4.
Irene si accende adesso un'altra sigaretta,
e certo passano nel suo cervello
mille osceni pensieri.
Ma non voglio ascoltarli.
Me ne sto a guardarla fumare
come ogni notte facevo
dopo aver fatto all'amore.
Io che le parlo a lungo
ogni notte,
e lei che mi ascolta.
Tiene la sigaretta accesa
nel portacenere;
la lascia consumare così
come fumo votivo
alla dea della notte.
"Vedi", le dico "io sono il tuo canneto,
nasco dal tuo stagno,
e tu sei il mio vento
che mi piega in due,
che mi prende
e mi lascia."
Le parlo come sempre le parlo
dopo ogni volta, e prima di ogni altra
e lei, forse, mi ascolta.
"Io potrei chiuderti dentro di me",
le dico,
"avvolgerti con le mie verdi aguzze foglie,
dai tuoi teneri piedi
alle tue lunghe cosce bianche,
dai seni acerbi
ai denti che sono
piccole schegge di brina;
tu diventata canna
nel mio canneto,
io nel tuo vento
immobile colomba."
"Hai molta fantasia, ma adesso è tardi."
Guarda me di lato, obliquamente,
me che le parlo
come ogni notte,
me, giunto alla sua casa
da lontano,
da troppo lontano,
con dentro il cuore
solo vento e pianto,
stanco arco diroccato
di un vecchio rudere.
"Ascolta ancora un po',
dura solo un momento."
"Puoi dirmelo domani;
adesso è tardi ormai.
Adesso ho sonno."
Io posso ancora parlarle a lungo
e raccontarle cose nuove per lei,
posso rattristarla o rallegrarla
e vincere il suo sonno.
Ma il lungo mozzicone si è spento
nel portacenere colmo.
Sdraiata sopra un fianco
mi lascia vedere
la bianca schiena nuda.
Non mi ascolta più.
Così ogni notte
la ladra Irene
estrae la polpa dal mio frutto,
abbandonandomi poi
e mostrandomi il culo.
Ma questa sera
se vorrà
dovrà inventarsi
le mie parole
al buio.
martedì 23 ottobre 2012
sabato 20 ottobre 2012
TATORT 3
Davanti alla casa
dal grande balcone dei gerani,
dove per quindici anni
ho abitato con Irene,
sosto
senza sapere
perché non entro.
Giro intorno alla casa,
le passo sopra,
ancora da più in alto
la guardo.
Di nuovo le sono davanti:
il cancelletto scrostato,
il giardino sempre pieno di erbacce,
i sei scalini di pietra grigia,
il portone smaltato verde cupo.
La Kripo non è ancora qui,
Irene però è qui:
la sua bianca Mercedes
non ha il motore ancora freddo.
Irene la bella,
Irene la sfacciata
odora certo ancora
dello sperma
del suo ultimo amante.
Il Comandante scende dalla BMW
blu notte. Due poliziotti
in uniforme lo seguono.
Il Comandante sale i sei grigi scalini
e il campanello suona.
Irene apre la porta dopo un attimo.
Il Comandante le parla piano.
Lei rimane in silenzio,
la mano sulla maniglia
tutto il tempo.
Non un gesto, non uno sguardo
di smarrimento,
non un lamento o un pallore.
Si ritrae,
li invita ad entrare;
li precede camminando spedita
senza esitare.
Entra nel soggiorno
e siede
composta
nella sua solita poltrona
giallo indiano.
Il Comandante in piedi
si guarda intorno,
poi le fa qualche domanda:
-da quanto tempo il marito è uscito
-dalla mattina a buon ora
-non si è preoccupata per il ritardo
-tarda ogni sera, tarda sempre lui
-se il marito ha nemici
-non lo crede, non può dirlo
con certezza, pensa di no
-dov'era lei durante la serata
-in casa; ha letto un po'
ha sentito musica; poi è uscita
per comperare giornali e sigarette
-sì, è rientrata da poco
-no, fuori non ha incontrato nessuno
-sì, in casa è sempre stata sola.
Il Comandante rimane in silenzio
a guardarla, e lei
guarda lui
dritto negli occhi.
"Lei non mi sembra
molto addolorata, signora".
"Non lo sono.
Questa morte non mi sconvolge.
Tra mio marito e me
c'era ormai solo un contratto
firmato insieme
tanto tempo fa.
L'amore, l'interesse reciproco
perduti da troppo tempo ormai".
Il Comandante non fa
nessun commento.
"Sembra un delitto a scopo
di rapina,
forse è stato un vagabondo".
Irene resta zitta, eretta nella poltrona.
Il Comandante
le dice alla fine
che torna l'indomani
per portarla all'obitorio:
c'è da riconoscere il cadavere.
Vanno via senza salutare,
e lei rimane seduta.
Poi si accende una sigaretta;
la fuma con calma,
con brevi, brevissime boccate,
come fa sempre.
Non voglio ascoltare i suoi pensieri.
Irene
tiene composta in volto
l'immagine fredda
del distacco:
si esercita alla parte
della vedova
non preda dello strazio,
mesta bensì e piena di rispetto
per lo sposo scomparso.
Non voglio ascoltare i suoi pensieri,
non voglio sapere.
La guardo
mentre fuma lentamente,
come la prima volta che l'ho vista
in un Caffè della Goetheplatz.
Un amico comune festeggia
il proprio compleanno.
Lei tutto il tempo fuma,
e ascolta,
e guarda me
con il suo eterno sguardo obliquo.
Tira boccate brevi,
soffia il fumo in alto
leggermente,
sollevando un po' il viso,
non parla quasi mai.
Quando vado via
sento il suo sguardo
appeso alla mia
schiena.
Il giorno dopo
entra nel mio atelier.
La porta è sempre aperta,
tutti entrano e escono
come gli pare.
