domenica 14 ottobre 2012

TATORT

La parola composta Tatort significa in tedesco luogo dell'accadimento, e quindi come in questo caso luogo del delitto.


IL  FATTO

1.

E così sono stato ucciso!
In quel corpo disteso per terra
dentro un bosco,
(vederlo lì bocconi 
e inerte
mi fa perfino pena),
con la testa infilata tra sterpi e pietre,
tutto sporco di sangue,
lì dentro dunque
stavo io
per quaranta anni e passa.

Addosso gli sta l'autore del delitto,
la pietra lercia di sangue
ancora in mano:
aspetta da quelle membra
rattrappite
una qualsiasi mossa per colpire
di nuovo, più forte ancora.
Sul collo lo tocca:
segno di vita non trova.
Getta
la pietra allora
e tutto intorno si guarda.
Sassi raccatta e rami secchi
per buttarglieli sopra,
per nasconderlo un po'.
Poi di un passo indietreggia
e di nuovo 
tutto intorno si guarda, e se ne va,
sicuro
senza fretta, lungo il sentiero, 
lentamente
senza voltarsi mai indietro.
Io sempre al fianco gli rimango
e intensamente ogni
sua mossa osservo;
però a vederlo non riesco in faccia.
È alto, 
veste bene, accurato,
camicia e cravatta,
scarpe di marca.
Un cappello di feltro a falde flosce,
un impermeabile chiaro
che rassomiglia
tanto a quello che indossavo io.
Guanti calza di pelle nera,
alzato tiene il bavero
e un foulard di seta gli
copre la faccia
fino agli occhi.
Non mi pare
di averlo mai incontrato:
questo qui deve
essere un sicario
venuto per colpire, per ammazzare, 
e qualcuno per questo
lo ha pagato.

Una moto incontro ci viene
coi fari accesi,
abbastanza veloce su per il sentiero.
Subito si nasconde 
il killer dietro un albero.
Un giovanotto con la giacca rossa
di pelle, senza casco in testa,
guida la moto.
La sua ragazza si appoggia
alla sua schiena, 
lunghi capelli liberi
nel vento. 
Appena passano cerco
il sicario: è sparito,
non lo vedo più.

Immediatamente mi sposto
accanto al corpo dell'ucciso
(non ho bisogno di camminare
per i miei spostamenti, né di volare:
basta che io voglia e sono subito altrove).
Rapida la moto passa oltre,
arriva poco più su, poi il ragazzo
la ferma; il fascio luminoso
si spegne. Ora è
di nuovo buio,
ma qualcuno
rovescia le tasche del morto.
Un vagabondo,
uno straccione che porta via un anello
con brillante da tre carati, 
un Omega d'oro da 4.000 euro, 
il portafogli e le scarpe.
Quando scappa
inciampa
nei sassi sporchi di sangue,
e fa un gran casino.
Spaventa a morte quei due
ragazzi là sopra,
che sono intanto scesi dalla moto.

Mi sposto da loro.
Lai sta appoggiata con la schiena
a un albero,
la gonna tirata su fino all'ombelico,
le mutande giù fino a sotto le ginocchia,
e lui sta sbracato
di fronte a lei
col grosso pene eretto.
Ma la ragazza non ha più voglia di scopare.
"Andiamo via, dice; c'è qualcuno".
E subito le mutande su si tira
e giù la gonna.
Lui è molto giovane e impacciato:
non protesta nemmeno.
Si arrangia coi calzoni
come può,
più svelto che può,
e in qualche modo
ricaccia dentro il suo pene
ancora eretto.
Saltano sulla moto e vanno via, 
con lei che intorno si guarda
e batte i denti.

Scende pian piano il ragazzo,
per un momento illumina
il corpo a terra,
un attimo soltanto
ma che al ragazzo basta.
"Vai via, vai via di qui", lo supplica lei,
ma lui è già fermo.
Guarda fisso in quella direzione
ma non si avvicina.

"Non è normale".
"Che cosa non è normale?"
"Con questo freddo quello
se ne sta sdraiato sotto un albero".
"Andiamocene! Fai come ti dico".
"Forse sta male; non si muove nemmeno".
Solleva la moto sul cavalletto
e scende, ma non fa un passo avanti.
Deve avere una brutta fifa addosso,
però non ci mette tanto a capire
come stanno le cose;
dirige allora il fascio
di luce
sull'immobile corpo.
"Cristo! Ma quello è morto!"
"Come lo sai?"
"Non vedi quanto sangue? dice lui;
e non ha nemmeno le scarpe".
"Allora è un vagabondo,
qui in giro è sempre pieno".
"Sì, però questo è un vagabondo morto, 
morto ammazzato".

Riparte subito, 
con lei seduta dietro.
Questa volta guida più svelto
fino alla cabina del telefono,
giù in fondo ai margini del bosco.
Gli sto vicino
quando chiama la Kripo.
Dice nome e cognome,
scandendo bene le lettere, 
e quello che ha trovato 
là di sopra.
"Sì, resto qui", risponde, 
e riattacca il telefono.
La sua ragazza è infelice adesso:
mette in ordine la gonna, 
che è di nuovo salita
un po' troppo.
Tiene il muso lungo fino ai piedi:
maledice di sicuro
l'idea di venire nel bosco
questa sera
per farsi una sveltina.

La Kripo si sente da lontano
con tutti i suoi suoni di sirene e trombette,
e da lontano si vede
con le sue luci intermittenti blu.
Ma forse adesso ho perso
molti dei sensi che avevo prima
quando in quel corpo stavo;
chissà, forse anche tutti quanti.
Può darsi invece che adesso
riesco a concentrarmi
su quelle cose
che prima
non erano importanti,
che nemmeno vedevo,
che neppure ascoltavo.
Adesso per esempio rimango
ad ascoltare
il suono dei pensieri della ragazza
con la minigonna:
il suo desiderio soffocato,
e l'ira per il suo amico
che a fare l'eroe sta giocando.
Rimango pure ad ascoltare
il trambusto della paura e dell'ansia
nel cuore del ragazzo
con la moto: 
resta lì, ma si piscia addosso
dalla tremarella.
Per questo non mi accorgo
che i poliziotti sono arrivati;
ma dopo pochi minuti
c'è più luce e più gente
in questo angolo di bosco
che al Luna Park nei giorni di festa grande.
Piantano fari tutto intorno,
tutto cercano e tutto
tastano e fotografano.
Un gruppo con un nastro
plastificato bianco e rosso
recinta la zona.
Dischetti numerati depone un altro gruppo:
accanto al sasso sporco di sangue,
a un ramo spezzato, e a chissà cosa ancora,
uno, due, tre e così via.
Qualcuno scatta foto,
atri scrivono,
e tutti parlano nel telefono portatile.
Girano intorno a quel corpo,
vanno, vengono, rivanno
e poi di nuovo ritornano indietro.
In mezzo a loro c'è uno che sembra
essere quello che comanda: 
appartato se ne resta
senza dar l'aria di far niente,
ma tutti
ogni cosa a lui riferiscono,
tutto gli fanno vedere
quello che trovano,
e lui tutti ascolta
e poi con cenni brevi della testa
indietro tutti rimanda.

