martedì 26 gennaio 2010

Scrivo un blog da blogger stavolta

Questa mattina alla TV su "Uno mattina" la conduttrice bionda platinata ha intervistato una insegnante di 61 anni che andava in pensione. Che c'è di strano? Perché un'interviata? Perché si tratta della capofila dei precari che vanno in pensione senza MAI aver avuto un posto fisso. Questa signora ha insegnato per 29 anni da precaria, senza mai poter fare un programma, svolgere un proprio piano di insegnamento; senza mai avere una scuola fissa, una scolaresca fissa. Ogni anno facce nuove, colleghi nuovi, simpatie ed antipatie nuove, presidi nuovi, qualche volta paesi nuovi e probabilmente solamente le scarpe vecchie.
Ma come si può! Stiamo parlando di una insegnante di lingue, inglese e francese, dio santo!
Ricordo il mio professore di francese al ginnasio. Allora la lingua straniera si studiava due anni solamente, nelle due classi del ginnasio, la IV e la V. Non so come è adesso. Deve essere tutto cambiato perché sento parlare di quinta liceo classico: da noi dopo le due del ginnasio c'erano le tre classi del liceo. In tutto 13 anni come adesso. Ma con professori titolari, al massimo un paio di supplenti per qualche trimestre.
Il mio professore si chiamava Michele Agueli. Pesava 127 chili. 127 chili di sapienza ed allegria. Michelone da quando entrava a quando lasciava l'aula ci teneva inchiodati al banco con la sua bravura e con la sua bonarietà. Sono così tutti i ciccioni. Ricordo che una volta, correggendo un mio compito in classe, arrivò ad un "chez soi". Si fermò e mi chiese: "Che rospo è questo?"
"A casa sua." risposi. "Come ci sei arrivato?" "Semplice, dissi, chez moi, chez toi, chez soi." " E se fosse a casa de tu sorella come tradurresti, chez soretà?" Ridevamo tutti e lui concluse "A Iacopò se dice chez elle, piglia, impara, incarta e porta a casa". Mi diede 6= "Perché m'hai fatto ride".
Gli volevamo tutti un gran bene. Ma questa è la verità: gli alunni si affezionano agli insegnanti e questi agli alunni.
Se penso che tutti quegli alunni non si sono potuti affezionare alla loro professoressa perché non gli é stato permesso, non gli è stato dato il tempo mi viene una gran rabbia, da vecchio alunno. Non parliamo dell'insegnante cui è stato privato ogni elementare diritto, mantenendo però tutti i doveri dei suoi colleghi. Ogni anno ripartiva dallo stesso stipendio, senza uno scatto di anzianità, senza niente.
Questo si chiama un bello schifo. E basta.
Anche in Germania quando una ditta ti assume non ti garantisce il posto fisso. Sei assunto per esempio dalla Mercedes, dalla Siemens, dalla Wolfswagen oppure da un colosso della Chimica o dalla Thyssen e tu all'atto dell'assunzione firmi una liberatoria dove ti impegni a cambiare cittá ed a recarti in un'altra fabbrica della stessa azienda o di una consociata in caso di bisogno, temporaneamente o per lungo tempo. Ma lo stipendio ha tutti gli scatti di anzianità e così la pensione. Non lo chiamano nemmeno precariato, perché in effetti precario non sei, hai il tuo posto fino alla pensione. Da noi lo Stato, la più grande azienda, la più sicura che dovrebbe esserci, non ti garantisce nulla, ma le tasse te le devi pagare come chi è titolare di una cattedra.
Penso che la cosa si commenti da sola.
Su Italians ho trovato poi una lettera di un certo Andrea che diceva di odiare tutti e di non credere più a nulla. L'accenna anche Silvia nella sua "circolare" ai suoi amici. Non so cosa abbia scritto lei. Conoscendola avrà cercato di convincere Andrea che non si può vivere odiando.
Gli ho scritto una mail anche io. Cominciava così: "Se questa lettera fosse vera sarebbe di una tristezza infinita; ma è vera? Mi sembra un pochettino esagerata." Pausa di riflessione per entrambi. Continuava così: "Mettiamo che sia vera: chi vuoi odiare? Chi ti ha ferito di più? La classe politica? Allora tu sei uno di quelli che, destra centro o sinistra, ci hai creduto. Dovresti avercela con te stesso, allora".
Certo che sono cattivo, ma io vivo qui in Germania da 38 anni perché non ho avuto nessuna fiducia nelle istituzioni e nei governi e governicchi di allora, che facevano le stesse porcate di quelli di oggi, solo che non c'erano Porta a Porta, Ballarò Anno zero alla TV, non c'erano i telefonini e soprattutto non c'era Internet. Me ne sono andato via. Ho portato moglie e tre figli dai miei suoceri; li ho parcheggiati lì per un paio di anni ed ho fatto tutti i lavori onesti che mi sono stati offerti, senza formalizzarmi troppo se erano lavori da villano e non da universitario colto. Come tantissimi altri hanno fatto. Non mi sono arricchito, ma vivo in gran decoro, i miei figli sono tutti sistemati bene ed io sono contento così come sto.
Non devo amare né ringraziare nessuno, ma non sono costretto ad odiare nessuno.