Inizio appena un quadro:
grumo di vite avvinte, inacidite,
non consumate,
forme appena schizzate
emergono.
Non mi accorgo di lei
muta al mio fianco, attenta,
non sento il suo respiro.
Irene guarda
le mie mani veloci
nell'impasto dei toni.
Rapidamente
un volto esangue
dalla verde fronte
spunta tra secchi
contorni neri, senza armonia,
come per beffa.
Nel profilo di donna c'è un urlo,
quasi un ghigno,
nel fondo viola che si smorza ai lati
dell'acre vuoto della tela.
Io traccio
i segni
obliqui e nudi.
Lei pudicamente
mi rimane di fianco,
cogliendo in ogni mio gesto
la sofferenza
e la gioia della creazione nuova.
Irene è adesso ogni giorno nel mio atelier,
e ogni notte è nel mio letto.
Qui da me tutto sa di lei,
tutto odora di lei,
e l'anima mi si scioglie
in mille gocce di piacere.
Irene prende sempre tutto quello che vuole,
e Irene adesso vuole me
artista mezzo genio e mezzo matto,
oggetto esotico per lei,
carico di temperamento,
di sangue in tumulto
e di umori vitali;
Irene sposa me,
italiano dolce, volgare,
sognatore, scurrile;
amante tenero e violento,
sempre pronto alla lite,
mai monotono, mai quieto.
Irene è irresistibile
e mi mette nella vetrina centrale
della sua collezione di trastulli.
Mi concede di possedere il suo corpo
mille e una volta,
eppure mai mi lascia
sfiorare la sua anima.
Costruisce caparbiamente
cento percorsi differenti
dei quali nessuno conduce a lei,
e nessuno le passa vicino.
In quella rete
di vicoli e di stradette oscure
Irene è irraggiungibile:
appare a un tratto da un canto,
vicina
nell'offerta,
e subito sparisce
da un altro lato
lontana
nel rifiuto.
Un po' di tempo è ormai passato:
le note dell'allegra canzone
che insieme cantammo
restano sospese nell'aria,
stonate e stridule;
il tempo dorato dell'estate è lontano,
e l'angelo provocatore
già mi chiama
per scacciarmi dall'Eden.
Troppe le differenze di nascita,
di lingua, di intenzioni,
di attese dalla vita,
di contenuti e di forme
ci allontanano
giorno dopo giorno;
i suoi continui amanti,
successivi e contemporanei,
ci allontanano
notte dopo notte.
Dovevo capirlo prima
che lei è
troppo in alto per me,
privilegiata nella casta
dei ricchi fabbricanti, dei costruttori
di fortune economiche,
dei signori nati signori,
con le chiappe lisce e pulite
nelle mutande di seta
con le iniziali in oro.
Io troppo in basso al contrario per lei:
nato contadino, povero scannato,
rozzo e cupo,
uso a lingua e lazzi plebei,
e minestroni di legumi,
e bestemmie
e scoregge puzzolenti.
Arrivo morto di fame a Francoforte
da chissà quale buco
di culo di questo pianeta,
mezzo artista
e mezzo accattone,
la puzza del sudore appesta l'aria
e il fiato sa di aglio e di miseria.
È la fine di maggio del 1971,
nemmeno un cane a salutarmi quando parto.
(continua)
dal grande balcone dei gerani,
dove per quindici anni
ho abitato con Irene,
sosto
senza sapere
perché non entro.
Giro intorno alla casa,
le passo sopra,
ancora da più in alto
la guardo.
Di nuovo le sono davanti:
il cancelletto scrostato,
il giardino sempre pieno di erbacce,
i sei scalini di pietra grigia,
il portone smaltato verde cupo.
La Kripo non è ancora qui,
Irene però è qui:
la sua bianca Mercedes
non ha il motore ancora freddo.
Irene la bella,
Irene la sfacciata
odora certo ancora
dello sperma
del suo ultimo amante.
Il Comandante scende dalla BMW
blu notte. Due poliziotti
in uniforme lo seguono.
Il Comandante sale i sei grigi scalini
e il campanello suona.
Irene apre la porta dopo un attimo.
Il Comandante le parla piano.
Lei rimane in silenzio,
la mano sulla maniglia
tutto il tempo.
Non un gesto, non uno sguardo
di smarrimento,
non un lamento o un pallore.
Si ritrae,
li invita ad entrare;
li precede camminando spedita
senza esitare.
Entra nel soggiorno
e siede
composta
nella sua solita poltrona
giallo indiano.
Il Comandante in piedi
si guarda intorno,
poi le fa qualche domanda:
-da quanto tempo il marito è uscito
-dalla mattina a buon ora
-non si è preoccupata per il ritardo
-tarda ogni sera, tarda sempre lui
-se il marito ha nemici
-non lo crede, non può dirlo
con certezza, pensa di no
-dov'era lei durante la serata
-in casa; ha letto un po'
ha sentito musica; poi è uscita
per comperare giornali e sigarette
-sì, è rientrata da poco
-no, fuori non ha incontrato nessuno
-sì, in casa è sempre stata sola.
Il Comandante rimane in silenzio
a guardarla, e lei
guarda lui
dritto negli occhi.
"Lei non mi sembra
molto addolorata, signora".
"Non lo sono.
Questa morte non mi sconvolge.
Tra mio marito e me
c'era ormai solo un contratto
firmato insieme
tanto tempo fa.
L'amore, l'interesse reciproco
perduti da troppo tempo ormai".
Il Comandante non fa
nessun commento.
"Sembra un delitto a scopo
di rapina,
forse è stato un vagabondo".
Irene resta zitta, eretta nella poltrona.
Il Comandante
le dice alla fine
che torna l'indomani
per portarla all'obitorio:
c'è da riconoscere il cadavere.
Vanno via senza salutare,
e lei rimane seduta.
