mercoledì 18 giugno 2014

AGRO MIELE



Interrogo i miei ricordi futuri dai quali
non vorrò sottrarmi;

disegno parole in una lingua inconoscibile
sulla polvere deposta da decenni 
di attese: acido fuoco ghiacciato qui, privo
adesso di una risposta senza reticenze.

Agro miele zampilla da colori appiattiti,
defluisce nelle acque di un canneto
in lentissime gocce; 

si disperdono
ai margini di un'autostrada

e subito tutto intorno è silente.


(Maximiliansau, 20 aprile 2014)


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lunedì 16 giugno 2014

LO STESSO CHE ANDARE IN MONTAGNA

La vita è un ascensore, diceva mio padre. Aveva naturalmente ragione, ma io ero troppo giovane per dargli retta. Adesso so che la vita è come andare in montagna: si sale e poi si ridiscende, per risalire ancora e poi...si ridiscende. Va avanti così, sempre, senza eccezioni, e chi si illude di trovarsi in cima sopra un altopiano deve purtroppo disilludersi dopo un po' perché si trova magari non di fronte a una discesa, ma ad un baratro, dove miseramente finisce. Le ascese sono dovute a momenti di euforia, oppure sono risalite dopo cadute libere per stati depressivi causati dalla perdita improvvisa dei genitori o dell'amatissimo fratello maggiore, con conseguenti complessi di colpa per non aver fatto in tempo a dire questo e quest'altro, per non aver fatto questo o quest'altro. Le discese a volte sono lente e benefiche perché riconducono alla realtà quotidiana; a volte invece sono rovinose precipitazioni dovute ad errori. Errori che condannano e portano con sé orrori.
Un'altra cosa diceva mio padre, saggia persona tanto perbene: dentro ognuno di noi c'è una bestia feroce. Guai a lasciarla uscire, azzanna, ferisce e qualche volta uccide e comunque sempre fa del male al suo antico proprietario, come minimo gli rovina la reputazione.
Orbene a me sono capitate tante occasioni in cui questa bestia sarebbe dovuta uscire fuori e non lo ha fatto mai. Almeno quella volta che, tradito da un amico socio in affari, mi sono trovato col sedere per terra senza risorse e son dovuto emigrare in una terra straniera a fare il Gastarbeiter, termine che non si usa più da anni, ma che era assolutamente dispregiativo e discriminante. Nemmeno allora l'orrida bestia è uscita fuori, tanto che oramai mi ero convinto di non avere dentro di me questo mostro, toccata la soglia dei miei secondi quaranta anni, di essere immune da questa nauseabonda malattia che è la ferocia con cui si vorrebbe a volte sbranare gli altri. Avevo per così dire abbassato la guardia e me ne andavo tranquillo per la mia via, fiducioso nel mio futuro.
Ma è successo qualcosa. Ho scoperto di avere gelosamente conservato una banconota nuova da venticinque euro, sul cui retro non c'era un ponte, bensì l'ingresso di un tunnel senza uscita. Come abbia fatto a non accorgermene lo ignoro, ma la mimetizzazione (o dovrei chiamarla mistificazione?) era perfetta: sembrava vera, sembrava autentica, e sembrava che la possedessi solamente io questa meravigliosa banconota. 
La banconota mi è esplosa tra le mani, mi ha riversato il suo acido e vischioso colore tutto addosso e mentre io cercavo di nettarmi la dita e le mani di quel liquame nauseabondo, forse stropicciandomi le mani sui panni che indossavo, si deve essere aperto uno spiraglio da cui l'immonda creatura è uscita fuori allo scoperto. 
Ho potuto constatare allora quanto fosse fuori controllo, quando difficile fosse farla rientrare nel suo puzzolente ricovero. Ho lottato a lungo, ma adesso ci sono riuscito. Purtroppo ha fatto molti danni, ha azzannato e ferito e quasi ucciso. Una sola cosa non poteva uccidere: l'amicizia tra me e la persona che tutto questo disastro aveva provocato con la sua isterica reazione ad una frase certamente scorretta ma non ingiuriosa né cattiva, perché quell'amicizia non era bilaterale, proveniva solamente da me, l'altra persona ignoro ancora adesso da quale sentimento poco umano fosse mossa. Proprio adesso che sembra essersi chiusa nello sdegno usa mezzucci da teatrino di cattivo autore e di pessimo regista, mandando a punzecchiare, a colpire, a sparlare fantomatici commentatori anonimi sul proprio e sul mio blog, anonimi che usano firmarsi con nome e cognome. Veramente sfortunata questa persona: è andata a scegliere il nome di un uomo che io ho personalmente conosciuto una quarantina di anni or sono, quando facevo il trasportatore per l'Europa con un mastodontico TIR. Lo conobbi in Romania, questo signor Marcello M., proprietario di aziende agricole e fabbriche di conserve. Persona affabile. Peccato che sia deceduto tre anni or sono nel suo paese toscano attraversando le strisce pedonali insieme a sua moglie. Aveva 78 anni, i conti tornano: io me lo ricordo giovane più o meno della mia generazione. Un'omonimia? Tutto è possibile, ma anche il secondo anonimo ha un nome e un cognome, che corrisponde a quello di un signor ML, anche lui deceduto ventisei anni or sono. Un'altra omonimia? Ma no, trucchetti innocenti.
Se vuole divertirsi lo faccia. Io ho rinchiuso la bestia nel suo antro e non la lascerò più uscir fuori.
Mi scuso con me stesso, innanzi tutto, quella parte nobile di me, che non meritava di essere trascinata nel fango; mi scuso coi miei amici e amiche di web, e sono tanti, di avere loro causato sconcerto e diffidenza nei miei confronti. Mi scuso con tutti meno che con quella persona, perché non lo merita, avendo lei ingannato me fin dall'inizio con le sue subdole arti. Per fortuna la storia finisce qui, almeno la parte pubblica.
Di questa nauseante vicenda non parlerò più nel mio blog.

