SENZA TITOLO
Solo un bestemmiatore protervo e accanito,
coniatore di insulti fantasiosi
da centodieci et cum maxima laude,
poteva un giorno, o forse era una notte,
porsi un quesito urgente sulla divina natura
di quel Cristo che dileggiava, dissacrava
e violentava ogni momento.
Sei entrato dentro me come un colpo di vento
spazzando via foglie secche, stracci, cartacce
sporche insieme alle mille miserie
che lastricano l'anima mia da quando
ho incominciato a intendere e volere.
Ora dovrò fare i conti anche con te,
asso pigliatutto, che già hai agguantato e tieni stretto
tutti gli angoli di luce e di ombra
di una vita monotona, banale, senza forme,
senza picchi, tutta baratri, tutta fetore e liquame,
come la mia fino a ieri. Il dubbio resta
ancora, lo tengo in vita per testardaggine,
per non capitolare, per illudermi di potere
ancora vincerla questa impari battaglia senza più scopo.
L'UOMO CHE DIPINGEVA
L'uomo seduto al cavalletto dipingeva acqua
limpida con rapidi tocchi orizzontali del pennello
intriso d'acqua raccolta in una bacinella
da uno stagno vicino; l'uomo dipingeva cielo
sereno con veloci pennellate trasversali dal basso
verso l'alto, da sinistra verso destra senza mai
accavallare l'una all'altra. Immergeva il pennello
nell'aria sopra il suo volto e tagliava la tela
in tanti tratti obliqui. L'uomo dipingeva spazi
senza limite sulla sua tela bianca e poi col carboncino
ai quattro lati disegnava un occhio, sempre
lo stesso e immaginava fosse il suo occhio destro,
messo lì come un suggello, una firma, un attestato
di autenticità. Voleva concludere la sua
carriera di artista dipingendo spazi di acqua
e di cielo sulla sua tela nuda, all'infinito.
Ogni tanto si alzava dallo sgabello, indietreggiava
alcuni passi e rimirava l'opera che prendeva forma.
In quei momenti immaginava che il suo patrimonio
genetico di origine divina, la sua cellula
eletta che Dio gli aveva data in prestito venisse
messa finalmente in azione, dopo tanta
inerzia. Chiudeva gli occhi e sognava.
IL CAVALLO CHIAMATO BUCEFALO
Ho un occhio azzurro e uno nero
ma non mi chiamo Alessandro, né mio padre
si chiamava Filippo: galoppava sui monti
della Macedonia il mio genitore quando scoprì
la grotta dove s'era rifugiata mia madre
stremata dalla corsa. Mi chiamarono Bucefalo
e per anni ho servito il mio re, mentre lui
onorava me a cavalcioni della mia groppa.
Cheronea, Granico, Isso, le praterie persiane, giù
fino alla costa dell'India, finché lui morì.
Da quel giorno galoppo senza più cavaliere
cercandolo ovunque, finché ne sento la voce,
che mi precede e mi guida come
un filo invisibile nei prati infiniti
di questo universo che diventa sempre più
ristretto. Se mai ci incontreremo? Non importa:
quello che importa è che duri questo anelito
di ritrovamento, che questa speranza non crolli
distesa inerte su prati che diventano grigi e insonori.
venerdì 19 luglio 2013
giovedì 18 luglio 2013
LA SCOREGGIA PERFETTA
Capita solo all'intenditore di musica di captare e di isolare dal coro dell'orchestra il "do" del trombone, netto, sonoro, ottenuto con la giusta emissione di fiato da un musicista diplomato in un Conservatorio. È un suono perfetto a tutto tondo, migliore a mio parere della identica nota dell'oboe o dello staccato di un clarino, che sempre vibra e sconfina. Il "do" del trombone è una secca e breve esplosione, non a forma di cono ma di cilindro. I musici dell'orchestra la chiamano "la scoreggia perfetta". È infatti un tuono esploso a mezzodì, senza preavviso alcuno. Ci si allieta della sua intensità, plasticità, sobrietà del colorito; ci si rallegra, a volte senza cognizione di causa oserei dire, per puro amore di un'armonia. Ci si rallegra e basta: lo si gode in silenzio, socchiudendo gli occhi, mentre il volto spesso inciampa in un sorriso un po' sciocco, di beota beatitudine come si suol dire.