Poi si accende una sigaretta;
la fuma con calma,
con brevi, brevissime boccate,
come fa sempre.
Non voglio ascoltare i suoi pensieri.
Irene
tiene composta in volto
l'immagine fredda
del distacco:
si esercita alla parte
della vedova
non preda dello strazio,
mesta bensì e piena di rispetto
per lo sposo scomparso.
Non voglio ascoltare i suoi pensieri,
non voglio sapere.
La guardo
mentre fuma lentamente,
come la prima volta che l'ho vista
in un Caffè della Goetheplatz.
Un amico comune festeggia
il proprio compleanno.
Lei tutto il tempo fuma,
e ascolta,
e guarda me
con il suo eterno sguardo obliquo.
Tira boccate brevi,
soffia il fumo in alto
leggermente,
sollevando un po' il viso,
non parla quasi mai.
Quando vado via
sento il suo sguardo
appeso alla mia
schiena.
Il giorno dopo
entra nel mio atelier.
La porta è sempre aperta,
tutti entrano e escono
come gli pare.
Inizio appena un quadro:
grumo di vite avvinte, inacidite,
non consumate,
forme appena schizzate
emergono.
Non mi accorgo di lei
muta al mio fianco, attenta,
non sento il suo respiro.
Irene guarda
le mie mani veloci
nell'impasto dei toni.
Rapidamente
un volto esangue
dalla verde fronte
spunta tra secchi
contorni neri, senza armonia,
come per beffa.
Nel profilo di donna c'è un urlo,
quasi un ghigno,
nel fondo viola che si smorza ai lati
dell'acre vuoto della tela.
Io traccio
i segni
obliqui e nudi.
Lei pudicamente
mi rimane di fianco,
cogliendo in ogni mio gesto
la sofferenza
e la gioia della creazione nuova.
Irene è adesso ogni giorno nel mio atelier,
e ogni notte è nel mio letto.
Qui da me tutto sa di lei,
tutto odora di lei,
e l'anima mi si scioglie
in mille gocce di piacere.
Irene prende sempre tutto quello che vuole,
e Irene adesso vuole me
artista mezzo genio e mezzo matto,
oggetto esotico per lei,
carico di temperamento,
di sangue in tumulto
e di umori vitali;
Irene sposa me,
italiano dolce, volgare,
sognatore, scurrile;
amante tenero e violento,
sempre pronto alla lite,
mai monotono, mai quieto.
Irene è irresistibile
e mi mette nella vetrina centrale
della sua collezione di trastulli.
Mi concede di possedere il suo corpo
mille e una volta,
eppure mai mi lascia
sfiorare la sua anima.
Costruisce caparbiamente
cento percorsi differenti
dei quali nessuno conduce a lei,
e nessuno le passa vicino.
In quella rete
di vicoli e di stradette oscure
Irene è irraggiungibile:
appare a un tratto da un canto,
vicina
nell'offerta,
e subito sparisce
da un altro lato
lontana
nel rifiuto.
Un po' di tempo è ormai passato:
le note dell'allegra canzone
che insieme cantammo
restano sospese nell'aria,
stonate e stridule;
il tempo dorato dell'estate è lontano,
e l'angelo provocatore
già mi chiama
per scacciarmi dall'Eden.
Troppe le differenze di nascita,
di lingua, di intenzioni,
di attese dalla vita,
di contenuti e di forme
ci allontanano
giorno dopo giorno;
i suoi continui amanti,
successivi e contemporanei,
ci allontanano
notte dopo notte.
Dovevo capirlo prima
che lei è
troppo in alto per me,
privilegiata nella casta
dei ricchi fabbricanti, dei costruttori
di fortune economiche,
dei signori nati signori,
con le chiappe lisce e pulite
nelle mutande di seta
con le iniziali in oro.
Io troppo in basso al contrario per lei:
nato contadino, povero scannato,
rozzo e cupo,
uso a lingua e lazzi plebei,
e minestroni di legumi,
e bestemmie
e scoregge puzzolenti.
Arrivo morto di fame a Francoforte
da chissà quale buco
di culo di questo pianeta,
mezzo artista
e mezzo accattone,
la puzza del sudore appesta l'aria
e il fiato sa di aglio e di miseria.
È la fine di maggio del 1971,
nemmeno un cane a salutarmi quando parto.
(continua)
martedì 16 ottobre 2012
TATORT 2.
2.
Sto alto,
sopra gli alberi alti,
immobile,
senza ansia,
senza nessun istinto,
privo della gioia
dei desideri appagati,
libero del dolore
dei desideri repressi:
contemplo il lavoro degli ultimi
uomini in uniforme.
Sgombrano
il luogo del delitto.
Portano via i loro attrezzi,
le loro luci;
tolgono gli ultimi
sbarramenti colorati
di rosso e bianco,
e caricano tutto
sui loro verdi furgoni.
In gran fretta se ne vanno.
Io prendo tempo.
Alto su questo
lembo di terra,
prolungo l'attesa
di un successivo sbalzo,
e tengo ancora per un po' frenata
la volontà di cercare
interessi nuovi
in questo mio esser qui.
Io prendo tempo
per intuire e distinguere
questa statura, questa dimensione
che è nuova adesso;
per capire
se ancora
a pensare riesco,
che cosa penso quindi;
per capire
a che mi servono
queste dita
che più nulla toccano,
queste mani
che più nulla accarezzano,
queste braccia
che più nulla stringono,
e queste gambe
che più non camminano.
E a che mi servono gli occhi?
Non ho bisogno degli occhi:
li tengo chiusi, eppure vedo;
e sento tutto distintamente
in cento e in mille direzioni,
e tutto chiaramente intendo
in ogni lingua e dialetto.
Volere o non volere.
Questo realizza e rende
tutto diverso
nella dimensione in cui mi trovo.
Voglio:
stabilisco di volere,
e ho tutto quel che voglio.