venerdì 13 giugno 2014

GRIDO



Il grido del rapace
s'innamora dell'attimo tra giorno e notte:

una vita si spezza, l'altra
riprende vigore.

Trova posto nel mio sogno
il delicato dondolarsi sotto il cielo
dell'animale
finalmente libero e felice.


(scritta il 28 aprile 2014)


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martedì 10 giugno 2014

IL GABBIANO SPENTO


Mi sono perso e a lungo ho trascurato di cercarmi.

Mi rintraccio incarnato in un involucro
di uccello, scelto da me nel mio sogno del mattino.

Implode la mia struttura, escono fiamme
dal candido piumaggio, la malinconia
ha vinto sulla noia,
la morte gira l'angolo della siepe
dandosi alla fuga;

grandina sulle mie piume
cenere e smalto,

sale freddo per ricovero attende.
Il gabbiano spento sta planando
sull'acqua tiepida:

sul dorso mi soffia il libeccio e increspa
i resti di vita che ho rifiutata,
mescola pollini gravidi e cellule
di larve di insetti squamate;
il tutto in un momento.

Mi rifiuto di attendere
e mi allontano battendo i tacchi al suolo
con gran fracasso.


(5 giugno 2014)

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domenica 8 giugno 2014

VIVERE COME


Stanco di vivere come uomo

comincio a vivere come aria,
come ramo di betulla,
come sasso di torrente di altura;

come respiro del cielo
carico di nuvole notturne
quieto dei sapori della pioggia,

che in rivoli si fa fiume
e comincio a guardare il mondo come prato,
come schiuma di un'onda marina,
come fogliame di un frassino,

come frumento maturo, 
come ala di uccello spiegata in volo,

invece di costringermi in questo
infinito recinto di giornate tutte uguali,
prive di odori, di suoni, di ombre, di luce,
io che trafiggo la mia anima
a ogni passo, io 

che respiro le tue parole.


(4 giugno 2014)

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giovedì 5 giugno 2014

MALINCONICA NOTTE



Malinconica notte in una stanza
dove l'ardore si accese per un amore
oggi spento:

sbiadisce il nome,
il tocco delle labbra,
il colore degli occhi;

solo si squama ancora

dall'intonaco della mia pelle

l'impronta del tuo alito

che mi rese leggero
sollevandomi fino al soffitto.


(scritta il 26 aprile 2014)

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lunedì 2 giugno 2014

NENIA DI IMMAGINI


Nenia di immagini
generata da ottusa solitudine,

cantilena
di antichi sentimenti
spenti ancora prima di essere
riaccesi;

nebulose presenze
sospese nel buio.

Cerco di afferrarne le ombre.

A malapena ne annuso
i contorni.


(30 maggio 2014)