Ad una simile estasi mi ha elevato domenica pomeriggio l'aulico suono nel momento e nel luogo dove io meno me la potessi aspettare: un orinatoio pubblico della piscina comunale di Rappenwörth.
Mi chiudo sempre in una celletta, monaco della pisciata, per proteggere la mia pudicizia e sonnecchiare un po' nella beatitudine del rilascio idrico, e ci resto qualche minuto godendomi i rumori plebei e senza volto che avvengono nella latrina.
Mi ha sorpreso pertanto sospeso nel mio limbo il crepitare maestoso e sontuoso del più perfetto strumento umano: il buco del culo maschile dilatato il giusto per emettere quell'acuto a tutto tondo, apparentemente senza sforzo alcuno, senza sbavature né gorgoglii. Un "do" naturale, centrato all'interno del pentagramma, una autentica "scoreggia perfetta" che più scoreggia non si poteva.
Ho messo fine immediatamente alla mia minzione per avere il privilegio di vedere l'autore della splendida nota, ma ahimé era già via, come se avesse voluto lasciare anonimo il suo capolavoro.
Ho rispettato la sua privacy e sono riuscito al sole e all'aria aperta con un immenso senso di benessere nel mio cuore e una gran voglia di vivere appieno fino in fondo una vita capace di regalarti tali sublimi e inaspettati momenti.
domenica 14 luglio 2013
DUE POESIE DUE
QUASI PER GIOCO
Darti un nome è stato facile
me lo hai scritto tu, quasi per gioco;
darti un volto è stato facile
me l'hai mandata tu una tua foto,
quasi per gioco; per darti
una voce è bastato comporre un numero
sulla tastiera del telefono, quasi per
gioco; difficile creare l'odore
della tua pelle e farlo penetrare dentro
le mie narici. Ma non è stato
un gioco: sono convinto che fosse
il tuo odore quello che ho annusato
una sera dentro un bosco, un odore selvatico,
sottile, che custodisco ancora, mi basta
tirare un po' su col naso, quasi per gioco.
UN UOMO SOLO, DINANZI A NOI
Ma cosa stiamo facendo? Chi vogliamo
dissanguare? Cristo è morto da venti secoli,
non torna più. In piedi dinanzi a noi
c'è un uomo solo, nudo, trafitto, umiliato e sconfitto.
Non vale la pena salvarlo, non vale la pena
scannarlo, neanche muore più chi è vittima di una
morte eterna, cambia ogni volta il modo di esecuzione
e la sentenza, anzi ormai non serve più
sentenziare né giustiziare, nemmeno accorerebbe
il grande pubblico, tutto in famiglia sotto silenzio.
Dobbiamo dunque lasciare perdere tutto senza
intervenire? Dobbiamo lasciarlo lì, solo e distrutto
nel suo lembo di Golgota il nostro Cristo di tutti i giorni?
Tanto la sua vita non serve a nessuno
e la sua morte non redime il mondo.
Allora meglio ignorarlo: andiamocene via,
stappiamo una bottiglia di birra fresca,
prendiamoci una ragazza, divertiamoci un po'
e che lui si rivesta e se ne vada.
Darti un nome è stato facile
me lo hai scritto tu, quasi per gioco;
darti un volto è stato facile
me l'hai mandata tu una tua foto,
quasi per gioco; per darti
una voce è bastato comporre un numero
sulla tastiera del telefono, quasi per
gioco; difficile creare l'odore
della tua pelle e farlo penetrare dentro
le mie narici. Ma non è stato
un gioco: sono convinto che fosse
il tuo odore quello che ho annusato
una sera dentro un bosco, un odore selvatico,
sottile, che custodisco ancora, mi basta
tirare un po' su col naso, quasi per gioco.
UN UOMO SOLO, DINANZI A NOI
Ma cosa stiamo facendo? Chi vogliamo
dissanguare? Cristo è morto da venti secoli,
non torna più. In piedi dinanzi a noi
c'è un uomo solo, nudo, trafitto, umiliato e sconfitto.
Non vale la pena salvarlo, non vale la pena
scannarlo, neanche muore più chi è vittima di una
morte eterna, cambia ogni volta il modo di esecuzione
e la sentenza, anzi ormai non serve più
sentenziare né giustiziare, nemmeno accorerebbe
il grande pubblico, tutto in famiglia sotto silenzio.