Il Comandante comincia a parlare
coi due ragazzi della moto.
A voce bassa fa le sue domande:
"Che facevate qui?"
"Vi conoscete da tanto?"
"Di dove siete?"
"Tu che lavoro fai?"
"Apprendista meccanico."
"E tu?"
"Io non faccio niente,
volevo dire che vado ancora a scuola."
"Perché, quanti anni hai?"
"Sedici, quasi fatti."
"Stai attento tu a portarla nei boschi,
ché questa è minorenne."
Gli prende un braccio,
negli occhi lo guarda, che sono grandi
e pieni di paura
in tutta quella luce.
"Dimmi quello che hai visto."
"Ho viso anch'io", dice minigonna.
"Va bene: tu confermi se è il caso,
oppure lo correggi."
Il ragazzo gli racconta
quel poco che sa:
del rumore che hanno sentito,
come qualcuno che inciampa,
cade e poi scappa:
e del corpo che poi ha visto
disteso per terra.

Il Comandante subito via li manda, 
ha altro per la testa adesso.
Agli uomini chiede se documenti
hanno trovato,
qualunque cosa per identificare quel corpo
e dargli un nome.
Qualcuno fruga ben bene nei vestiti
e porta di corsa
al Comandante
un portamonete mezzo vuoto.
Lui ne tira fuori
una scheda gialla di plastica:
il tesserino di socio dell'ADAC.
Così adesso sanno che nome dare
a quel corpo.
È facile come un gioco
trovare l'indirizzo.
Il Comandante chiama un paio di uomini
e vanno via insieme sgommando
con una macchina veloce.

Ancora un po' rimango
a guardare quel corpo tutto imbrattato.
Lo hanno girato sulla schiena, e stanno
per portarselo via
in una grigia bara di lamiera.
Prima però devono infilarlo
in un sacco di plastica nero con cerniera.
Guardo la faccia del morto,
e mi sorprende vederla
così serena,
rilassata.
Non c'è traccia di orrore,
né di strazio:
è la faccia di un uomo che ha pagato
il suo prezzo al destino
e in pace è adesso.
È la faccia di chi è libero
da un peso,
da un rimorso,
che so io, da una vendetta
incombente.
È la faccia di un uomo
che non è più infelice.
La guardo ancora a lungo
quella faccia,
e quasi mi sembra
ci non averla vista mai.

(continua) 








mercoledì 10 ottobre 2012

IO E STA PANTERA DER CIUFOLO

Ciavete fatto caso che quanno state chiusi drento an posto indove nun c'è nisuno ve pare che  stanno tutti a guardavve a voi?
Mbè mi moje se n'era ita co la mi fia pe cazzi loro e io me volevo fa na pennica e però me sentivo guardato. Ma da chi, che qui drento nun ce so arimasti manco li mortacci tua? Però nun se sa mai, na guardata dequà na guardata dellà, e che ce doveva da esse: gnente.
Ma poi me so girato e l'ho vista che me stava a pià le misure co du occhi da assassina.
Uddio! Na pantera nera nera che je sortiva la bava da li denti a punta come li chiodi de Cristo.
Uddio, me so detto, questa qui sbava da la voja de magnamme, già s'è messa er tovajolo ntorno ar collo e arota l'ogne su le mattonelle nove nove, te possino ammazzatte.
Buci indove infilamme nun ce ne steveno e allora ho tirato fora da la saccoccia un fazzoletto tutto zozzo e je l'o fatto vede.
"M'arenno, si propio nun vòi discute magnete nparde diti der piede sinistro che tanto è rotto e non me serve più tanto, ma lassime armeno l'onore, nzomma nun me te magnà le palle e manco er mejo amico mio".
Er massimo sforzo, gente, deppiù nun potevo propio.
Me guarda e me sbotta na risata in faccia.
Uddio, sta bestia ride! E che vor di?
"A stronzo, ma nun m'ariconosci?"
Uddio, sta bestia parla! Ma allora si lei parla potemo da discute, magara no sconto, un parde giorni de proroga.
"A ditte er vero so anni che nun vado ar giardino zologgico. Nun te tengo presente, scusame tanto".
"Guardeme mejo, fatte sortì un ricordo da quela capoccia, daje".
"So confuso. Che vòi nun m'era mai successo de parlà co na pantera. Nun ce credevo proprio de potello fa. Pe dì la verità io conoscevo un fregno che ariccontava de na trighe femmina che diventava donna e poi ridiventava trighe e poi però arimaneva donna, e invece l'amico suo che era omo diventava trighe maschio. Na fregnaccia, ho pensato, na bufala, e me pareva giusto na cojonata e invece guarda mo che me sta a capità: me sta a capità che tu me parli ne la lengua mia de me e nun so io che capisco la lengua tua de te".
"Invece d'ariccontamme ste stronzate, penza, fa no sforzo, guardeme bene, gireme ntorno che forse che forse te s'apre la capoccia e m'ariconosci".
"Ma io a te non t'o mai visto. T'arisurta che io vado a pantere? Manco più a donne vado io, pensa npo' tu".
"Mo nun me fa ncazzà".
Uddio, si questo qui s'incazza me se magna.
"No, no, lassa perde facevo pe scherzo...allora, vedemo npo'...gnente...si tu me volessi da na mano, un aiutino piccoletto...nzomma, ndove se semo visti l'urtima vorta?"
"A casa mia, scemo".
"Ndo dichi? Nde la savana? Nde la foresta?"
"None, a casa mia, a Roma".
"Te l'o già detto che io ar giardino zologgico nun ce metto piede da na vita".
"Ar giardino zologgico te ce porteno a te ner gabbio de li rangutani, li mortacci tua, che poi sarebbero puro li mia".
"Mo che vor dì sta storia? Ciavemo li morti a mezzo io e te? Da quanno?"
"Da quanno semo nati, stronzo. So tu fratello".
"Ma a chi vòi coionà? Mi fratello era un cristiano e sta a fa tera pe ceci da più de diecianni".
"No, so io, so Lito, so tornato".
E mo questo sa puro er nome de mi fratello, quello vero. Ma chi è sta creatura diabbolica?
Me deve d'avé capito perché me fa de no co la capoccia e co la coda.
"No, no, so propio Lito, so tornato a vive".
"Embè te sei sbajato scarpe e puro carzoni, nun è mica carnevale che vai mascherato da pantera. Ber costume, davero, comprimenti, ma io mica ce credo, fratello Lito, coso nero, pantero o quello che cazzo sei".
"Mo te spiego er machiavello. Allora: morto so morto e qui nun ce piove. O fatto tutto quello che dovevo da fa, me so spurgato, me so purificato e poi me so messo in fila pe ritornà sur monno".
"Ma allora è vero che quarche vorta aricicceno?"
"No quarche vorta, stupido, sempre".
"Ma tu te sei sbajato, sei arisortito bestia".
"Si la pianti de rompe li cojoni e me fai finì de ariccontatte".
"E allora daje".
"Te stavo addì che me so messo in fila, na fila longa longa de chilometri, de decenni, tutti che aspetteno e nisuno che baccaja, nisuno che mena pe fregatte er posto. Arivo an tavolino. C'era un fregno che sapeva tutto. Dice: tu te chiami così e così. Giusto. Sei morto er giorno tale der mese tale de l'anno tale. Giusto, jaridico. Allora aritorni su la tera fra trecentanni. Trecentanni, me cojoni? E nun se po fa npo' più de prescia? Dipenne, me arisponne er fregno, si vòi tornà omo so trecentanni, sinnò torni magara subbito, però bestia".
"E tu che jai arisposto?"
"Jo detto, ce devo da penzà. No, me fa lui, cotto e magnato, qui nun se penza se fa, mica come laggiù da voiantri. Allora jo detto: amore mio, famme tornà subbito e bestia, ma no sumaro e manco porco. M'arisponne che io sumaro e porco c'ero stato pe ne vita, mascherato da omo. Abbozzo, che dovevo da dì? Ciaveva raggione. Lui guarda nparde pezzi de carta e me fa: zebbra o pantera? Pantera, dico io ar volo. Zoo o casa privata? Da mi fratello. Vabbè, m'arisponne er fregno e sbatte nparde trimbi su na carta. Devo da pagà quarcosa subbito? No, fa lui, qui nun se paga, ma però guarda che pòi fatte vede solo da tu fratello, pe l'antri sarai inesistente".
"Sarebbe a dì?"
"Che me vedi solo tu e me parli solo tu".
"Me sta benissimo".
"Guarda che però io magno, piscio e caco".
"Quarcosantro?"
"No. Solo na vorta ar mese me porti ar giardino zologgico che me sgroppono na femmina de pantera come a me. Tutto pe scaricà, solo pe quello".