Non voglio:
stabilisco di non volere
e tutto allontano da me
qual che non voglio.
Il sacrificio manca,
manca il rammarico,
il dubbio manca e l'incertezza,
l'alternativa tra il bene e il male;
la volontà degli altri non
prevarica la mia,
non conta niente
perché io sono solo
nel mio esser qui.
Da solo mi creo
nello spazio
la posizione e la forma.
Adesso scopro
l'esistenza della mia volontà,
gli spazi illuminati
dove riesco a realizzarla,
e a replicare la forma
e la condizione
del mio esser qui.
Adesso mi metto
in statura di montagna,
in dimensione di fiume;
mi scopro erba da pascolo
e gregge,
mi lascio andare come vento,
mi lascio andare come luna e sole,
e come nuvola, e come pioggia,
vento e pioggia di me,
sole e gregge di me.
Il sentimento però
della terra e del cielo,
il sentimento del tempo
abbandono
in quel corpo svuotato,
lo lascio
alla pietà dei superstiti,
di chi vorrà averne.
(continua)
Sto alto,
sopra gli alberi alti,
immobile,
senza ansia,
senza nessun istinto,
privo della gioia
dei desideri appagati,
libero del dolore
dei desideri repressi:
contemplo il lavoro degli ultimi
uomini in uniforme.
Sgombrano
il luogo del delitto.
Portano via i loro attrezzi,
le loro luci;
tolgono gli ultimi
sbarramenti colorati
di rosso e bianco,
e caricano tutto
sui loro verdi furgoni.
In gran fretta se ne vanno.
Io prendo tempo.
Alto su questo
lembo di terra,
prolungo l'attesa
di un successivo sbalzo,
e tengo ancora per un po' frenata
la volontà di cercare
interessi nuovi
in questo mio esser qui.
Io prendo tempo
per intuire e distinguere
questa statura, questa dimensione
che è nuova adesso;
per capire
se ancora
a pensare riesco,
che cosa penso quindi;
per capire
a che mi servono
queste dita
che più nulla toccano,
queste mani
che più nulla accarezzano,
queste braccia
che più nulla stringono,
e queste gambe
che più non camminano.
E a che mi servono gli occhi?
Non ho bisogno degli occhi:
li tengo chiusi, eppure vedo;
e sento tutto distintamente
in cento e in mille direzioni,
e tutto chiaramente intendo
in ogni lingua e dialetto.
Volere o non volere.
Questo realizza e rende
tutto diverso
nella dimensione in cui mi trovo.
Voglio:
stabilisco di volere,
e ho tutto quel che voglio.
Non voglio:
stabilisco di non volere
e tutto allontano da me
qual che non voglio.
Il sacrificio manca,
manca il rammarico,
il dubbio manca e l'incertezza,
l'alternativa tra il bene e il male;
la volontà degli altri non
prevarica la mia,
non conta niente
perché io sono solo
nel mio esser qui.
Da solo mi creo
nello spazio
la posizione e la forma.
Adesso scopro
l'esistenza della mia volontà,
gli spazi illuminati
dove riesco a realizzarla,
e a replicare la forma
e la condizione
del mio esser qui.
Adesso mi metto
in statura di montagna,
in dimensione di fiume;
mi scopro erba da pascolo
e gregge,
mi lascio andare come vento,
mi lascio andare come luna e sole,
e come nuvola, e come pioggia,
vento e pioggia di me,
sole e gregge di me.
Il sentimento però
della terra e del cielo,
il sentimento del tempo
abbandono
in quel corpo svuotato,
lo lascio
alla pietà dei superstiti,
di chi vorrà averne.
(continua)
domenica 14 ottobre 2012
TATORT
La parola composta Tatort significa in tedesco luogo dell'accadimento, e quindi come in questo caso luogo del delitto.
IL FATTO
1.
E così sono stato ucciso!
In quel corpo disteso per terra
dentro un bosco,
(vederlo lì bocconi
e inerte
mi fa perfino pena),
con la testa infilata tra sterpi e pietre,
tutto sporco di sangue,
lì dentro dunque
stavo io
per quaranta anni e passa.
Addosso gli sta l'autore del delitto,
la pietra lercia di sangue
ancora in mano:
aspetta da quelle membra
rattrappite
una qualsiasi mossa per colpire
di nuovo, più forte ancora.
Sul collo lo tocca:
segno di vita non trova.
Getta
la pietra allora
e tutto intorno si guarda.
Sassi raccatta e rami secchi
per buttarglieli sopra,
per nasconderlo un po'.
Poi di un passo indietreggia
e di nuovo
tutto intorno si guarda, e se ne va,
sicuro
senza fretta, lungo il sentiero,
lentamente
senza voltarsi mai indietro.
Io sempre al fianco gli rimango
e intensamente ogni
sua mossa osservo;
però a vederlo non riesco in faccia.
È alto,
veste bene, accurato,
camicia e cravatta,
scarpe di marca.
Un cappello di feltro a falde flosce,
un impermeabile chiaro
che rassomiglia
tanto a quello che indossavo io.
Guanti calza di pelle nera,
alzato tiene il bavero
e un foulard di seta gli
copre la faccia
fino agli occhi.
Non mi pare
di averlo mai incontrato:
questo qui deve
essere un sicario
venuto per colpire, per ammazzare,
e qualcuno per questo
lo ha pagato.
Una moto incontro ci viene
coi fari accesi,
abbastanza veloce su per il sentiero.
Subito si nasconde
il killer dietro un albero.
Un giovanotto con la giacca rossa
di pelle, senza casco in testa,
guida la moto.
La sua ragazza si appoggia
alla sua schiena,
lunghi capelli liberi
nel vento.
Appena passano cerco
il sicario: è sparito,
non lo vedo più.
