene: quante ne hai conosciute che dentro il letto ti hanno detto che tu pensavi solo a quello?"
"Ma non lo so!...È una cosa che si dice...voglio dire che è un luogo comune tra noi maschi: l'uomo cerca di combinare qualcosa e la donna gli dice quelle parole lì"
"Uno stereotipo, insomma"
"Giusto: uno stereotipo"
"Susanna è uno stereotipo?"
"Beh, no...ma in un certo senso sì...lei entra nel gruppo delle frigide...cioè, no. Volevo dire delle svogliate...Dio mio non so come dartelo a intendere..."
"Nel gruppo di quelle che lo fanno solo perché debbono. Volevi dirmi questo?"
"Penso che potremmo anche dirlo in questo modo"
"Ancora peggio che se fosse frigida.
"Dici?"
"Si capisce, perché in genere le donne frigide continuano a provarci, se non altro per vedere se prima o poi riusciranno a sentire qualcosa"
"Ma Susanna sente qualcosa...sicuro...sai, un uomo si accorge di certe cose"
"Perché? Grida quando ha un orgasmo?"
"No, no! Non grida mai"
"Ma lo ha mai avuto un orgasmo?"
"Penso di sì. Io glielo chiedo sempre se le è piaciuto e lei mi risponde sempre allo stesso modo: è stato bello"
"Allora tu ci riprovi subito, no? Se lo ha trovato bello, voglio dire, tu ci riprovi?"
"Ma no! Non voglio sentirmi dire che penso solo a quella cosa"
"Insomma, cosa fai?"
"Niente faccio. Cioè...discuto con lei, cerco di farle capire che non è come la pensa lei"
"Tu discuti perché ti dà fastidio che Susanna pensi che tu sei un bruto assatanato dal sesso, è così?"
"Mi darebbe tanto fastidio se lei... se anche tu...insomma se la gente lo pensasse"
"Preferisci che lei, che la gente ti veda disinteressato a queste cose brutte e inutili, non è così, Lu?"
"Non mi occorre anche il tuo sarcasmo, adesso"
Nelly lo guardò un attimo serrando le labbra. Ma che razza di uomo aveva di fronte? Aspettò che dicesse qualcosa in sua difesa. Niente: Ludovico giocherellava con un'asola della giacca.
"Sarcasmo, dici? Non è sarcasmo è delusione, mio caro"
"Sei delusa di me, Nelly?"
"Sì, sono delusa di te"
"Non capisco. Che ti aspettavi? Che volevi che facessi?"
"Io non mi aspettavo né volevo niente. Quando ci siamo conosciuti ho pensato che tu fossi il solito imbecille che cercava di portarsi a letto la giovane moglie di un altro, trascurata e annoiata. Poi ho scoperto che anche tu affogavi nella noia e nella solitudine, e mi ha fatto piacere che ti fossi avvicinato a me solo per avere una compagnia, un'amica che ti dava ascolto. Ma una donna giovane si aspetta da un uomo normale e in salute, grande e grosso come te un complimento, un invito, una civetteria, che so, che le prenda una mano tra le sue, che tenti di darle un bacio, ecco"
"Era questo che volevi? Sono un perfetto idiota, è proprio questo che ti manca"
"Non mi manca niente così in generale: mi è mancato che lo facessi tu, non lo capisci?"
"No, sono molto confuso adesso"
"Al limite avrei preferito che tu mi fossi saltato addosso e mi avessi strappato la camicetta, piuttosto che startene a un metro di distanza come se io avessi il morbillo. Evidentemente sono una sciocca e una presuntuosa a pensare che ogni uomo che mi avvicina provi l'impulso di baciarmi...forse non sono il tuo tipo, non ti piaccio"
"Ma che cosa dici? Tu mi piaci tantissimo...sei bellissima, Nelly...ma io pensavo che fosse come insultarti se io...se ti avessi strappato la camicetta come hai detto tu"
"Era un modo di dire. Bastava un sorriso nel momento opportuno, uno sguardo più intenso, una parola sussurrata in un orecchio. Una donna bada a questa cose"
"Io non volevo osare per non guastare tutto. Pensavo che a te andasse bene così. Certo che pensavo di fare all'amore con te, ma ero certo che tu mi avresti respinto"
"Non hai capito niente. Non si trattava di fare o di non fare all'amore, di essere accettato o respinto come un pacchetto postale, nossignore! Si trattava d'altro. Tu dovevi...meglio, tu avresti dovuto flirtare con me, duellare con me un certame amoroso; e poi che ne uscisse fuori quel che diavolo ne sarebbe uscito. Mi hai capito, insomma?"
Ma dalla faccia di lui traspariva solamente stupore: attraverso gli occhi attoniti di Ludovico Nelly riusciva quasi a leggere i suoi pensieri balbettanti.
"Non mi hai capito, non è così?"
"No, Nelly, non capisco più niente. Adesso sono in completa confusione. Io penso...io credo che noi due dovremmo ricominciare tutto da capo. Dovremmo rifare insieme tutto il percorso dalla prima volta a oggi"
"Non è mica come un video, che premi il comando a distanza, torni indietro e rivedi la scena"
"Non rivedere, Nelly, rifare. Dobbiamo rifare tutto. Cioè, sono io che devo rifare tutto, scusami"
"Stai sognando, Lu? Io non sono una bambola, una figurina colorata che tu sposti indietro di una ventina di caselle e ricominci il gioco da capo. Levatelo dalla testa, Lu: tu hai fallito e non si ripete più niente"
"Vuoi dire che...alludi forse ai nostri incontri futuri?"
"Proprio a quelli, Lu. Non ce ne saranno più, perché non c'è senso a continuare a vederci. Per te è meglio così: potrai dedicare tutto te stesso a tua moglie e non far fallire anche quel rapporto, che per te è assai più importante"
"Ma perché? Potremmo continuare a vederci anche senza avere...io non capisco: tutto deve finire perché io non ho provato a metterti le mani addosso. È incredibile...è drammatico tutto questo...ed è così banale!"
"Hai ragione. È banale, e tu non ci capirai mai niente perché sei troppo intelligente. Ciao Lu. Buona fortuna"
Lo baciò sulle guance e se ne andò senza voltarsi, lasciandolo nella desolazione.