Quanno è tornata mi moje co la mi fia lui stava bono bono da na parte e loro manco se so accorte de gnente. 
Va tutto benissimo da quarche settimana, solo che je do la metà der magnà mio e mi moje comincia a prioccupasse perché vede sparì sti piattoni de bendeddio, er doppio de primma, e io invece de ingrassamme me so smagrito.
Capirai, se magna quasi tutto mi fratello, e io devo da fa un culo così a portà fora secchiate de piscio e chilate de merda tutti li giorni. Ma un fratello aritornato è na cosa bella assai e quarche sacrificio se po pure fa.










domenica 7 ottobre 2012

SOLO UN PAIO DI POESIE

CI  VUOLE  TANTO  POCO


Mi chino,
raccolgo
le poche cose
che ho e vengo
via con te.
Ci vuole tanto poco
per essere felici,
a volte basta un niente:
avevo una caramella
di menta in bocca
da due ore
e non me ne ero accorto.





TI  GUARDO  PICCOLISSIMA


Ti guardo piccolissima che scompari
all'orizzonte, e quel che è peggio sei tu
che stai ferma, sono io che vado
camminando come il gambero
in un tardivo abbandono, precoce pensi tu.
Io che ti lascio e gemo, e piango fin da adesso
perché ho bisogno del tuo alito,
come della tua ombra, come dell'idea
che tu esisti ancora e ancora
esisterai solamente per me.
Ma perché siamo arrivati a questo non lo sai tu,
non lo so io. Come abbiamo potuto bruciare
in così poco tempo quello che avevamo 
edificato in così tanto tempo
non lo sappiamo nessuno dei due,
e perché queste domande non hanno 
risposta, e perché io continuo ad andare via, 
e perché tu continui a restare ferma
sull'orizzonte. Non respirerò più dal tuo
alito, non lambirò più la tua ombra.
A me adesso non resta che nascondermi
dietro questa finestra aperta sulla curva
della stretta viuzza da dove laggiù in fondo
tra gli spigoli di un paio di palazzi
si vede un pezzetto di strada,
della strada che tu percorri ogni sera
mentre ritorni a casa, per vederti
un istante, e domani ancora un istante,
aspettando di nuovo la prossima volta
per vederti solo un istante.





















giovedì 4 ottobre 2012

LE QUATTRO STAGIONI

Odio l'autunno, la stagione ermafrodita, che galleggia tra estate e inverno e non prende posizione, come certi nobilissimi politici della nostra italica patria. Eppure da pittore dovrebbero piacermi dell'autunno almeno i colori, che sono molto più belli dell'arrogante verde estivo, ma non ci riesco a guardarli con occhio da pittore, perché sempre nel cervello mi rimbomba la frase fritta "adesso arriva l'inverno", che è il mio vero nemico.
E allora sto autunno mi si avvicina cincischiando, incerto se qualificarsi o meno, da vero frocetto quale egli è. Inutile dirsi "ma dai, siamo giovani e forti, l'inverno passerà e torneranno i tempi belli e le giornate radiose e calde", la rabbia e la noia mi crollano addosso come mura diroccate e un po' per giorno mi trovo pieno dei calcinacci dei loro intonaci.
Quanto mi piacerebbe entrare in letargo, grosso orso muflone che si addormenta giusto in tempo per non sentir svanire dal suo nasone i profumi estivi.
L'autunno è una serpe viscida che si intrufola dappertutto, equivoco, silenzioso e bugiardo, che ogni giorno ti illude con un po' di sole e di calore e subito, appena sei uscito non abbondantemente vestito, ti fotte scaricandoti addosso tonnellate d'acqua gelida. E allora sono corse per rientrare in casa, giacché nemmeno uno straccio di ombrello ti sei portato.
"Scusi, lei è il signor Autunno?"
"Sì, sono io".
"Posso dirle una parola?"
"Prego, anche due".
"E allora: cornuto e disonorato".

Detesto l'inverno, stagione assassina, tetra, brutta, lunghissima il doppio dei suoi maledetti quattro mesi. Lo detesto da pedone, perché il freddo mi indurisce i piedi e mi rende difficilissimo camminare; lo detesto da automobilista convinto perché mi impedisce di correre in auto come voglio io; infatti dietro ogni curva si nasconde un'insidia: ghiaccio sull'asfalto o peggio nebbia traditrice alta almeno quattro metri dal livello del suolo.
Odio l'inverno perché le giornate cominciano tardi e finiscono presto, lo odio per gli stessi motivi per cui tanti, troppi, incomprensibilmente per me lo amano tanto: la neve.
Ma come fate? È solamente bella a vedersi il primo giorno, quando scende e si deposita al suolo, sugli alberi e sugli oggetti che stanno sulla mia terrazza, quando tutto si ammucchia e si nasconde e diventa bianco. 
Buono! Ma poi? Nemmeno due giorni dopo diventa un letamaio: gialla, schifosamente acquitrinosa se il freddo non è intenso, ghiacciata se il freddo tiene, e non si sa come camminare né dove, e soprattutto si litiga con la consorte per via del pantano che si fa in casa, che secondo lei bisognerebbe volare e non toccare il suolo.
E poi non se ne va più via. E hai voglia a dire che sull'autostrada passano gli spazzaneve ed il fondo è a posto. La verità è che se non hai eccellenti gomme invernali nuove o almeno in ottimo stato, ogni metro è un rischio, non mortale perché si viaggia ad andatura da lumaca, ma di danni costosissimi alla macchina.
L'inverno è talmente malvagio che continua a imperversare anche durante il primo mese di primavera, grandissimo cornuto e disonesto!

La primavera. Ecco, già migliora la situazione: c'è più luce, meno freddo, piove ancora ma molto meno frequentemente e non c'è più la stramaledetta neve.
E poi è entrata nel cuore la speranza.
Vuoi mettere? Guardare gli alberi che timidamente, quasi temessero un tranello, ritirano fuori le prime foglie, vederle crescere ed irrobustirsi, vederle prorompere e diventare tutto bello verde, forse troppo arrogante, ma vivaddio tenace e CALDO. Finalmente caldo, finalmente le strade libere dal ghiaccio e timidamente da lontano s'intravede già il tempo dell'estate.
Primavera, stagione fanciulla, di una razza buona, non cittadina o campagnola, universale, da volerle bene solo a vedersela arrivare ridente incontro, che ti mette calore dentro il cuore e tanta voglia di vivere e di agire.