lunedì 25 gennaio 2010

LASCIATEMI SGHIGNAZZARE

Ieri sera, più o meno alle 22,40, io e mio figlio Federico ci siamo dati una ventina di cinque e di pacche sulle spalle, ululando come guerrieri sioux che avevano fatto il pieno di scalpi dei visi pallidi.
Noi avevamo fatto il pieno degli scalpi dei milanisti: erano sul terreno del Mezza, sdraiati a pancia all'aria, braccia spalancate, gambe divaricate, occhi a tiro incrociato e lingua di fuori: in una parola DISTRUTTI.
Noi due, in gloria come tutti i diversi milioni di interisti nel mondo, a goderci lo spettacolo della loro boria calpestata, della loro prosopopea sgonfiata e della loro arroganza ridotta in oscena flatulenza. Un godimento senza precedenti e senza fine, gente!
Perché non è stata una cosa semplice. Dalle lande del Piemonte arrivava il flusso di poderose gufate; dalla capitale e da Napoli altre gufate e cori denigratori per un nostro giocatore di colore, che sembra stare sul gozzo a tutti quanti; da Firenze poi era arrivato, forse in groppa ad un cammello, un arbitro inetto, rifilatoci di soppiatto da qualcuno che poco ci ama, e che vede come il fumo agli occhi i colori nerazzurri in cima alla classifica, ormai da cinque anni.
Ed il malefico fiorentino iniziò la sua opera demolitrice ben presto, espellendo quello che per noi era il faro del gioco, un olandese piccolo quanto bravo, un mezzo regalo del Real Madrid, come Cambiasso, che ci hanno dato gratis considerandolo un bidone. Grazie Spagna, grazie Real.
Stavamo in quel momento 1-0 con un gol del "principe" Milito; mancava però alla fine quasi un'ora e un quarto e tutti si aspettavano che il Milan ci facesse a fettine.
Gliene abbiamo fatto ancora uno, e malgrado l'iniquo ghibellino ci abbia fischiato un rigore contro che forse nemmeno c'era, Ronaldinho s'è fatto parare il rigore da Julio Cesar, che lo ha fregato, non muovendosi tra i pali.
È finita 2-0 per l'Inter; 0-2 per il Milan.
Immaginare il Berlusca a Roma, nella sua lussuosa abitazione, circondato dai suoi fidi incensatori, diventare di minuto in minuto sempre più piccolo fino quasi a scomparire sotto il divano, mentre il suo alter ego a San Siro, mister Galliani intendo, prolungava il suo muso da squalo fino a toccare terra è stato un momento di grande beatitudine.
Per un paio d'ore di una serata invernale si possono dimenticare ambasce e dolori addominali, cambiali in scadenza e le stupidaggini a gogò di alcuni politici nostrani e bearsi di un gioco, che è il più bello del mondo, quando vinci, quello che ti manda in visibilio, quando vinci, quello che ti fa sognare, quando vinci, e che ti distrugge la vita (vero milanisti?) quando perdi così, da PIRLA.