giovedì 24 marzo 2011

I BAFFI DI MILOS KRASIC

L'assassino sedeva nell'erba del campo e aspettava. Teneva d'occhio due finestre del terzo piano della prima casa al di là della strada, le due finestre sotto il tetto; una era illuminata.
L'assassino aspettava e si sentiva sicuro che tra poco anche quell'ultima luce nella casa si sarebbe spenta.
"Allora verrà fuori e passerà di qui".
L'assassino pregustava il momento dell'assalto.
L'assassino. Questo sostantivo se lo era scelto come un attributo, un appellativo, un aggettivo qualificativo, anche se non aveva ancora ammazzato nessuno, perché pensare che tra poco lo avrebbe fatto lo faceva star meglio.
Perché in fondo l'uomo seduto sull'erba si sentiva un assassino; era assassino nell'anima, nel cuore e nella mente, assassino in una trasposizione onirica della realtà. Non nei muscoli, non nei nervi e nel sangue, non ancora.
Pensava però che un uomo diventa vittima e comincia a morire nella testa di colui che sarà il suo uccisore, dove costui una, dieci, mille volte lo aggredisce, lo decapita, lo distrugge in mille pezzi. Allora la vittima continua a pensare, a parlare, a ridere, a camminare ma è già morto senza saperlo.
L'uomo seduto nell'erba, che aspirava a diventare assassino, aveva una mano nella tasca del giaccone carezzando il coltello che vi teneva nascosto: lasciava scorrere un dito sulla lama affilatissima, incidendone la pelle, facendone scaturire una goccia di sangue.
Mise il dito tra le labbra e succhiò quel sangue: aveva un sapore dolciastro e acre, il sapore della morte annunciata, desiderata, inferta.
Da quanto tempo voleva inferire morte a qualcuno? Forse dalla prima sera, dalla prima ora di panico, quando Esther non era tornata a casa dalla scuola privata di danza.
Orribili ore di telefonate, di corse in macchina a casa di amiche, di battute notturne nelle strade e nei campi alla periferia del paese.
L'uomo seduto nell'erba era certo che già in quelle prime ore di angoscia avrebbe voluto uccidere, schiantare, distruggere chi aveva osato toccare la sua creatura. Esther, sua figlia, una bambina di 14 anni appena sbocciata alla vita.
Il mondo era esploso intorno alla loro famiglia, intorno alla loro casa: Procura, Polizia, Carabinieri, Vigili del Fuoco, Protezione Civile tutti insieme li avevano accerchiati e braccati. Avevano violentato il loro piccolo mondo, vivisezionato ogni pagina della loro storia comune alla ricerca di qualcosa, di qualunque cosa.
Ma di che cosa?
Da cercare, da ritrovare era una bambina di 14 anni, ancora troppo ingenua.
E poi la loro casa circondata da giornalisti, da telecamere, da fotografi. Tutti ponevano domande, nessuno dava risposte.
Non avevano più letto giornali; non potevano più guardare la TV: ogni programma era invaso da notizie e talk show su Esther, da illazioni, approfondimenti chiacchiere inutili di chi aveva la pretesa di conoscere la soluzione del rebus.
Rapita da un maniaco sessuale; da una banda internazionale di sequestratori professionisti; da questo, da quello, da quell'altro. Si trova in Svizzera, in Francia, in Romania, nell'America latina.
"Non ce la faccio più" aveva gridato sua moglie, la madre infelice.
"Stacca la spina della TV, Agata"
"E se chiedessimo il silenzio stampa?"