E poi lei, la sovrana, l'imperatrice: l'ESTATE.
Può anche succedere che sia troppo calda, ma vuoi mettere la velocità con cui al mattino ti vesti e alla sera ti spogli? Confrontata con la lentezza con cui d'inverno si devono indossare o dismettere i panni - molteplici, esagerati come maglie maglioni calzettoni, ma non mutandoni che aborro- pensare che non indossi pigiama di notte, ma solo gli slip e che alzandoti abbisogni solo di una camicetta, un paio di calzoncini corti e dei sandali, e che così puoi andartene in giro senza che nessuno si scandalizzi (che poi a me non me ne fregherebbe un mezzo fico secco), ammettiamolo è un bel sollievo.
Poi ci sono le vacanze e ci si può sdraiare al sole sotto un ombrellone, in una spiaggia calda, di fronte al meraviglioso mare , altro che montagne sempre ingrugnate, il mare è schietto, anche quando non ti è amico, anche quando è infuriato è bello. Ti basta startene a riva ad ammirarlo, che lui non ti viene a risucchiare per divorarti nel suo profondo. È onesto e leale il mare, non ti tradisce se non lo vai a stuzzicare da cretino. Con la montagna non puoi mai stare sicuro.
L'estate è una meraviglia, l'inverno uno schifo.
Il mare è una meraviglia, le montagne sono come l'inverno e le lascio volentieri a chi le ama tanto, tanto da non capire che esiste qualcos'altro di bello.
S'io fussi Dio non arderei lo monno, ma abolirei l'autunno e l'inverno. S'io fussi Dio non manderei tutto in lo profonno, ma andrei a vivere in una bella isola circondata dal mare nel bello e nel cattivo tempo. 



















venerdì 28 settembre 2012

UN MURALE EGIZIO 12 METRI PER 6 METRI

La mattina del 2 maggio 1987 misi mano al mio ultimo "Prospekt" -leggi fondale- nel Badisches Staatsteather di Karlsruhe.
Avevo ormai dato le dimissioni e dovevo solo attendere a luglio la fine della stagione. Avevo il naso pieno dell'arte teutonica di fare teatro, né più né meno un clima da fabbrica: si inizia alle 7 in punto, si stacca alle 16 e si produce "cultura", come se si trattasse di Bruttosozialprodukt. Boh!
L'ultima settimana di aprile quattro Azubi (Aufzubildende, insomma quattro apprendisti) avevano disteso e fissato al pavimento una tela grezza di 36 metri per 18, ma non l'avevano spalmata di bianco.
Era stato Lothar Favre, uno scenografo di Berlino, ospite spesso nel nostro teatro, a pregarmi di non farlo.
-Fammelo all'italiana, Vincenzo.
-Vallo a dire al direttore tecnico e al direttore di sala.
-Già fatto.
-E loro?
-Non ti romperanno le palle.
Farlo all'italiana significava appunto senza "Grundierung", cioè la spalmatura di un denso strato di bianco, elastico quanto si vuole, ma che non permetteva quei begli effetti che Lothar Favre aveva avuto modo di apprezzare nelle scenografie italiane.
-Ma come fate? 
Mi aveva chiesto una volta.
-Semplice: la tela viene impregnata con la pistola a spruzzo da una soluzione di colore in polvere, un grigio chiarissimo per esempio, colla vinilica e molta acqua. Rimane estremamente morbida ed elastica.
-Ho capito tutto; e per gli effetti?
-Niente acrilici, solo colori in polvere, colla vinilica, acqua e tanta abilità.
Quella mattina preparai da solo la miscela: un grigio azzurrino, dato che dovevo realizzare un paesaggio all'alba con tantissimi alberi e un castello medioevale sul fondo. Il fondale dell'ultimo atto della Lucia di Lammermoor di Donizetti.
Venne da me Kubansky, il direttore di sala.
-Vincenzo, vuoi due Lerling per aiuto?
-Sì: Beatrix e Gundula.
Due ragazze in gamba. Due donne, non perché volessi fare il pomicione, ma le donne ascoltano attentamente le tue direttive e le eseguono, venendo a chiedere consiglio se non sanno come andare avanti. Gli uomini si considerano sempre già arrivati, ascoltano poco o niente, fanno di testa loro e combinano gran cagate che poi il pittore deve sistemare.
Appena il telone fu ben asciugato effettuammo insieme la quadrettatura, dopodiché ce ne andammo a casa perché si erano fatte le 16.
L'indomani effettuai l'intero disegno, da solo, perché si deve vedere solamente una mano e non tre.
Mentre lavoravo  mi veniva da ridere. "Guarda un po', mi dicevo, stai realizzando da solo un fondale di un'opera lirica, con due aiutanti che già stanno preparando i colori e la colla. Come un grande maestro dell'antichità. Se qualcuno te lo avesse detto dodici anni fa, quando tutto ha avuto inizio a Francoforte, ci avresti mai creduto?"
Quando mai, mi sarei sganasciato dalle risate.

Era incominciato tutto una sera in un Eis Cafè, una gelateria di Francoforte, dove avevo esposto un mio quadro, "Die Trinker" i bevitori, che mi era venuto proprio bene. 
Il proprietario della gelateria mi aveva telefonato perché c'era qualcuno che voleva conoscermi.
Si chiamava Anke Fuchs. Dipingeva anche lei, ma non mi disse subito di essere scenografa presso le "Stadliche Bühne" di Francoforte. 
-Hai mai lavorato in teatro? mi chiese.
E io lì feci lo sborone, tanto quella come poteva sputtanarmi?
-In un teatro mai, però ho fatto tre stagioni consecutive all'Arena di Verona.
E dai! Che ne sa questa che io a Verona ci andavo in vacanza.
-Quindi te ne intendi di tecnica teatrale?
-Ma certo, che ti pare? 
Allora lei sparò la botta che mi trafisse il cuore.
-Vieni domani in teatro e chiedi di me. Ti faccio fare una prova e se vai bene ti assumiamo subito.
Beccati questa, Iacopò!
-Domattina?
-Sì, perché, hai impegni?
-No, figurati, me ne libero.
L'unico impegno era con le lenzuola e le coperte del mio letto. Insomma mi ero fregato con le mie mani, anzi con la mia lingua.
"Cercherò di farcela con la mia faccia tosta, pensai; in fondo si tratta di dipingere, mica di volare nello spazio".
Dipingere sì, certamente, ma non una tela su un cavalletto, bensì una pezza di tela ruvida 6 metri per 4, fissata al pavimento di legno dentro una sala immensa dove lavoravano una decina di pittori.
E adesso cosa faccio?
Anke Fuchs mi portò il bozzetto: una foto 24 centimetri per 12 dell' "Annunciazione" del Beato Angelico.
-Mi interessa che tu mi faccia col colore questi archi e i capitelli. Anche il paesaggio, che è molto ristretto. Dipingimi l'angelo dettagliatamente; per la madonna mi basta il disegno. Hai tempo tutto il giorno.
Girò sui tacchi e sparì.
E adesso come cazzo faccio?
Mentre mi rigiravo la foto tra le mani mi si avvicinò uno dei pittori.
-Ho sentito dire che sei italiano.
-Sì.
-Di dove?
-Roma o giù di lì.
-Guardami in faccia, romano. Tu non avevi mai messo piede in una "Malersaal" prima d'oggi, non è così?
-Come hai fatto a capirlo?
-Lascia perdere. Allora impara in fretta ché a me non piace che uno dei nostri faccia una figura di merda. Prima di tutto devi fare la quadrettatura.
-Che roba è?
-Come fai a far diventare l'immagine che c'è in quella foto grande come questa tela?
-Sto pensandoci.
-Come facevano gli antichi. Traccia con una matita una linea perpendicolare nel centro della foto, poi le parallele a destra e a sinistra ogni 4 centimetri. Poi traccia le parallele alla base della foto, sempre di 4 centimetri e alla fine avrai tanti quadratini di 4 centimetri di lato. La linea mediana la ripassi con la biro così ti orienti subito. Mi hai capito?
Annuii.
-Adesso devi fare la quadrettatura della tela. Misura la base, così trovi il punto esatto della sua metà e lo segni con una "M" grande, che vuol dire Mitte, cioè metà. Con la squadra di 4 metri per 4 tiri la perpendicolare e la segni subito sulla tela col carboncino. Poi partendo da questa centrale tracci le perpendicolari parallele ogni metro verso destra; poi ritorni alla perpendicolare "M" e tracci le parallele a sinistra ogni metro. Sono sei in tutto. Poi misuri sul lato destro e sinistro della tela e partendo dal basso, cioè dalla base, segni ogni metro.
Poi tiri le parallele alla base, che sono quattro. Ti servono due che ti aiutino a tenere ferma  a terra la cordella, perché non c'è una squadra di sei metri. Tu segni seguendo la cordella e alla fine hai tanti quadrati di un metro di lato.
-Devo tracciare tutto col carboncino?
-Certo, ma guarda che non ti devi mai chinare, sennò lo capiscono tutti che è la prima volta che lo fai.
Prese un bastone rosso, lungo un metro e venti come seppi poi, che finiva con un morsetto.
-Dentro il morsetto metti il carboncino e lavori col bastone impugnandolo in alto come fosse una matita o un pennello lungo. Tutto lavoro di polso, amico mio. La stessa cosa quando dovrai colorare. Prendi quei pennelli lunghi e lavora stando in piedi dentro il Prospekt.
-Sarà dura.
-Tutto lavoro di polso, come se avessi una spada in mano.
-Ti ringrazio. Se mi serve qualcosa ti chiamo.
-Se il disegno è buono e tu sai anche dipingere puoi chiamarmi, ma se non sei capace io non ti conosco. Hai capito?
Forte e chiaro.
Non ho mai sudato tanto in vita mia, ma dopo circa sei ore avevo già colorato tutto quello che la Fuchs mi aveva commissionato e stavo iniziando a dare il colore al manto della Vergine.
Non li avevo visti arrivare, ma erano dietro di me, Anke Fuchs e due gentiluomini. Me li presentò. Erano il direttore tecnico e il direttore di sala.
-Andiamo nel mio ufficio, disse il primo.
"Sono fregato", pensai. Invece mi chiese quando potevo incominciare a lavorare con loro.