sabato 23 gennaio 2010

Hic manebimus optime

Sono rincasato dopo una giornata passata nel domicilio di mio figlio, in compagnia dei suoi gemelli di ventotto mesi, completamente esausto, ma felice: quei due lazzaroni mi danno ogni volta una scarica di energia.
Ho svolazzato sui blog degli altri, soprattutto su quello di Fuma, poi sono entrato nel mio. Ho riletto il mio pezzo di ieri e mi ha preso il Wut, la rabbia per la pagina 74, l'odiatissima 74.
Ho agganciato il testo su word ed ho letto le ultime due righe:
"Federico sedette in terra incrociando le gambe, incurante del fatto che gli altri membri della squadra pensassero che stava riposando. Si pose una domanda: -Come avresti preparato tu l'incontro se fossi stato al posto di Tania Mauer?-"
Ho preso la prima penna che mi è capitata sotto le mani -NON la tastiera del computer, nota bene, una volgarissima penna biro ed un foglio di carta- ed ho scritto di impulso e di rabbia:
"Restò solo un attimo senza darsi una risposta.
-Come ha fatto lei -si disse poi- mettendo gli uomini sul terreno in una formazione a cuneo, col vertice rivolto verso di noi, a punta di lancia; anzi ad albero di natale, come una squadra di calcio che gioca in trasferta con un solo attaccante e gli altri tutti dietro la linea del pallone a difendere la porta.
Guardò come erano sistemati i suoi: disposti a cuneo rovesciato, molto forti sui lati.
-Fantastico, pensò: così li fregheremo."
Mi sono alzato reggendo quel foglio nelle mani.
Cavolo! Mi sono detto. E ci ho messo quattro mesi.
Di colpo avevo visto dove mi aveva portato il gomitolo e da dove sarei partito per il resto, per il finale.
Così mi sono venute alle labbra le parole che Tito Livio mette in bocca al centurione che torna dopo la battaglia di Veio: "Pianta qui la tua insegna, alfiere, hic manebimus optime, questo è il miglior posto dove sostare."
Ora so quello che scriverò domani, e dopodomani e dopodopodomani. È una grande sensazione, gente, la liberazione da un incubo, perché io ci stavo proprio male, malissimo, altro che mal di denti.
Adesso però mi accorgo che debbo dare una spiegazione a proposito di quel gomitolo di cui sopra.
Non è mia, ma di Stephen King. Sostiene King che le idee a volte te le devi andare a cercare fino in cima alla luna, altre volte ti cadono addosso e ti basta raccoglierle. Sostiene ancora che, quando va a caccia di idee prende un gomitolo (ideale) di filo, se ne lega un capo al polso destro e lancia il gomitolo avanti a sè; poi incomincia a seguire il filo riavvolgendolo. Gli capita di trovare l'altro capo del filo in un letamaio, su una strada sbagliata insomma. Allora ritorna indietro e lancia di nuovo, e prima o poi imbocca la strada giusta. Ecco: dopo quattro mesi di inutili tentativi ho evitato tutti i letamai e sono sulla strada giusta.
Questa mattina ho letto, come faccio ogni giorno, ITALIANS di Severgnini.
C'era la lettera di un italians che mi ha un po' irritato. Sulla fritta e rifritta ormai storia della riabilitazione di Bettino Craxi. Lo scxrivente (refuso freudiano) scomoda Napoleone, esprimendo una curiosissima teoria: Napoleone era un dittatore che se ne fregava dei principi della Rivoluzione, Égalité, Liberté, Fraternité e faceva il comodaccio suo. Napoleone aveva fatto del nepotismo una regola del suo governo elevando al rango di re fratelli e cognati. Napoleone ha fatto massacrare due milioni di francesi in guerre utili soltanto al suo prestigio (!); seicentomila morti solo nella campagna di Russia. Napoleone era quindi un tiranno sanguinario, che aveva arricchito se stesso e la sua famiglia. Era anche un puttaniere, cento sono state le sue amanti, Maria Walewska per prima; era anche un sudicione, come si evince dalla sua posta. Scrive infatti a Giuseppina: "Campagna vinta. Fra quindici giorni sono a Parigi. NON LAVARTI."
Eppure, conclude il nostro scrittore, in ogni angolo di Francia, in ogni città c'è un monumento a Napoleone. Significa: tolleriamo tutte le sconcezze, le nefandezze per cui B.C. è stato condannato (cinque volte per tre gradi di giudizio) ed eleviamolo agli altari.
L'aver voluto mescolare Napoleone con Craxi mi ha dato fastidio. Il nostro non ha capito il senso della Storia. Lo invito a leggere il libro stupendo di Benedetto Croce "Storia d'Europa nel secolo decimonono". Troverà la spiegazione a molti dei suoi quesiti. Basti citarne l'incipit:
"Alla fine dell'avventura napoleonica, sparito quel GENIALE DESPOTA dalla scena che tutta occupava...".
Naturalmente Croce voleva riferirsi all'altro despota che geniale non era e che in Italia la scena tutta occupava, ma va bene lo stesso come inciso.
Mi girano le scatole perché lo Italians della lettera è andato a scomodare un mito della mia giovinezza.
Napoleone è stato tutto quello che sostiene quel signore ed anche peggio. C'è solo da dire che ha sconvolto la storia d'Europa cambiando un'epoca. Il famigerato Congresso di Vienna ha cercato di restaurare quel che poteva del passato, ma le idee erano avanzate, troppo avanzate, anche se portate sulla punta delle baionette francesi. Era iniziato il cambiamento. Questo lo ha stabilito La Storia, non la Moratti a Milano o i passionari in tutta l'Italietta del vecchio PSI.
Aspettiamo la Storia ed il suo giudizio. Oggi siamo purtroppo solamente alla cronaca; ci vorrebbe un Omodeo e invece dobbiamo accontentarci di un Bruno Vespa.