Immediatamente mi sposto
accanto al corpo dell'ucciso
(non ho bisogno di camminare
per i miei spostamenti, né di volare:
basta che io voglia e sono subito altrove).
Rapida la moto passa oltre,
arriva poco più su, poi il ragazzo
la ferma; il fascio luminoso
si spegne. Ora è
di nuovo buio,
ma qualcuno
rovescia le tasche del morto.
Un vagabondo,
uno straccione che porta via un anello
con brillante da tre carati,
un Omega d'oro da 4.000 euro,
il portafogli e le scarpe.
Quando scappa
inciampa
nei sassi sporchi di sangue,
e fa un gran casino.
Spaventa a morte quei due
ragazzi là sopra,
che sono intanto scesi dalla moto.
Mi sposto da loro.
Lai sta appoggiata con la schiena
a un albero,
la gonna tirata su fino all'ombelico,
le mutande giù fino a sotto le ginocchia,
e lui sta sbracato
di fronte a lei
col grosso pene eretto.
Ma la ragazza non ha più voglia di scopare.
"Andiamo via, dice; c'è qualcuno".
E subito le mutande su si tira
e giù la gonna.
Lui è molto giovane e impacciato:
non protesta nemmeno.
Si arrangia coi calzoni
come può,
più svelto che può,
e in qualche modo
ricaccia dentro il suo pene
ancora eretto.
Saltano sulla moto e vanno via,
con lei che intorno si guarda
e batte i denti.
Scende pian piano il ragazzo,
per un momento illumina
il corpo a terra,
un attimo soltanto
ma che al ragazzo basta.
"Vai via, vai via di qui", lo supplica lei,
ma lui è già fermo.
Guarda fisso in quella direzione
ma non si avvicina.
"Non è normale".
"Che cosa non è normale?"
"Con questo freddo quello
se ne sta sdraiato sotto un albero".
"Andiamocene! Fai come ti dico".
"Forse sta male; non si muove nemmeno".
Solleva la moto sul cavalletto
e scende, ma non fa un passo avanti.
Deve avere una brutta fifa addosso,
però non ci mette tanto a capire
come stanno le cose;
dirige allora il fascio
di luce
sull'immobile corpo.
"Cristo! Ma quello è morto!"
"Come lo sai?"
"Non vedi quanto sangue? dice lui;
e non ha nemmeno le scarpe".
"Allora è un vagabondo,
qui in giro è sempre pieno".
"Sì, però questo è un vagabondo morto,
morto ammazzato".
Riparte subito,
con lei seduta dietro.
Questa volta guida più svelto
fino alla cabina del telefono,
giù in fondo ai margini del bosco.
Gli sto vicino
quando chiama la Kripo.
Dice nome e cognome,
scandendo bene le lettere,
e quello che ha trovato
là di sopra.
"Sì, resto qui", risponde,
e riattacca il telefono.
La sua ragazza è infelice adesso:
mette in ordine la gonna,
che è di nuovo salita
un po' troppo.
Tiene il muso lungo fino ai piedi:
maledice di sicuro
l'idea di venire nel bosco
questa sera
per farsi una sveltina.
La Kripo si sente da lontano
con tutti i suoi suoni di sirene e trombette,
e da lontano si vede
con le sue luci intermittenti blu.
Ma forse adesso ho perso
molti dei sensi che avevo prima
quando in quel corpo stavo;
chissà, forse anche tutti quanti.
Può darsi invece che adesso
riesco a concentrarmi
su quelle cose
che prima
non erano importanti,
che nemmeno vedevo,
che neppure ascoltavo.
Adesso per esempio rimango
ad ascoltare
il suono dei pensieri della ragazza
con la minigonna:
il suo desiderio soffocato,
e l'ira per il suo amico
che a fare l'eroe sta giocando.
Rimango pure ad ascoltare
il trambusto della paura e dell'ansia
nel cuore del ragazzo
con la moto:
resta lì, ma si piscia addosso
dalla tremarella.
Per questo non mi accorgo
che i poliziotti sono arrivati;
ma dopo pochi minuti
c'è più luce e più gente
in questo angolo di bosco
che al Luna Park nei giorni di festa grande.
Piantano fari tutto intorno,
tutto cercano e tutto
tastano e fotografano.
Un gruppo con un nastro
plastificato bianco e rosso
recinta la zona.
Dischetti numerati depone un altro gruppo:
accanto al sasso sporco di sangue,
a un ramo spezzato, e a chissà cosa ancora,
uno, due, tre e così via.
Qualcuno scatta foto,
atri scrivono,
e tutti parlano nel telefono portatile.
Girano intorno a quel corpo,
vanno, vengono, rivanno
e poi di nuovo ritornano indietro.
In mezzo a loro c'è uno che sembra
essere quello che comanda:
appartato se ne resta
senza dar l'aria di far niente,
ma tutti
ogni cosa a lui riferiscono,
tutto gli fanno vedere
quello che trovano,
e lui tutti ascolta
e poi con cenni brevi della testa
indietro tutti rimanda.
Il Comandante comincia a parlare
coi due ragazzi della moto.
A voce bassa fa le sue domande:
"Che facevate qui?"
"Vi conoscete da tanto?"
"Di dove siete?"
"Tu che lavoro fai?"
"Apprendista meccanico."
"E tu?"
"Io non faccio niente,
volevo dire che vado ancora a scuola."
"Perché, quanti anni hai?"
"Sedici, quasi fatti."
"Stai attento tu a portarla nei boschi,
ché questa è minorenne."
Gli prende un braccio,
negli occhi lo guarda, che sono grandi
e pieni di paura
in tutta quella luce.
"Dimmi quello che hai visto."
"Ho viso anch'io", dice minigonna.
"Va bene: tu confermi se è il caso,
oppure lo correggi."
Il ragazzo gli racconta
quel poco che sa:
del rumore che hanno sentito,
come qualcuno che inciampa,
cade e poi scappa:
e del corpo che poi ha visto
disteso per terra.