Finii il fondale della Lucia a metà giugno, come previsto dal programma, grazie anche alla collaborazione di Beatrix e Gundula alle quali avevo lasciato il compito di dare le luci e le ombre, riservandomi il tocco finale, un pallido rosa per le luci e un marcato blu oltremare scurissimo per le ombre.
Mi spiego: in teatro la luce viene sempre da sinistra, quindi l'ombra sta a destra. Su tutti gli spigoli e le linee di lato (ad esempio le linee esterne dei tronchi d'albero) alla sinistra si passa leggermente un sottile tratteggio rosa -nel mio caso dato che era la luce dell'alba-, dall'altra parte un più corposo segno blu scuro.
Ero soddisfatto di come mi era venuto il lavoro, ma dispiaciuto perché quello era il mio ultimo Prospekt.
Mentre sciacquavo e pulivo i miei pennelli mi arrivò addosso trafelato Markus Prielhofer, lo scenografo ufficiale del teatro, con un librone spalancato a metà nelle mani.
-Vincenzo, bitte, fammi sto lavoro.
Era la foto di un murale egizio di oltre 4000 anni fa, venuto alla luce negli anni cinquanta, Rappresentava una donna semi inginocchiata provvista di grandi ali aperte per tutta l'ampiezza della foto. In alto e in basso in una specie di doppio cassettone una serie di animali stilizzati e di forme strane.
-Io ho finito Markus. Lucia di Lammermoor era il mio ultimo lavoro.
-Ti prego, ti prego, non lasciarmi in merda. Quei somari non me lo farebbero mai bene.
Il guaio era che si trattava di un murale strapazzato dal tempo e dall'assenza di luce per quasi 4000 anni. Considerata la pignoleria asfissiante di Prielhofer, che guardava tutto con la lente in una mano e il bozzetto nell'altra, c'era da diventare scemi. Inoltre per quel lavoro non avrei potuto fare "all'italiana", ma avrei dovuto fare alla tedesca, che significava spalmatura di colore denso e poco elastico.
Cercai di squagliarmela.
-Fattelo fare da Mokross, è lui il primo pittore, mica io.
-Mokross sa fare solo "Nass auf Nass", cioè umido su umido, ma questo va fatto a secco. Ci vuole tanta fantasia. Tu ce l'hai, lui no. E poi nella figura è scarso.
-Ma io ho finito.
-No. Tu finisci a fine luglio, fra sei settimane. Non mi dire che non ti bastano.
-Quanto deve essere grande?
-12 metri per 6. Bastano quattro settimane.
-Lasciami il libro che me lo porto a casa e ci penso su.
-Niente pensare ormai: il lavoro è tuo. Eccoti il libro.

A casa continuavo a guardare quella fotografia pieno di dubbi e con angoscia montante. Quello che mi faceva dannare era che il muro, qua e là, mostrava gobbe e gibbosità; era scrostato in più parti; la veste rossa della donna sembrava essere stata grattata da uno dei loro scarabei sacri. Come diavolo riuscire a rendere l'usura del tempo? 
L'indomani feci un esperimento. Presi una pezza di tela di un metro quadrato, più o meno. La distesi a terra e la fissai al pavimento ligneo della Malersaal. La spalmai con un po' di colore e di Latex, un materiale plastico usato di solito per creare strutture ed effetti speciali, come per esempio le nervature di un tronco d'albero. Su quel materiale, una volta asciutto, passai colori con pochissima acqua. Provai dei verdi scurissimi e del nero, i colori degli elementi di contorno all'interno dei cassettoni e delle ali della mia donna egizia. Il risultato non fu eccezionale, tenuto conto che era una superficie assai limitata, ma non potevo fare altro e che andasse a dar via le chiappe Markus Prielhofer.
Il metodo del Latex apparve subito vincente perché non rimaneva liscio, ma poroso dando la sensazione di un muro scrostato, dove l'intonaco fosse prossimo a cadere a pezzi minato al suo interno da un tarlo invisibile.
Mescolai colori in polvere con molta gomma arabica come collante e poca acqua, il minimo indispensabile, ottenendo una pasta quasi solida. Con un pennello a setole dure, corto, mettendomi ginocchioni dentro il Prospekt, deposi il colore a piccole quantità. In qualche angolo usai le dita della mano destra per lasciare il colore sulla tela. Mi dava una sensazione immensa, come quella che dovette provare Dio mentre creava le montagne, i deserti, le pianure e i boschi.
Col palmo della mano usato a mo' di spatola, una per una, applicai il nero e il verde scuro sulle penne aquiline delle ali. Il viso ieratico e le mani esangui della donna egizia li avevo già finiti. Mancava la veste rossa, quella che mi toglieva il sonno, perché nell'originale sulla foto del libro vedevo striature come se un enorme insetto avesse tentato di strappargliela di dosso.
Fu l'ultima cosa che dipinsi con un colore quasi secco, che impugnai come un sasso e passai sulla tela con grandi gesti del braccio, seguendo le pieghe della veste, senza nessun ripasso, senza nessun ritocco: come veniva, così restava.
Alla fine ero schizzato di rosso fin sui capelli.
Andai in galleria per guardare il mio Prospekt dall'alto.
E li vidi.
Erano tutti lì i miei colleghi, intorno all'opera ultimata, che mi guardavano attoniti. Avevo lavorato quasi tre ore senza sosta e non mi ero accorto di loro.
Ridiscesi lungo la scala e feci fatica perché d'un tratto mi stavano abbandonando le forze.
-Ich gehe nach Hause, dissi a Kubansky; io me ne vado a casa.
Non era neanche mezzogiorno, ma nessuno protestò.
Mentre una volta lavato mi stavo rivestendo, entrò nello spogliatoio Gundula.
-Ti ho fotografato: mi sembravi Michelangelo.