venerdì 22 gennaio 2010

IL BRACCINO CORTO

Da quasi quattro mesi sto cercando di rimettere mano al mio romanzo, rimasto alla pagina 73 del word. Inutilmente. È come se ogni volta prendessi la scossa, e mi fa una rabbia, mi fa. Perché non ho il blocco dello scrittore, infatti nel frattempo ho scritto cinque racconti, ho rivisionato il mio secondo romanzo, ho commentato sul blog dei miei amici ed ho scritto onorevolmente sul mio un paio di pezzi. Quando hai il blocco non riesci nemmeno a scrivere cartoline di auguri. E allora? Io l'ho battezzato "il braccino corto", quello che viene ai tennisti che stanno per concludere a loro favore l'incontro di finale: sul risultato di 5-4 al quinto set, con la battuta ed una situazione di quaranta a zero ho sprecato tre match point, mettendo una palla lunga, buttando a rete una volée di rovescio e sotterrando uno smasch da trequarti campo! Una catastrofe, e adesso ho le chiappe raggrinzite dalla paura.
Con questo animus pugnandi ho affrontato oggi il quotidiano assalto alla pagina 74. Ma mi sono fermato alla numero 2. Lì, dopo il titolo e prima dell'incipit del romanzo, dove di solito si scrive un pensiero, oppure un celebre detto, o solamente "a mia madre", che fa sempre un effettone, io ho riportato un versetto bellissimo dell'Apocalisse:
Per questo rallegratevi, o cieli,
e voi che in essi dimorate.
Guai alla terra e al mare,
ché il diavolo a voi è disceso:
un'ira veemente ha nel cuore,
perché sa che breve è il suo tempo.
Mi colpisce profondamente questa discesa del diavolo sulla terra.
Non so che dire: non credo nell'Inferno o nel Paradiso e mi ha dato fastidio che un papa carismatico come Woityla abbia tirato fuori più e più volte 'sto diavolo dal cilindro come se lui ci credesse veramente. Ma forse sono ignorante io, o solamente troppo poco intelligente per capirlo, non escludo nulla. Comunque questo diavolo schiumante rabbia che si avventa sulla terra mi affascina. Il mio vecchio insegnante di italiano avrebbe detto: "Un'espressione pregnante".
La domanda che mi pongo è: perché è breve il suo tempo?
Non è vecchio più del mondo? E non sopravviverà alla fine del mondo? Ma che razza di alter ego di Dio è allora questo diavolo?
In qualche mia pagina del passato ho scritto una frase, che cito a memoria: l'amore e l'odio vanno a braccetto in questo angolo di universo, però l'amore finisce sempre, l'odio mai. È l'odio il motore della vita del mondo. Cioè il Male, cioè il diavolo.
A chi obietta che anche l'amore è infinito, a volte, rispondo che l'unico amore infinito che conosco è quello di una madre per il proprio figlio: sorge dal cuore al primo movimento fetale e non muore mai. Altri amori fino alla morte non esistono.
L'odio col tempo aumenta e produce altro odio; una catena di montaggio senza limiti.
Ma Giovanni dice che il suo tempo è breve. Allora forse vuole dirci che il tempo del mondo è prossimo a concludersi, che tutto finirà ed il nostro amico Belzebù non avrà più anime a disposizione da portarsi via.
Sono oltre 1900 anni che l'Apocalisse è stato scritto e a me parrebbe sufficiente per decretare la fine dei tempi supplementari: non è successo niente, caro Giovanni, ti è andata buca la profezia. Però poi penso alle Torri Gemelle, alle stazioni di Madrid, allo tsunami nell'Oceano indiano, e recentemente ad Haiti e freno la lingua perché, credere o non credere, di fronte al mistero del Sacro bisogna fermarsi e riflettere.
E allora, visto che dobbiamo fare una profonda riflessione, cerchiamo di capire che significato avessero le braccia alzate al cielo di quel bambino haitiano seminudo e sporco estratto dalle macerie cinque giorni dopo il terremoto. Lo tirano fuori e tu ti aspetti un esserino impaurito che piange e si stringe al collo dei soccorritori, e quello spalanca le braccia come se avesse segnato il gol della vittoria all'ultimo minuto.
Un'immagine incredibilmente bella e rasserenante, che mi ha preso alla gola.
Una di quelle cose che non dimentichi più.
Fa da contraltare a quella terrificante del secondo aereo che arriva di volata dalla destra del teleschermo e si infila nella Torre Sud.
Ecco l'amore ed ecco l'odio.
Quale dura più a lungo?