Il Comandante subito via li manda,
ha altro per la testa adesso.
Agli uomini chiede se documenti
hanno trovato,
qualunque cosa per identificare quel corpo
e dargli un nome.
Qualcuno fruga ben bene nei vestiti
e porta di corsa
al Comandante
un portamonete mezzo vuoto.
Lui ne tira fuori
una scheda gialla di plastica:
il tesserino di socio dell'ADAC.
Così adesso sanno che nome dare
a quel corpo.
È facile come un gioco
trovare l'indirizzo.
Il Comandante chiama un paio di uomini
e vanno via insieme sgommando
con una macchina veloce.
Ancora un po' rimango
a guardare quel corpo tutto imbrattato.
Lo hanno girato sulla schiena, e stanno
per portarselo via
in una grigia bara di lamiera.
Prima però devono infilarlo
in un sacco di plastica nero con cerniera.
Guardo la faccia del morto,
e mi sorprende vederla
così serena,
rilassata.
Non c'è traccia di orrore,
né di strazio:
è la faccia di un uomo che ha pagato
il suo prezzo al destino
e in pace è adesso.
È la faccia di chi è libero
da un peso,
da un rimorso,
che so io, da una vendetta
incombente.
È la faccia di un uomo
che non è più infelice.
La guardo ancora a lungo
quella faccia,
e quasi mi sembra
ci non averla vista mai.
(continua)
mercoledì 10 ottobre 2012
IO E STA PANTERA DER CIUFOLO
Ciavete fatto caso che quanno state chiusi drento an posto indove nun c'è nisuno ve pare che stanno tutti a guardavve a voi?
Mbè mi moje se n'era ita co la mi fia pe cazzi loro e io me volevo fa na pennica e però me sentivo guardato. Ma da chi, che qui drento nun ce so arimasti manco li mortacci tua? Però nun se sa mai, na guardata dequà na guardata dellà, e che ce doveva da esse: gnente.
Ma poi me so girato e l'ho vista che me stava a pià le misure co du occhi da assassina.
Uddio! Na pantera nera nera che je sortiva la bava da li denti a punta come li chiodi de Cristo.
Uddio, me so detto, questa qui sbava da la voja de magnamme, già s'è messa er tovajolo ntorno ar collo e arota l'ogne su le mattonelle nove nove, te possino ammazzatte.
Buci indove infilamme nun ce ne steveno e allora ho tirato fora da la saccoccia un fazzoletto tutto zozzo e je l'o fatto vede.
"M'arenno, si propio nun vòi discute magnete nparde diti der piede sinistro che tanto è rotto e non me serve più tanto, ma lassime armeno l'onore, nzomma nun me te magnà le palle e manco er mejo amico mio".
Er massimo sforzo, gente, deppiù nun potevo propio.
Me guarda e me sbotta na risata in faccia.
Uddio, sta bestia ride! E che vor di?
"A stronzo, ma nun m'ariconosci?"
Uddio, sta bestia parla! Ma allora si lei parla potemo da discute, magara no sconto, un parde giorni de proroga.
"A ditte er vero so anni che nun vado ar giardino zologgico. Nun te tengo presente, scusame tanto".
"Guardeme mejo, fatte sortì un ricordo da quela capoccia, daje".
"So confuso. Che vòi nun m'era mai successo de parlà co na pantera. Nun ce credevo proprio de potello fa. Pe dì la verità io conoscevo un fregno che ariccontava de na trighe femmina che diventava donna e poi ridiventava trighe e poi però arimaneva donna, e invece l'amico suo che era omo diventava trighe maschio. Na fregnaccia, ho pensato, na bufala, e me pareva giusto na cojonata e invece guarda mo che me sta a capità: me sta a capità che tu me parli ne la lengua mia de me e nun so io che capisco la lengua tua de te".
"Invece d'ariccontamme ste stronzate, penza, fa no sforzo, guardeme bene, gireme ntorno che forse che forse te s'apre la capoccia e m'ariconosci".
"Ma io a te non t'o mai visto. T'arisurta che io vado a pantere? Manco più a donne vado io, pensa npo' tu".
"Mo nun me fa ncazzà".
Uddio, si questo qui s'incazza me se magna.
"No, no, lassa perde facevo pe scherzo...allora, vedemo npo'...gnente...si tu me volessi da na mano, un aiutino piccoletto...nzomma, ndove se semo visti l'urtima vorta?"
"A casa mia, scemo".
"Ndo dichi? Nde la savana? Nde la foresta?"
"None, a casa mia, a Roma".
"Te l'o già detto che io ar giardino zologgico nun ce metto piede da na vita".
"Ar giardino zologgico te ce porteno a te ner gabbio de li rangutani, li mortacci tua, che poi sarebbero puro li mia".
"Mo che vor dì sta storia? Ciavemo li morti a mezzo io e te? Da quanno?"
"Da quanno semo nati, stronzo. So tu fratello".
"Ma a chi vòi coionà? Mi fratello era un cristiano e sta a fa tera pe ceci da più de diecianni".
"No, so io, so Lito, so tornato".
E mo questo sa puro er nome de mi fratello, quello vero. Ma chi è sta creatura diabbolica?
Me deve d'avé capito perché me fa de no co la capoccia e co la coda.
"No, no, so propio Lito, so tornato a vive".
"Embè te sei sbajato scarpe e puro carzoni, nun è mica carnevale che vai mascherato da pantera. Ber costume, davero, comprimenti, ma io mica ce credo, fratello Lito, coso nero, pantero o quello che cazzo sei".
"Mo te spiego er machiavello. Allora: morto so morto e qui nun ce piove. O fatto tutto quello che dovevo da fa, me so spurgato, me so purificato e poi me so messo in fila pe ritornà sur monno".
"Ma allora è vero che quarche vorta aricicceno?"