In serata mi arrivò la telefonata di Markus Prielhofer.
-Fantastisch! Sembra proprio quel muro. Sapevo che ce l'avresti fatta.
L'indomani l'egiziana era asciutta, così tolsi i perni e liberai la tela.
-Mi faccia un favore, Vincenzo.
Paulus Flaig, il direttore tecnico, s'era all'improvviso materializzato accanto a me.
-Prego.
-Lo firmi in basso a destra e ci metta la data.
Lo fissai incredulo. Nessun Prospekt viene mai firmato e datato in teatro. Non durano eterni, dopo due o tre anni vengono riciclati o rottamati.
-Ma è un Prospekt, Herr Flaig; nessuno lo ha mai firmato.
-Lo so, ma questo è un capolavoro. Lo firmi.
Così lo accontentai. In basso a destra scrissi in stampatello VINCENZO IACOPONI - 1987.

Due anni dopo andai con Anna Maria a vedere una Bohême. Finito il secondo atto uscimmo per la lunga pausa e andammo nel Foyer. Dal basso lo vidi: incorniciato elegantemente occupava tutta una parete del piano rialzato. C'erano diversi nasi rivolti all'insù sotto il mio Prospekt.
Sta ancora lì, dopo venticinque anni.
So di uno dei mie figli -quello più scorbutico, che telefona solamente quando gli occorre qualcosa- che quando passa da quelle parti entra nel Foyer per andarsi a vedere "il quadro dell'egiziana con le ali" con in basso la firma di suo padre.








domenica 23 settembre 2012

DITEGLIELO COI BOTTI

-È dar comincio de ottobbre che ce stanno a rincojonì co sta pubbricità der cazzo: "ditejelo co li botti". Ma come je lo devo da dì? "Te amo tanto, amore mio", tre tacchette e du girandole; "vaffanculo stronza", du racchette, na girandola e quattro castagnole. Va bene così? Allora semo apposto.
Ma poi a chi je lo dovrebbe da mannà a dì? Da quanno mi moje se n'è annata cor garzone der fornaro so rimasto solo nde sta casa troppo granne pe me. Io a Marianna je lo direbbe co li botti, ma de dinamite. E te credo: doppo 15 anni d'amore e de corna che me metteva lei lassamme così pe sto manzo de fornaro nun sta bene. Io vorebbe da esse Diabbolicche e faje uscì li corni dar bucio der culo a Marianna. E poi annammene co Eva Kant. Embè, semo tutti namorati de Eva Kant.

Ner mentre che penzava a tutte ste cose Romoletto Cecioni, detto "er zombi" pe via de la faccia de morto che se portava a spasso, annava penzanno a come passassela in allegria l'urtima notte dell'anno. 
Li pochi amichi che ciaveva ereno sposati co fiji e socere, manco a penzacce de fasse invità ar cenone. "Chi me ce vo a casa sua co sta faccia? Je porto rogna pe l'anno novo e l'antri che veranno". Così s'era messo in giro pe trovasse un negro, un arbanese, un fio de na mignotta senza casa perché chi sta solo a capodanno sta solo tutto l'anno e a Romoletto nun je sonava propio st'idea.

Gira e riggira l'aveva scartati tutti, chi pen verso chi pe n'antro, e già se cacava sotto pe la paura de n'anno intero de disgrazzie sicure quanno aveva incontrato Hamir. 
Scontrato sarebbe mejo da di, che quello j'era venuto addosso con catorcio de bicicoletta senza freni manco fora de la porta de casa.
"Scusame omo, scusame tanto", j'annava dietro dietro piagnucolanno sto moretto stronzo mentre che Romoletto manco ce la faceva a mannallo affanculo pe le stelle che stava a vede.
"Li mortacci tua!"
Ar moretto je dovette paré na bibidizzione perché je veniveno fora le lacrime de contentezza.
"Meno male, che paura che non parlavi più, omo"
E accussì dopo nparde bestemmie avevino incominzato a chiacchierà, che parevino amichi da na vita.
"Tu cellai na casa?
"Sì, jarispose er moretto. Bè insomma è quasi un buco, omo".
"Fai festa a capodanno?"
"E con chi? So solo io, omo".
"Allora semo in due. Famola nzieme sta festa der cazzo".

Nun je venne da penzà a nisuno de li due a portacce magara na femmina da fassela a mezzo. Hamir era contento d'avé trovato na magnata de robba bbona e Romoletto gongolava perché nun era solo quanno arivava l'anno novo.
Tutto a posto tutto assistemato.

Se misero d'accordo sur menù: pasta, capitone e dorci. Gnente carne perché Hamir adera musurmano e nun voleva rischià co la ciccia de porco. Pe beve beveva, ma solo ar buio così Allah nun se n'accorgeva.
Je pareva d'avé penzato a tutto, ma quarcosa se l'ereno scordata: li botti.
"Si nun sparamo botti adè ngiorno come n'antro" s'incazzò Romoletto e via de corza ar supermercato, ma nun c'era arimasto gnente, manco na castagnola, manco no schizzetto, quelli che accenneno le vecchiette pe li nipotini piccoli assai.
"Un amico mio faceva er minatore -dice Hamir- avevano i razzi de segnalazione, quanno doveveno fa sartà il tritolo. Corro e vedo se cennà uno buono".

Torna dopo na mezzorata con razzo verde da  tre chili, lungo mezzo metro.
"C'è la miccia -dice Hamir- ma l'amico mio nun aveva il picchetto di ferro da infilare a terra".
"Ce penso io"
Romoletto aveva staccato er manico de la scopa e l'aveva nfilato propio davanti de la porta de casa, indove che la tera era npochettino smossa.
"Dovrebbe da regge"
"Speriamo omo; l'amico mio m'ha detto che è pericoloso".
"Adesso però mettemise a magnà, so quasi le dieci e mezza".

Funirono de magnà che già Roma era piena de botti e de razzi che se coreveno dietro ner cielo nero.
Romoletto aveva nfilato la scopa drento er razzo de Hamir, ma quella ce sciacquava ner buco der cazzo.
Romoletto anniede giù drento a la cantina e tornò de sopra co du metri de fir de fero.
"Si ce lo strigno tutto ntorno e ce lo reggo co la mano er razzo nun sguazza. Tu da foco a la miccia".
Ma la miccia doveva da esse umida perché faceva fumo e nun pijava foco.
"Ariprova ariprova Hamir. Tieje la fiamma più vicina. Sbrighete che dev'esse mezzanotte".
"Non sarebbe mejo de rinunciare, omo? La cosa se fa dificoltosa".
"Nun s'è mai visto che Romoletto Cecioni lassa arivà n'anno novo senza salutallo. Daje, appiccia sta cazza de miccia".
E Hamir fece più foco che poté e finarmente la miccia prese foco.

Du siconni e poi via tutto: razzo, fir de fero e manico de scopa, via verso er cielo nero in mezzo a l'antri botti de tutta Roma.

"Bellissimo, omo! Guarda che scia".