Forse era stato un errore, ma adesso l'uomo che sedeva sull'erba era certo che in quelle tre settimane di sottovuoto spinto era maturato in lui l'istinto omicida iniziale, diventando bisogno assoluto, forza ignota che tutto travolge senza dare più requie, con insistenza crescente. Uccidi, uccidi, uccidi! Una voce imperiosa che sale dalle visceri, che rimbomba nel cervello.

Dopo 49 giorni la notizia più atroce, più temuta, più attesa oramai: Esther è morta da allora, dalle prime ore della sera della sua scomparsa ed è rimasta sempre là dove è stata trovata, nella sterpaia di un campo abbandonato da tutti, dagli uomini e da Dio.
Aveva dovuto riconoscere lui i resti della sua bambina. Agata non ce l'avrebbe mai fatta.
"Sì, è lei".
Tre parole per distruggere tre vite: quella di Esther, quella di Agata, la sua.
L'uomo seduto nell'erba riprese a carezzare l'affilatissimo coltello, lasciando scorrere i ricordi.

"Voglio vedere dove l'avete trovata", aveva chiesto in Procura.
Ce l'avevano accompagnato i Carabinieri.
Con il cuore stretto in un pugno aveva guardato a lungo l'impronta sul terreno lasciata dal corpicino di Esther. Si era accosciato e aveva appoggiato il palmo di una mano sul suolo.
Qualcosa sotto le dita.
Aveva stretto quel qualcosa nella mano perché i due militi non lo vedessero; lo aveva tenuto stretto fino a quando lo avevano riportato a casa. Non aveva fatto vedere il reperto nemmeno a sua moglie. Si era chiuso in bagno.
Col cuore in tumulto aveva aperto il pugno e osservato quel che aveva portato via dal campo della morte. Un cartoncino rettangolare colorato.
Ripulito il fango raggrumato era venuta alla luce una figurina Panini: un giocatore della Juventus, Milos Krasic.
Qualcuno gli aveva scarabocchiato con la biro un paio di baffetti sghembi.
L'uomo aveva sentito il sangue nelle vene diventare freddo. Ricordava la scena, avvenuta a casa sua qualche mese prima.
"Chi è questo qui?", aveva chiesto Esther.
"Il nuovo della Juve. È un grande campione", aveva risposto il ragazzo.
Esther gli aveva strappata la figurina dalle mani e scarabocchiato due baffi.
"Così sta meglio", e rideva a piena gola.
"Tu sei matta", aveva detto il ragazzo.