giovedì 21 gennaio 2010

Seguire i consigli degli amici prodest

Ornella ha ragione: un blog deve promuovere commenti. Se ne deduce che debba sollecitare emozioni; quindi non può essere un bollettino meteorologico, né una puntatona di Porta a Porta con Alba Parietti a mostrar le coscione.
Devo tenerlo sempre presente oggi che riparlerò del mio libro, anzi, solamente dei due personaggi maschili, Terenzio Mauteri ed il narratore della storia, di cui, con un vezzo d'autore, non si conosce il nome. Terenzio lo chiama più di una volta "bello" e lo farò pure io, per economizzare spazio.
Bello è colui che narra le cose sue e quelle di Terenzio, quel che capita a Christine, a Marò, a Ima; insomma tiene insieme le fila del racconto. Bello non sono io, ma ha molto di me; accidenti della mia vita entrano nel racconto della sua vita; ha i miei pensieri, esprime spesso le mie opinioni.
Voglio subito chiarire un concetto. Questo libro non è autobiografico, non racconta la storia della mia vita, delle mie sventure e dei miei successi. Eppure se qualcuno mi chiedesse: "Iacoponi, questo tuo libro è autobiografico?", io gli risponderei "Ni".
Ogni autore è autobiografico. Non posso ambientare una storia in Finlandia, dove non sono mai stato; non posso costruire un personaggio senza dargli una base reale, togliendo a persone vere che ho conosciute, perché altrimenti il lettore si accorgerebbe che il personaggio è vuoto, fittizio. Coi personaggi maschili ti salvi sempre, perché sai come reagiresti tu in certe situazioni. Coi personaggi femminili è più delicato e complesso, perché delle tante donne che hai frequentato conosci l'aspetto esteriore dei loro atti, quello che loro hanno lasciato vedere a te uomo, ma non sai quali sentimenti fremevano dentro di loro. Come puoi descrivere il turbamento che avviene in una donna quando sente nascere l'amore dentro di sé non essendo donna? Come puoi immaginare e mettere su carta il tormento di una donna tradita, abbandonata? È un problema che tutti gli scrittori risolvono facendosi aiutare da collaboratrici. Fondamentale è che il personaggio sia credibile. Con questo si chiude il circolo e la divagazione.
Bello combatte e perde sempre con le sue donne: perde con la madre Ima, che lo disprezza ma si deve accontentare di un figlio un po' imbelle per non essere stata capace di produrre niente di meglio; perde con sua moglie Christine, coinvolgendola nelle sue angosce; perde con la sua quasi amante Angela perché mai riesce a decidere cosa voglia fare. Insomma perde sempre.
Come Terenzio, che è il suo alter ego e che perde con Marò. l'unica donna che veramente abbia contato nella sua vita. Le donne invece vincono sempre, anche quando muoiono.
È così strano che io descriva un mondo di uomini perdenti e di donne vincenti? No, perché sono realista e questa è la vita, ammettiamolo, maschietti; a meno che non vogliamo contraffare una vigorosa trombata per una vittoria.
Proprio questa mattina ho terminato di leggere il romanzo d'esordio di un collega di scuderia, Alberto Soana. Tre personaggi, due uomini ed una donna. La donna, Vanessa, è un'arrampicatrice sociale che sa sfruttare il sex-appeal magistralmente, senza contaminare i propri sentimenti. Claudio, un povero Cristo, intelligente quanto confusionario, che confonde una tenzone erotica con una battaglia intellettuale. Ludovico è invece un poveraccio innamorato come un bambino di Vanessa, che non lo scarica perché legata a suo padre.
Finisce in tragedia, ma Vanessa sbaraglia i maschietti su tutta la linea.
Io ho la mia età, Alberto non ha ancora 39 anni.
Voglio dire che non è per via che il ricordo di lotte senza fine ormai sbiadisce e rende i miei personaggi maschili dei perdenti; forse è la sensazione che due uomini intelligenti, che sanno guardare attentamente il mondo, hanno della realtà quotidiana. Forse questa realtà appare loro come una cappa plumbea sopra i tetti dei maschi.
Tornando a "Martedì", Bello e Terenzio si ritireranno soli sopra un isolotto del Mediterraneo in attesa della fine. Ma io il romanzo lo faccio terminare molto prima, mentre Bello si affretta per andare ad imbucare una lettera a suo figlio.
Un atto di amore paterno, un pensiero generoso, una riabilitazione, forse. Almeno nel mio immaginario, nella mia volontà di autore.