"UUUUUUUUUUHHHHHHHHHHH !!! Ajo, ajo ajo !!! Monnaccio zozzo e boia !!!

"Che c'è? Che t'è successo?
"Er detone! Er detone nun c'è più, sta drento ar razzo der cazzo cai portato tu, te possino ammazzatte".

E poi er botto cha ammomenti je demoliva casa e tutti e due longhi pe tera cor cielo tutto un focarone sopra le capocce.
"Che bello, omo! L'avemo fatto solo noi".
"Bello ncazzo! Pia la bicicoletta che dovemo da annà all'ospedale. Lo voi capì che me sto a piscià tutto er sangue de fora da ndo stava primma er detone?"

E così Hamir se lo caricò in canna e anniede via veloce mentre che dar cielo pioveveno de sotto tutte le scintille der più ber razzo che se fusse visto mai in tutta Roma.












lunedì 17 settembre 2012

SABRINA DEI MIRACOLI

Sedette rigidamente sulla sedia che l'altro gli stava indicando. Era madido di sudore.
-Mi dica la verità, professor Befani.
-Ci sono poche speranze per suo padre, ingegnere. Se non si trova un fegato entro sessanta ore sarà la fine. 
-Mio padre non può morire così, professore.
-Tutti i figli dicono questo, ma io e lei sappiamo che la vita spesso tradisce.
-Non parlo da figlio ma da scienziato: solo mio padre conosce i passaggi e i meccanismi per ultimare il suo studio. Sarà una scoperta essenziale per l'umanità. Non può morire adesso.

Quando l'ingegnere chimico Alberto Cotronei quel lunedì mattina uscì dalla stanza del primario di urologia era distrutto: anni di ricerche per nulla, una valanga di denaro della famiglia e dei soci buttata al vento e l'uomo più importante della sua vita arrivato alle ultime sessanta ore. 
Nemmeno si accorse della giovane dottoressa al suo fianco che gli parlava. Lei lo afferrò per un gomito.
-Cosa? L'apostrofò lui sgarbato.
-Si rivolga a Sabrina. Fa miracoli.
-Non ho bisogno di un miracolo, ma di un fegato buono da trapiantare.
-Appunto. Ci pensa Sabrina. Prenda, questo è il suo numero telefonico.
E gli mise in mano un cartoncino: "Sabrina, 0138773128".
-Non dimentichi di telefonare.
E se ne andò.
Ma lui telefonò a Londra, all'azionista di maggioranza, e poi a New York. Ma nessuno era in grado di risolvere il problema. Aspettò fino alle 22 passate la risposta da New York. Negativa.
Si prese la testa fra le mani. Tutto finiva così. Aprì il portafogli, non sapendo nemmeno cosa cercava. Gli capitò sotto le dita il cartoncino che gli aveva dato la giovane dottoressa.
"Perché no, pensò; cosa costa tentare?", e fece il numero sul suo cellulare.
Dopo tre squilli si attivò la segreteria telefonica. La solita comunicazione di sempre: "Dopo il segnale lasciate un messaggio".
Richiuse. Giornata assolutamente negativa.

All'una di notte squillò il cellulare, tre, quattro, cinque volte, finché l'ingegner Alberto Cotronei si decise ad aprire il contatto.
-Sono Sabrina Ferri, lei mi ha cercato.
-Non sono certo di avere fatto la cosa giusta.
-Che organo le occorre: un cuore? Un rene?
-Fegato.
-Allora dovrà spettare.
-Quanto?
-Minimo quattro mesi.
-Mio padre entro meno di sessanta ore morirà.
E chiuse rabbiosamente il contatto.

Il suo cellulare squillò di nuovo dopo due minuti.
Lesse sul display il numero di Sabrina Ferri.
-Cosa vuole ancora?
-Ci sono casi in cui si può fare tutto in fretta.
-E quanto costa questa velocità?
-Per un fegato non meno di trecentomila.
-E chi mi garantisce il buon esito dell'impresa?
-Io, Sabrina Ferri, personalmente.
L'ingegner Alberto Cotronei sparò una risata nel cellulare e chiuse il contatto. Per sempre, pensava, ma durante la notte non riuscì a chiudere occhio.
All'alba riaccese il cellulare e fece il numero della Ferri.
La donna rispose dopo qualche istante.
-Quando, dove e a chi consegno il denaro? 
Fu la domanda di Alberto.
-Prima è e prima si conclude, rispose la donna.
-Devo portarglieli a casa?
-No, ingegnere: io e lei non ci incontreremo mai.
-E allora come si fa?
-Li darà alla dottoressa con cui ha parlato ieri.
-È così che funziona?
-Sì, ingegnere: è così che funziona. Un ultima cosa, ingegnere.
-La ascolto.
-In contanti...
-Non sono un principiante Sabrina, la interruppe.
-...in fogli da 100 e 50 euro.
-E se dovesse andar male?
-Andrà tutto bene, ma lei si sbrighi, non c'è più tanto tempo.

Un quarto d'ora dopo l'ingegnere telefonò al maggior socio di minoranza. Erano amici d'infanzia, mezzo imparentati per via di un matrimonio.
-Mi occorrono entro stasera trecento mille in fogli da 50 e da 100. Non posso muovermi con la situazione che ho con la mia banca. 
-Chi ti ricatta?
-Nessuno. Mi serve il contante per un fegato nuovo per mio padre. Organizza con gli amici sicuri.
-Non c'è problema, purché funzioni.

Alle otto di sera del martedì l'ingegnere consegnava alla giovane dottoressa del reparto oncologia dell'Ospedale civico una borsa piena di soldi. Un'ora dopo in una clinica privata veniva portato a termine felicemente il trapianto.

Quasi alla stessa ora, a bordo di un aereo che sorvolava il Mediterraneo diretto a Genova, Filippo Noceroni si teneva la testa fra le mani. Sua moglie Miriam, che all'andata sedeva accanto a lui, adesso stava nel reparto bagagli chiusa in una cassa di mogano sigillata, e non c'era dubbio che la colpa fosse tutta sua, pensava Filippo. Aveva la bocca piena di saliva ma non poteva sputarsela in faccia.
Miriam odiava volare; Miriam soffriva d'asma fin da bambina e non sopportava il caldo afoso; Miriam aveva orrore degli insetti, soprattutto degli scarafaggi; Miriam aveva bisogno di quiete e di tranquillità.
E lui, per festeggiare il terzo anniversario di matrimonio, l'aveva costretta a volare in un aereo di una di quelle compagnie a basso costo che pullulano ormai nei cieli; l'aveva portata a Tunisi nel caldo torrido dell'estate africana; trascinata in strade e stradine maleodoranti, dove gli scarafaggi stavano sicuramente nascosti dietro ogni pietra; in mezzo a gente che non parlava mai ma gridava sempre.
Quattro giorni infernali finché le era esplosa quella schifosa malattia. Un'infezione irreversibile, mortale che l'aveva stroncata in meno di 24 ore.
Nell'ospedale gliel'avevano fatta vedere solo un attimo mentre la portavano via con tutto il lettino, spinto da due infermieri imbacuccati in tute bianche dalla testa al suolo, anche le scarpe dentro le tute, come si era dovuto imbacuccare Filippo per mettere piede nel reparto.
Miriam cogli occhi semichiusi affondati nel cranio; Miriam smunta e pallida come se non avesse mai mangiato; Miriam infinitamente immobile.
In meno di un mese avrebbe compiuto 25 anni.