"Così adesso so chi sei", disse l'uomo seduto sull'erba a voce alta.
"Verrò qui tutte le notti, finché ti deciderai ad uscire dal tuo covo"
Per andare al parcheggio dove teneva la sua macchina doveva passare di lì, dove stava seduto lui, dove lui lo avrebbe ammazzato.
L'uomo si scosse: l'alba del nuovo giorno era arrivata e intorno a lui ricominciava la vita. La luce nella stanza sotto il tetto si spense.
L'uomo si rialzò. Era il momento di andarsene. Sarebbe ritornato dopo cena, a notte fonda.
Non c'era fretta.

giovedì 17 marzo 2011

CHE COSA FANNO LE GIOVANI TIGRI ECCETERA

Parte quinta e ultima


I primi due giorni da tigre furono per Marco un vero inferno. Quella mattina i corridoi delle stalle si riempirono di poliziotti e di fotografi. Lampi al magnesio, urla, ordini, bestemmie, estranei che correvano da per tutto. Dopo un po' mandarono gli animali fuori e fecero entrare i felini nelle stanze con le vetrate. La galleria era deserta e piantonata ai due ingressi da poliziotti in uniforme.
"Ci hanno segregato qua dentro perché sanno che uno di noi è l'assassino", pensò Marco. Si accorse che due poliziotti lo stavano osservando con particolare attenzione. "Oddio, sono troppo tranquillo", si disse. "Devo agitarmi come fanno tutti gli altri che stanno andando su e giù come impazziti, ma io non posso muovermi troppo col problema che ho".
La prima cosa che Marco aveva fatto quando aveva capito come doveva muoversi, era stato cercare di vedere se fosse ancora un maschio. Poggiato su un fianco, sollevando una delle zampe posteriori e protendendo il collo verso il punto dove cominciava la coda, come aveva visto fare a Dagmar tante volte, aveva controllato attentamente. Erano, grazie a Dio, ancora lì la sua arma e le sue munizioni, ma adesso doveva fare in modo che nessuno se ne accorgesse, perché non si era ancora mai visto che una tigre potesse cambiare sesso durante la notte.
Non poteva rimanere tutto il tempo ventre a terra; Dio non voglia avessero pensato che era ammalato sarebbe arrivato subito il veterinario, e lui lo aveva già visto un paio di volte al lavoro: gli avrebbe sparato addosso una siringa piena di un potente sonnifero e lui sarebbe crollato nel sonno. Ma cosa avrebbe detto poi Frau Müller? Aveva pertanto deciso di tenere la coda bassa e in mezzo alle natiche, e poi di muoversi sempre tenendo la testa rivolta verso la gente e il sedere al sicuro dalla parte del muro. Facile. Però camminava di lato come una tigre nel circo, per questo i due poliziotti lo stavano tanto a guardare.
"Devo andare su e giù come gli altri, non c'è altro da fare", pensò, "e tenere la coda attaccata al culo. E quando se ne accorgeranno che se la trovino loro una spiegazione".
Intanto teneva le orecchie tese perché i poliziotti parlavano tra loro dell'accaduto e facevano continui commenti, e lui avrebbe avuto modo di sapere su quali dei felini sarebbero caduti i sospetti.
Non dovette aspettare a lungo: caddero sulla tigre, che diamine! Cioè su di lui. I criminalisti avevano trovato immediatamente goccioline di sangue che partivano dal suo cancello e altre dentro la sua stalla. Era stata la prima volta che aveva leccato, maledizione! Dagmar avrebbe certamente fatto molto meglio. Ma quei poliziotti in borghese avevano anche detto che la tigre era stata usata come un fucile: chi aveva aperto e richiuso il cancello della stalla era l'assassino, un guardiano straniero che non si era ripresentato al lavoro dalla mattina del delitto, e che era scomparso lasciando il suo appartamento sottosopra e abbandonando perfino la sua macchina in un parcheggio dello Zoo.
Marco sentì la coda vibrargli e irrigidirglisi tutta. "Mamma mia, sono sistemato!" si disperò. "O resto tigre in questa gabbia a fare su e giù, oppure ritorno uomo e mi mettono in galera. Chi mi crederebbe mai se raccontassi come è andata questa storia?"
Ma più ci pensava più gli appariva chiaro quel che non aveva capito subito: era stato un omicidio, forse per legittima difesa, certamente per gelosia; comunque era stato complice di Dagmar, felicissimo che lei si sgranocchiasse il mago indiano.
"Chissà cosa le sarà successo, poverina; chissà dove sarà scappata", pensò tristemente. A casa sua non l'avevano di sicuro trovata altrimenti qualcuno ne avrebbe parlato.
Dopo averla inutilmente aspettata per giorni e per notti, Marco cominciò ad avvilirsi.
"Sarà morta", pensava; "di fame, sotto un treno".
Tutto era possibile: Dagmar non conosceva niente del mondo, era nata e cresciuta in una gabbia.