mercoledì 20 gennaio 2010

Blogghisti e romanzieri

Sto seguendo i blog di due miei amici, dei quali sono diventato sostenitore, ed ho cacciato il naso in altri blog di passaggio. Ho riletto quello che ho scritto ieri e, soprattutto, quello che avevo scritto prima di andare in vacanza, nello scorso luglio. Ne ho tratto la conclusione che io non so scrivere un blog. Infatti i miei amici sono bravissimi a fissare con poche immagini un pensiero, un concetto; ognuno con le sue arti e alla sua maniera, ma entrambi con una immediatezza di linguaggio da far invidia a chi, come me, del linguaggio ritiene di essere padrone per descrivere qualsiasi situazione comica o drammatica in un romanzo, oppure in un racconto.
Se ricordo bene ho iniziato questo blog con l'intento di ragguagliare alcuni lettori di "Martedì", che scrivevano alla redazione della mia casa editrice chiedendo spiegazioni e cose su quel libro ed i suoi personaggi. Di queste cose avevo parlato finora, e credo che continuerò a farlo, almeno per illustrare i due personaggi principali; ne sono debitore con i lettori del mio libro, ai quali lo avevo promesso fin da luglio dello scorso anno. Poi parlerò anche di altri romanzi, che finora ho scritto e che darò alla stampa quanto prima.
Ma adesso mi intriga forte anche questo scambio di affinità con persone che sento molto vicine a me. Commentando i loro post mi sembra di tener loro una mano sul cuore, e sento la loro sul mio.
È una sensazione bellissima che non avevo mai provato.
Un conto è avere amici, uomini e donne, seduti intorno al tuo tavolo sulla veranda e chiacchierare di tutto e di tutti, ridendoci su e magari incazzandocisi sopra, come nelle belle tradizioni delle italiche genti: li vedi, li puoi toccare, puoi vedere se i loro sguardi si incupiscono, se sono pronti al riso, oppure se stanno prendendo una sedia per sbattertela in testa. Un conto invece è parlare sommessamente, a volte sproloquiare, qualche volta offendere, vero Enrico? Vero Ornella? Talvolta dalla parte dell'offeso, spesso dalla parte dell'aggressore, avendo davanti soltanto una tastiera scoppiettante ed uno schermo di 17 pollici.
E dopo rimanere col cuore in gola fino alla mattina successiva, per poi andare cautamente a cercare le risposte ai tuoi commenti, alle tue boiate insomma, temendo che qualcuno ti abbia sbattuto la porta in faccia. E tirare un sospirone di sollievo quando intravedi lo spiraglio che ti è stato lasciato aperto. Questo è di tutti il momento più bello, almeno per me, neofita in questo gioco, che ancora non riesco a dominare, quello di internet intendo dire. Mio figlio si è meravigliato che io riesca a rimaner connesso. Chissà cosa avrà voluto dire.
Ho promesso ai miei amici, blogghisti o soltanto commentatori, di fare un'eccezione alla mia regola e di rileggere quello che ho scritto prima di pubblicare un post. L'ho promesso soprattutto a me stesso e credo che il clima generale ne guadagnerà.
Ma non lo faremo diventare monotono: il perbenismo volutamente mieloso mi dà sui nervi. Ogni tanto un bel vaffa ci può scappare, perché come si dice a Roma "quanno ce vo, ce vo".
Domani farò un commentino sui due personaggi di "Martedì". Stasera stonerebbe.
Ho riletto tutto: può andare. Imprimatur.