Arrivato al Cristoforo Colombo, mentre firmava documenti alla dogana, Filippo riaccese il suo cellulare. C'erano alcuni messaggi, condoglianze per lo più. Gli ultimi due portavano solo un numero telefonico: 0138773128, e l'invito a mettersi subito in contatto.
Lo fece una volta giunto nella sua stanza d'albergo.
-Sono Sabrina Ferri; non ci conosciamo, ma io ho una brutta notizia da comunicarle.
-Dopo quello che è successo non può più addolorarmi niente. Spari pure la brutta notizia.
-Lei ha riportato in Italia una bara piena di sassi.
A Filippo occorse più di mezzo minuto per assorbire bene la notizia.
-Ma che cazzo dice?
-Quella che si appresta a tumulare al suo paese è una cassa piena di pietre.
-E mia moglie dove sarebbe, secondo lei?
-È rimasta nell'ospedale.
-L'ho vista morta.
-La sua salma non si è mai spostata da quell'ospedale.
Filippo non riusciva a capire il senso di quelle parole.
-E che se ne dovrebbero fare di un cadavere?
Sentì un lungo respiro dall'altra parte.
-Gli organi di una giovane donna di 25 anni sono un bene prezioso. Valgono un capitale.
-Non valgono niente, invece. Mia moglie è morta di una malattia infettiva fulminante.
-Questo è quello che hanno detto a lei. Non era morta quando gliel'hanno fatta vedere per l'ultima volta.
Filippo in un attimo la rivide lontana, lontanissima da lui, affondata in un lettino. Ma non voleva darsi per vinto. Sarebbe stato troppo.
-Non le credo, non credo nemmeno a una parola.
-Lei ha portato indietro una bara piena di sassi. Questa è la verità.
-Va all'inferno, strega!
Chiuse il contatto e sbatté il cellulare sul letto furiosamente. 
Ma quella notte non dormì.
Al mattino aveva gli occhi gonfi e rossi. Chi lo vide pensò che avesse pianto. Normale, se ti muore una moglie giovane e bella di cui sei innamorato matto.
Duecento chilometri accanto al guidatore del furgone funebre senza spiccicare parola. L'uomo c'era abituato e non disturbò il suo dolore con chiacchiere inutili.
Fino al cimitero del suo paese, dove c'era una folla ad aspettare.
Strilli e pianti, come Filippo si era aspettato. Condoglianze che nemmeno sentì e pacche sulla spalle che nemmeno avvertì.
E Andrea Squitteri, il custode del cimitero, vestito di nero. Era amico di Filippo. Stessa classe; giocava terzino nella squadra dove lui aveva giocato sette anni.
Andrea lo abbracciò, senza dire una parola e lo accompagnò alla camera ardente, dove il giorno dopo avrebbero fatto la funzione religiosa.
-Questa sera vengo a casa tua, gli disse Filippo. Ti devo chiedere un favore.

Andrea aveva appena finito di cenare quando Filippo suonò al citofono.
-Arrivo subito, gli gridò dalla finestra.
Scese e se lo trovò davanti coi vestiti strapazzati. "S'è buttato sul letto vestito, pensò Andrea. Devo fare qualcosa per tirarlo su".
-Prendi la macchina, gli disse Filippo.
-Da che parte vado? Gli chiese Andrea appena acceso il motore.
-Al cimitero.
Andrea lo capiva. Filippo giocava in porta e ogni gol che pigliava gli veniva da piangere. Non si incazzava come gli altri, lui piangeva e si dava la colpa di tutto.
"Come adesso, pensò Andrea. Si starà dando la croce addosso per la morte di Miriam, e chissà se troverà mai pace".
Mentre parcheggiava la macchina lo vide correre verso il cancello d'ingresso. Rimase lì impaziente. Andrea affrettò il passo.
-Alla camera ardente, gli disse Filippo.
-Lo avevo capito, ma adesso calmati.
La bara era lì, nuda; i ceri a quell'ora naturalmente spenti.
-Prendi un cacciavite e aprila.
"Oh Dio, pensò Andrea; gli ha dato di volta il cervello".
-Stammi a sentire, Filippo...
-Apri la cassa e non dirmi niente.
-È morta, Filippo! Non torna in vita.
-Apri Andrea!
-C'è l'involucro di zinco dentro...non la potrai rivedere.
-Apri sta cassa del cazzo!
Furioso contro se stesso per non riuscire a rifiutargli quella pazzia, Andrea prese da un armadio degli attrezzi un cacciavite elettrico e lo mise in moto. Svitò tutte le sedici viti e sollevò il coperchio.
-Che cazzo è questo? e guardò Filippo, che gli stava davanti a bocca spalancata.
-Dov'è Miriam? Che fine ha fatto? Filippo, questi sono sassi.
-Richiudila, riuscì a dire Filippo.
Piangeva a dirotto.
-Bisogna avvisare i carabinieri. Sai che casino.
Filippo gli afferrò le mani.
-Tu non dirai niente. Niente di niente, hai capito? Rimarrà una cosa tra me e te. Domani la mettiamo nella tomba di famiglia.
-Ma cosa ci mettiamo, le pietre? Che è successo a Tunisi?
-Mi hanno fregato. Se la sono tenuta per tirarle via gli organi e farci un pozzo di quattrini.
-Ma era una malattia infettiva. Che ci fanno con quegli organi? Sono marci.
-Non era vero niente, non capisci? Forse non era nemmeno morta a l'hanno ammazzata dopo che sono partito.
-E tu che vuoi fare adesso?
-Non lo so, ma c'è chi mi aiuterà.
-Torni laggiù?
-Non lo so, ma questa persona mi aiuterà.
-Vengo con te.
-Non se ne parla. Me la sbrigo da solo. Adesso chiudi sta cassa Andrea, e non dire mai cosa hai visto.

La sera del giorno dopo, con la cassa tumulata nella tomba, tenendo gli occhi a terra per non incontrare quelli di Andrea che lo cercavano disperatamente, quando l'ultimo dei soliti rompipalle si fu accomiatato, fece immediatamente il numero di Sabrina.
Rispose al terzo squillo.
-Cosa devo fare, Sabrina?
-Vuoi giustizia? Vuoi sapere la verità o cosa vuoi?
-Voglio i suoi resti.
-Allora devi tornare a Tunisi: sono lì, nell'ospedale dove è morta.
Filippo Noceroni aveva mille cose da chiedere. L'impresa gli sembrava impossibile. Sabrina capì al volo il suo disagio.
-I medici ti faranno vedere una serie di documenti dove sta scritto che la salma è stata cremata e le ceneri disperse in mare per via dell'infezione. Tutto falso.
-E come faccio allora? Non ho una chance. Forse all'Ambasciata...
-Non ti darà retta nessuno. Per loro la pratica è chiusa e tu oggi hai seppellito tua moglie.
-Allora?
-Al tuo arrivo all'aeroporto ti avvicinerà un giovane medico: è francese, si chiama Paul Silvestre. Ti dirà lui cosa devi fare.
-Grazie di tutto Sabrina.
-Figurati.
Sabrina chiuse il contatto e se ne andò a dormire.

Due giorni dopo, in un ristorante del centro all'ora di pranzo, il cellulare le vibrò in una tasca. Lesse sul display: "Paul". Aprì subito il contatto.
-Dimmi.
-Tutto sistemato.
Sabrina chiuse il contatto con un sorriso.
Fece immediatamente il numero di una clinica di Zurigo.
-Sono Sabrina, disse al suo interlocutore. Maschio bianco, sano, di 28 anni; organi perfetti. Saranno stasera al vostro aeroporto con un aereo taxi, come previsto.
Chiuse il contatto soddisfatta e ordinò una bistecca al sangue con patate al forno.