Una grigia mattina era ancora più triste e di malavoglia del solito; il percorso dalla stalla alla gabbia gli era sembrato che non finisse mai. Una volta all'aperto aveva appena fatto un mezzo giro guatando ringhioso un gruppetto di stranieri che lo fotografavano, quando sentì il pelo che gli si increspava sulla groppa e gli si gonfiava tutto. I sensi della tigre avevano reagito, ma a causa di cosa Marco non riusciva a capire. Allora sollevò la testa, dilatò le narici e annusò l'aria con forza in tutte le direzioni e finalmente gli arrivò il profumo di lei, un attimo prima di captarne la voce:
"Sono qui", gli comunicò Dagmar da lontano; "sto arrivando".
E subito la vide spuntare da uno dei viottoli laterali: indossava una tuta da guardiano e aveva un rastrello in spalla. Cominciò subito a pulire l'erba intorno al fossato.
"Sei contento?" gli comunicò col pensiero."Mi sono fatta assumere come guardiana. Ho detto a Frau Müller di essere una specialista di tigri. Lei mi ha fatto un sacco di domande ed è rimasta entusiasta delle mie risposte. Mi ha detto che ancora non aveva incontrato nessuno così bene informato sulle abitudini e sulla vita delle tigri, pensa un po' tu!"
Scoppiò a ridere fragorosamente. Più d'uno degli stranieri che fotografavano la guardò stupito.
"Perché hai aspettato tutto questo tempo per venire?" le chiese Marco rabbiosamente.
"Non è stato facile, amore mio; ho dovuto nascondermi".
"Come hai fatto per i documenti?"
"Come mi avevi detto tu: ho chiesto asilo, ma ho conosciuta altra gente che mi ha consigliata meglio. Ho detto di essere curda, sfuggita a un massacro, orfana e sola al mondo, proveniente da un paese che non esiste più".
"E sei stata creduta?"
"Come vedi sono qui. Adesso gli altri mi chiamano Kadriye"
"Hai sentito cosa dicono di me in giro per l'omicidio di Kaleb?"
"Per loro sei tu il colpevole, e ti stanno cercando da per tutto, amore mio; ma tu sei innocente".
"Sono colpevole quanto te".
"Dovevamo farlo per salvarci. Ma non ti troveranno".
"Avresti fatto meglio a dire che non mi troveranno mai più", ringhiò lui di rimando.
"Non posso rimanere più a lungo, amore mio. Qui ho finito. Vengo a trovarti stanotte".
"Hai sempre il mio cartoncino giallo?"
"L'ho fatto sparire. Adesso ho il mio personalizzato".
Glielo mostrò estraendolo a metà dal taschino della camicia, e se ne andò ancheggiando.
"Sta imparando in fretta come si vive in questo mondo", pensò Marco con una punta di gelosia. Ma poi quando alla sera se la trovò nella stalla dimenticò che si era ripromesso di strapazzarla un po' per averlo abbandonato solo per tutto quel tempo. Era troppo felice di leccarla e di annusarla e ronfava come una sega elettrica.
Dagmar si spogliò nuda rapidamente e cominciò a toccarlo e subito cercò di approfittare della sua erezione.
"Per l'amor di Dio, Dagmar! Non ce la puoi fare, è troppo grosso il pene di una tigre"
-Fammici provare, amore mio. Lascia che faccia tutto io, tu non muoverti, gli sussurrò.
Così fecero all'amore, e da quella notte tutte le notti. Marco pensava che la vita era ridiventata bella anche se stava in una gabbia, e il tempo gli sembrava fermo in quella sua vita da tigre, e i giorni tutti uguali.