martedì 19 gennaio 2010

VOGLIA DI RICOMINCIARE

Di solito quando arrivo all'ultimo capitolo di un romanzo, oppure alle battute conclusive di un racconto mi prende una gran voglia di finire: un prurito mi attraversa la schiena, si impossessa delle mie braccia e si allunga fino ai polpastrelli delle dita. È nervosismo certo, oramai lo riconosco prima che abbia inizio; ma non mi era ancora capitato di aver voglia di ricominciare, perché di solito quando attacco un racconto o un libro tiro avanti senza smettere mai fino all'ultima parola.
Avevo salutato i presunti lettori del mio blog a luglio, prima di partire per le vacanze, proponendomi di ricominciare subito al ritorno per parlare dei personaggi maschili di "Martedì". Ma non pensavo che succedessero tutte le cose che si sono susseguite in così poco tempo.
La zia Carmen, quasi una sorella maggiore per Annamaria, si è improvvisamente aggravata ed ha passato quasi tutta l'estate in un ospedale di Udine. Sarebbe dovuta tornare a casa all'inizio di settembre, ma ci hanno sconsigliato di lasciarla sola nel suo grande appartamento. Noi avevamo pensato ad una badante anche per la notte, visto che quella di giorno non poteva proprio rimanere, ma la zia ha preferito andare nella casa di riposo. Inutile contraddirla, e poi quella era veramente la soluzione migliore.
Nel frattempo a me era caduta una bella tegola in testa. Durante una notte un bastardo ha dato fuoco a quattro macchine, una era la mia. Una Marea 2000, che in cinque anni di servizio non mi aveva mai dato grattacapi. Mi ci ero affezionato a quella macchina, come ci si affeziona ad un amico che non ti tradisce mai. Guido da cinquant'anni e mai avevo avuto un'auto così mite: mai una volta dal meccanico, mai un disturbo, una tosse cattiva, un mal di pancia. Consumava relativamente poco per la sua potenza e l'olio potevi anche scordartelo, ché lei non ti presentava mai il conto. E quel figlio di padre ignoto scorrazza per la città con una bomboletta spray con chissà quale schifezza infiammabile dentro: vede una bella macchina rossa con targa tedesca, evvai!
Per fortuna che sono socio dell'ADAC, l'Automobil Club tedesco, che non ti molla nemmeno nel Sahara; per fortuna che le Compagnie assicurative germaniche contemplano anche l'incendio doloso appiccato da terzi ed il vandalismo nelle loro polizze auto, altrimenti rimanevo col sederino scoperto.
È stata comunque una gran rottura di scatole, con denunce ai carabinieri, Fax e controfax, che hanno definitivamente mandato le mie vacanze a donne di facili costumi.
Quando sono ritornato a casa ho dovuto mettermi a cercare un'altra macchina. Sono stato fortunato: ho acquistrato un Opel Meriva seminuova, ottima in città. Per i grandi viaggi si vedrà; c'è ancora molto tempo.
Poi però sono stato preso dalla rielaborazione di un testo, scritto alla fine del 2008, che volevo assolutamente spedire ad un editore. Non pensavo mi costasse tanto tempo, ma non si può fare tutto bene ed in fretta, quindi mi sono dato tempo. Intanto cominciavo a sentire uno strano prurito che si impossessava della mia schiena. L'ho battezzato "voglia di ricominciare" ed ho aspettato il momento per farlo. È finalmente arrivato.
Adesso voglio parlare di amicizia via web.
Non credevo fosse possibile stabilire un rapporto umano con persone che non hai mai visto, che non vedi, di cui non senti la voce, che non puoi guardare negli occhi; in particolar modo per me, che do enorme importanza alla sensazione visiva, tattile, olfattiva che si ha quando si sta in presenza di un'altra persona. Non lo credevo fino a poco tempo fa: poi chattando ho conosciuto Cristina, una donna adorabile cui voglio bene come ad una figlia.