"No quarche vorta, stupido, sempre".
"Ma tu te sei sbajato, sei arisortito bestia".
"Si la pianti de rompe li cojoni e me fai finì de ariccontatte".
"E allora daje".
"Te stavo addì che me so messo in fila, na fila longa longa de chilometri, de decenni, tutti che aspetteno e nisuno che baccaja, nisuno che mena pe fregatte er posto. Arivo an tavolino. C'era un fregno che sapeva tutto. Dice: tu te chiami così e così. Giusto. Sei morto er giorno tale der mese tale de l'anno tale. Giusto, jaridico. Allora aritorni su la tera fra trecentanni. Trecentanni, me cojoni? E nun se po fa npo' più de prescia? Dipenne, me arisponne er fregno, si vòi tornà omo so trecentanni, sinnò torni magara subbito, però bestia".
"E tu che jai arisposto?"
"Jo detto, ce devo da penzà. No, me fa lui, cotto e magnato, qui nun se penza se fa, mica come laggiù da voiantri. Allora jo detto: amore mio, famme tornà subbito e bestia, ma no sumaro e manco porco. M'arisponne che io sumaro e porco c'ero stato pe ne vita, mascherato da omo. Abbozzo, che dovevo da dì? Ciaveva raggione. Lui guarda nparde pezzi de carta e me fa: zebbra o pantera? Pantera, dico io ar volo. Zoo o casa privata? Da mi fratello. Vabbè, m'arisponne er fregno e sbatte nparde trimbi su na carta. Devo da pagà quarcosa subbito? No, fa lui, qui nun se paga, ma però guarda che pòi fatte vede solo da tu fratello, pe l'antri sarai inesistente".
"Sarebbe a dì?"
"Che me vedi solo tu e me parli solo tu".
"Me sta benissimo".
"Guarda che però io magno, piscio e caco".
"Quarcosantro?"
"No. Solo na vorta ar mese me porti ar giardino zologgico che me sgroppono na femmina de pantera come a me. Tutto pe scaricà, solo pe quello".
Quanno è tornata mi moje co la mi fia lui stava bono bono da na parte e loro manco se so accorte de gnente.
Va tutto benissimo da quarche settimana, solo che je do la metà der magnà mio e mi moje comincia a prioccupasse perché vede sparì sti piattoni de bendeddio, er doppio de primma, e io invece de ingrassamme me so smagrito.
Capirai, se magna quasi tutto mi fratello, e io devo da fa un culo così a portà fora secchiate de piscio e chilate de merda tutti li giorni. Ma un fratello aritornato è na cosa bella assai e quarche sacrificio se po pure fa.
domenica 7 ottobre 2012
SOLO UN PAIO DI POESIE
CI VUOLE TANTO POCO
Mi chino,
raccolgo
le poche cose
che ho e vengo
via con te.
Ci vuole tanto poco
per essere felici,
a volte basta un niente:
avevo una caramella
di menta in bocca
da due ore
e non me ne ero accorto.
TI GUARDO PICCOLISSIMA
Ti guardo piccolissima che scompari
all'orizzonte, e quel che è peggio sei tu
che stai ferma, sono io che vado
camminando come il gambero
in un tardivo abbandono, precoce pensi tu.
Io che ti lascio e gemo, e piango fin da adesso
perché ho bisogno del tuo alito,
come della tua ombra, come dell'idea
che tu esisti ancora e ancora
esisterai solamente per me.
Ma perché siamo arrivati a questo non lo sai tu,
non lo so io. Come abbiamo potuto bruciare
in così poco tempo quello che avevamo
edificato in così tanto tempo
non lo sappiamo nessuno dei due,
e perché queste domande non hanno
risposta, e perché io continuo ad andare via,
e perché tu continui a restare ferma
sull'orizzonte. Non respirerò più dal tuo
alito, non lambirò più la tua ombra.
A me adesso non resta che nascondermi
dietro questa finestra aperta sulla curva
della stretta viuzza da dove laggiù in fondo
tra gli spigoli di un paio di palazzi
si vede un pezzetto di strada,
della strada che tu percorri ogni sera
mentre ritorni a casa, per vederti
un istante, e domani ancora un istante,
aspettando di nuovo la prossima volta
per vederti solo un istante.
Mi chino,
raccolgo
le poche cose
che ho e vengo
via con te.
Ci vuole tanto poco
per essere felici,
a volte basta un niente:
avevo una caramella
di menta in bocca
da due ore
e non me ne ero accorto.
TI GUARDO PICCOLISSIMA
Ti guardo piccolissima che scompari
all'orizzonte, e quel che è peggio sei tu
che stai ferma, sono io che vado
camminando come il gambero
in un tardivo abbandono, precoce pensi tu.
Io che ti lascio e gemo, e piango fin da adesso
perché ho bisogno del tuo alito,
come della tua ombra, come dell'idea
che tu esisti ancora e ancora
esisterai solamente per me.
Ma perché siamo arrivati a questo non lo sai tu,
non lo so io. Come abbiamo potuto bruciare
in così poco tempo quello che avevamo
edificato in così tanto tempo
non lo sappiamo nessuno dei due,
e perché queste domande non hanno
risposta, e perché io continuo ad andare via,
e perché tu continui a restare ferma
sull'orizzonte. Non respirerò più dal tuo
alito, non lambirò più la tua ombra.
A me adesso non resta che nascondermi
dietro questa finestra aperta sulla curva
della stretta viuzza da dove laggiù in fondo
tra gli spigoli di un paio di palazzi
si vede un pezzetto di strada,
della strada che tu percorri ogni sera
mentre ritorni a casa, per vederti
un istante, e domani ancora un istante,
aspettando di nuovo la prossima volta
per vederti solo un istante.
giovedì 4 ottobre 2012
LE QUATTRO STAGIONI
Odio l'autunno, la stagione ermafrodita, che galleggia tra estate e inverno e non prende posizione, come certi nobilissimi politici della nostra italica patria. Eppure da pittore dovrebbero piacermi dell'autunno almeno i colori, che sono molto più belli dell'arrogante verde estivo, ma non ci riesco a guardarli con occhio da pittore, perché sempre nel cervello mi rimbomba la frase fritta "adesso arriva l'inverno", che è il mio vero nemico.