In uno di quei giorni tutti uguali Marco si accorse che qualcosa di diverso stava succedendo: aveva visto un visitatore che se ne stava immobile da tanto tempo di fronte alla sua gabbia, cercando di incontrare il suo sguardo, lo sguardo di una tigre. Quell'uomo aveva un sorriso strano sulle labbra, e non era certamente l'unica cosa strana che avesse. Vestiva come certi uomini del secolo passato, come Marco aveva già visto in antiche fotografie: un doppio petto grigio scuro rigato, panciotto, cravatta a farfalla, colletto duro e in testa un Borsalino a tese rigide. Si appoggiava a un bastone con una vistosa impugnatura d'argento lavorato e all'occhio destro aveva un monocolo.
"Da dove esce fuori costui?" si chiese Marco.
"Da un posto dove si dà minor valore all'aspetto esteriore che allo spirito", gli rispose lo strano individuo sconosciuto senza muovere le labbra. "A me piace vestire come vestiva mio padre", concluse, e gli sorrise beffardo.
Marco si sentì gelare il sangue.
"Eccone un altro", pensò; "sono rovinato".
"Stai tranquillo: non svelerò il vostro segreto", gli lasciò intendere il signore sconosciuto; "e senza chiedere alcuna contropartita questa volta", aggiunse andandosene.
Aveva detto "vostro", al plurale, quindi sapeva tutto. Ma chi era? E che sarebbe successo adesso?
-Si chiama Mister Saladin, gli rivelò Dagmar quella notte. È un professore pakistano che è sempre vissuto a Londra. Adesso insegna nell'Università di questa città. È un mago anche lui, ma è un mago buono. Ha promesso di aiutarci, però deve prima trovare una soluzione per il tuo problema con la Giustizia.
"Come lo hai conosciuto?"
-Qui dentro. Mi si è avvicinato e mi ha chiamata Dagmar. Ha detto di sapere chi ero e tutto quello che era accaduto. Poi è venuto a osservarti da lontano e questa mattina ti ha parlato.
"Può fare anche lui quelle magie che faceva Kaleb?"
-Mi ha assicurato che può, ma che lo farà soltanto quando sarà sicuro che tutto andrà per il nostro meglio.
Quella notte, dopo che Dagmar se ne fu andata, Marco dormì beatamente come non gli accadeva da tantissimo tempo, immerso nel profumo di lei, e sognò un mondo senza gabbie.
Un paio di mattine dopo si fermò Maria davanti alla sua gabbia; a Marco fece piacere rivederla dopo tanto tempo.
-Fatti coraggio, gli disse Maria pensando di parlare a Dagmar; il tuo bell'italiano è sparito, ma fra un po' tu non sarai più sola: sta arrivando da Londra una bella tigre maschio, siberiana come te. Domani sarà qui.
E se ne andò ridacchiando.
"Cosa significa che fanno venire un maschio?", si chiese Marco agitatissimo. "Cosa diavolo sta succedendo?"
Proprio in quel momento vide il mago pakistano fermo a una trentina di metri da lui. Lo stava osservando e rideva. Anche lui rideva, sembravano tutti contenti quella mattina.
"Mister Saladin, cosa sta succedendo? La prego, mister Saladin, me lo dica".
"Stai tranquillo. Andrà tutto per il vostro meglio" gli rispose il pakistano e se ne andò, malgrado Marco lo supplicasse di restare. Si fermò alcuni passi più in là e iniziò a parlare fitto fitto con Dagmar, come se fosse una vecchia amica. Anche Dagmar rideva, anche lei era contenta.
"Dagmar!" la chiamò Marco, ed emise un potentissimo ruggito.
"Vieni qui, maledizione! Dimmi quello che sta succedendo".
Ma lei lo salutò agitando una mano e continuò a parlare col professore.
"Dagmar, dimmi quello che hai in mente di fare".
"Sta buono, amore mio" gli rispose lei gaiamente. "Andrà tutto bene: il mago ci aiuterà e noi staremo sempre insieme e saremo sempre felici".
Marco tenne il collo eretto e la testa alta per poterla seguire con lo sguardo il più a lungo possibile, mentre lei si allontanava a fianco di mister Saladin. Prima di scomparire dietro l'angolo di una siepe, Dagmar si voltò e gli inviò un bacio con la punta delle dita.