Pensavo bastasse, invece ho conosciuto Silvia (porta il nome di un mio grande amore, ma lei non lo sa). Silvia è come tipo quasi all'opposto di Cristina: è meno docile, forse più aggressiva, mai colpi sotto la cintura però; sa quello che vuole e scrive molto molto bene. Anche lei, come Cristina, non ha tante sicurezze, anzi ha molte insicurezze: Cristina le ammette, per lo meno con me via web; a Silvia da fastidio ammetterle e cerca di camuffarle riescendoci abbastanza bene. In compenso ha un enorme grinta ed un grande concetto di se stessa.
Ha tentato, o sta tentando, di giocare con me come il gatto col topo, ma si è scelta un vecchio topaccio avvezzo a mille battaglie.
Non le voglio bene come ad una figlia, anche se la mia primogenita Monica è solamente due anni più giovane di lei. Come istintivamente ho sentito un sentimento paterno per Cristina, ho capito che avrei preferito essere trenta anni più giovane ed avere incontrata Silvia allora: sarebbe stata una grande zuffa ma forse ne sarebbe uscita una grande storia.
Tornando alla realtà, cercheremo di collaborare, se lei vorrà.
Tramite Silvia ho conosciuto Ornella. Ornella è una donna cocciuta nelle sue idee, che crede perfette e inossidabili; morde e tira calci, qualche volta offende e spara colpi sotto la cintura senza porsi problemi.
Una peste? No: una testarda presuntuosa, forse, ma ha un grande pregio, la sincerità. Attacca a testa bassa sempre in difesa degli altri, anche non richiesta, e colpisce di tacco e di punta. È sarda ed ignora che io conosco benissimo i sardi: amici fino alla morte, se amici. Nemici fino alla morte, se nemici. Ornella pensa che se non fossimo nel web, ma di fronte fisicamente, mi caverebbe gli occhi, io penso invece che dopo esserci guardati in faccia, scoppieremmo in una risata.
Comunque le voglio bene, ma che non lo sappia, non so se capirebbe. Le voglio bene perché riesce ad animare le mie giornate, e poi perché io non odio nessuno e rispetto tutti.
Recentemente ho conosciuto Enrico, una degnissima persona, che avevo sottovalutato. Non ci avevo proprio colto. Ha una forte personalità ed un forte autocontrollo, che non sono riuscito a scalfire nemmeno con le subdole insinuazioni con cui inizialmente l'ho attaccato. Perché? Vallo a capire. A volte mi comporto come un cavallo allo stato brado, un ippopotamo in un negozio di porcellane di Capodimonte. Non è mia, era di mia mamma, che mi conosceva bene.
Spero che Enrico abbia già dimenticato; mi gratificherebbe la sua amicizia. Io gli ho offerto la mia.
Non lo faccio spesso.
Ho lasciato Cristina per ultima.
Cristina non è debole, tuttaltro, ha un carattere fortissimo, ma non lo apprezza come dovrebbe. Si sente un pulcino ed invece potrebbe dare dei punti anche a me. Ha sofferto ed ha preso il mondo un pochettino in uggia. Mi fa piacere pensare che io l'abbia un po' aiutata a riprendere coraggio e fiducia. Anche lei scrive bene, non da donna. Scusate, ma noi maschietti siamo soliti usare questa espressione, certamente impropria ma non dissacratoria, quando incontriamo una donna che scrive bene bene. "Scrive come un uomo" significa senza sviolinature e piagnistei. Ma forse è un'espressione che andrebbe cancellata, dato che le donne hanno ampiamente dimostrato di essere in gesamt alla pari con gli uomini, ed in molti campi assai superiori.
Credo di essermi preso la rivincita per tutto il tempo che ho dovuto fare pausa.
Questa sera andrò a letto con la pancia piena e dormirò come un bebè.