E allora sto autunno mi si avvicina cincischiando, incerto se qualificarsi o meno, da vero frocetto quale egli è. Inutile dirsi "ma dai, siamo giovani e forti, l'inverno passerà e torneranno i tempi belli e le giornate radiose e calde", la rabbia e la noia mi crollano addosso come mura diroccate e un po' per giorno mi trovo pieno dei calcinacci dei loro intonaci.
Quanto mi piacerebbe entrare in letargo, grosso orso muflone che si addormenta giusto in tempo per non sentir svanire dal suo nasone i profumi estivi.
L'autunno è una serpe viscida che si intrufola dappertutto, equivoco, silenzioso e bugiardo, che ogni giorno ti illude con un po' di sole e di calore e subito, appena sei uscito non abbondantemente vestito, ti fotte scaricandoti addosso tonnellate d'acqua gelida. E allora sono corse per rientrare in casa, giacché nemmeno uno straccio di ombrello ti sei portato.
"Scusi, lei è il signor Autunno?"
"Sì, sono io".
"Posso dirle una parola?"
"Prego, anche due".
"E allora: cornuto e disonorato".
Detesto l'inverno, stagione assassina, tetra, brutta, lunghissima il doppio dei suoi maledetti quattro mesi. Lo detesto da pedone, perché il freddo mi indurisce i piedi e mi rende difficilissimo camminare; lo detesto da automobilista convinto perché mi impedisce di correre in auto come voglio io; infatti dietro ogni curva si nasconde un'insidia: ghiaccio sull'asfalto o peggio nebbia traditrice alta almeno quattro metri dal livello del suolo.
Odio l'inverno perché le giornate cominciano tardi e finiscono presto, lo odio per gli stessi motivi per cui tanti, troppi, incomprensibilmente per me lo amano tanto: la neve.
Ma come fate? È solamente bella a vedersi il primo giorno, quando scende e si deposita al suolo, sugli alberi e sugli oggetti che stanno sulla mia terrazza, quando tutto si ammucchia e si nasconde e diventa bianco.
Buono! Ma poi? Nemmeno due giorni dopo diventa un letamaio: gialla, schifosamente acquitrinosa se il freddo non è intenso, ghiacciata se il freddo tiene, e non si sa come camminare né dove, e soprattutto si litiga con la consorte per via del pantano che si fa in casa, che secondo lei bisognerebbe volare e non toccare il suolo.
E poi non se ne va più via. E hai voglia a dire che sull'autostrada passano gli spazzaneve ed il fondo è a posto. La verità è che se non hai eccellenti gomme invernali nuove o almeno in ottimo stato, ogni metro è un rischio, non mortale perché si viaggia ad andatura da lumaca, ma di danni costosissimi alla macchina.
L'inverno è talmente malvagio che continua a imperversare anche durante il primo mese di primavera, grandissimo cornuto e disonesto!
La primavera. Ecco, già migliora la situazione: c'è più luce, meno freddo, piove ancora ma molto meno frequentemente e non c'è più la stramaledetta neve.
E poi è entrata nel cuore la speranza.
Vuoi mettere? Guardare gli alberi che timidamente, quasi temessero un tranello, ritirano fuori le prime foglie, vederle crescere ed irrobustirsi, vederle prorompere e diventare tutto bello verde, forse troppo arrogante, ma vivaddio tenace e CALDO. Finalmente caldo, finalmente le strade libere dal ghiaccio e timidamente da lontano s'intravede già il tempo dell'estate.
Primavera, stagione fanciulla, di una razza buona, non cittadina o campagnola, universale, da volerle bene solo a vedersela arrivare ridente incontro, che ti mette calore dentro il cuore e tanta voglia di vivere e di agire.
E poi lei, la sovrana, l'imperatrice: l'ESTATE.
Può anche succedere che sia troppo calda, ma vuoi mettere la velocità con cui al mattino ti vesti e alla sera ti spogli? Confrontata con la lentezza con cui d'inverno si devono indossare o dismettere i panni - molteplici, esagerati come maglie maglioni calzettoni, ma non mutandoni che aborro- pensare che non indossi pigiama di notte, ma solo gli slip e che alzandoti abbisogni solo di una camicetta, un paio di calzoncini corti e dei sandali, e che così puoi andartene in giro senza che nessuno si scandalizzi (che poi a me non me ne fregherebbe un mezzo fico secco), ammettiamolo è un bel sollievo.
Poi ci sono le vacanze e ci si può sdraiare al sole sotto un ombrellone, in una spiaggia calda, di fronte al meraviglioso mare , altro che montagne sempre ingrugnate, il mare è schietto, anche quando non ti è amico, anche quando è infuriato è bello. Ti basta startene a riva ad ammirarlo, che lui non ti viene a risucchiare per divorarti nel suo profondo. È onesto e leale il mare, non ti tradisce se non lo vai a stuzzicare da cretino. Con la montagna non puoi mai stare sicuro.
L'estate è una meraviglia, l'inverno uno schifo.
Il mare è una meraviglia, le montagne sono come l'inverno e le lascio volentieri a chi le ama tanto, tanto da non capire che esiste qualcos'altro di bello.
S'io fussi Dio non arderei lo monno, ma abolirei l'autunno e l'inverno. S'io fussi Dio non manderei tutto in lo profonno, ma andrei a vivere in una bella isola circondata dal mare nel bello e nel cattivo tempo.
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