Dobbiamo dunque lasciare perdere tutto senza
intervenire? Dobbiamo lasciarlo lì, solo e distrutto
nel suo lembo di Golgota il nostro Cristo di tutti i giorni?
Tanto la sua vita non serve a nessuno
e la sua morte non redime il mondo.
Allora meglio ignorarlo: andiamocene via,
stappiamo una bottiglia di birra fresca,
prendiamoci una ragazza, divertiamoci un po'
e che lui si rivesta e se ne vada.
(Cosa hanno in comune queste due poesie? Innanzi tutto l'autore, poi la data di nascita, entrambe venute al mondo il 13 luglio 2013, la prima alle ore 02,44, l'altra alle ore 14,17, circa mezza giornata dopo).
venerdì 12 luglio 2013
EN PASSANT
Mi dice Anna Maria en passant ridendo assai:
"Non stare lì sdraiato sul letto come un uccello
sul ramo più alto dell'albero pronto
a gettarsi in picchiata". "A quale
uccello stai pensando?" Chiedo facendo finta
di niente. "A un grosso uccello notturno,
a un gufo predatore col becco ricurvo
come il tuo naso". Così sono servito:
lei ha scambiato tutto l'odio che nutro adesso
verso la mia pigra persona, tutto il furore
che monta contro la mia cosciente ingenuità
per vorace bisogno di cibarmi di vittime
innocenti e certo ignare. Neanche a colei
che più da presso mi vive da mezzo
secolo riesco a rivelare il tormento
di delusione e di rabbia che mi brucia dentro.
"Non stare lì sdraiato sul letto come un uccello
sul ramo più alto dell'albero pronto
a gettarsi in picchiata". "A quale
uccello stai pensando?" Chiedo facendo finta
di niente. "A un grosso uccello notturno,
a un gufo predatore col becco ricurvo
come il tuo naso". Così sono servito:
lei ha scambiato tutto l'odio che nutro adesso
verso la mia pigra persona, tutto il furore
che monta contro la mia cosciente ingenuità
per vorace bisogno di cibarmi di vittime
innocenti e certo ignare. Neanche a colei
che più da presso mi vive da mezzo
secolo riesco a rivelare il tormento
di delusione e di rabbia che mi brucia dentro.
martedì 9 luglio 2013
IL CANE RANDAGIO E IL RESTO DI UOMO
Il cane raggiunse l'uomo e si fermò a qualche passo da lui:
aveva annusato la morte, ma l'uomo non era malato.
Si era fermato solo per prendere tempo, perché
era in anticipo sull'orario del treno. Ricominciò a camminare
con passo lento, strascicando un po' i piedi. Il cane lo seguì
tenendosi a qualche passo da lui. Non voleva
arrecare disturbo, ma nemmeno voleva rimanere
a tiro del suo bastone, o di qualche pietra: era un randagio
e conosceva la vita. L'uomo non sembrava dispiaciuto
della presenza del cane: camminava a fatica
appoggiandosi al grosso bastone, non era ammalato
ma zoppicava in modo vistoso. Arrivò sul ponte
di ferro che scavalcava il grande fiume e sedette
in terra, come fa un viandante quando è tanto stanco,
e lui era sfinito. Il cane si accosciò e attese,
attese che quel resto di uomo prendesse una decisione,
attese finché arrivò il treno, sferragliando veloce.
Quando l'uomo tentò di rialzarsi gli mancarono le forze.
Il treno passò oltre con gran fracasso; il cane sentì
dentro il suo corpo tutte le vibrazioni del ponte, ma non
abbandonò la sua posizione di guardia.
La notte esaurì pian piano il suo silenzio e le prime
luci dell'alba invasero il cielo rivelando colori.
Allora laggiù in fondo comparve il primo treno del mattino.
L'uomo lo aspettava in piedi e attento; scelse perfettamente
il momento e si gettò davanti alla motrice in corsa.
Il cane udì distintamente tutti i rumori mortali di distruzione
e lo stridio dei freni. Rimase immobile, attento; anche
quando arrivarono le squadre dei vigili del fuoco e della polizia
il cane non si mosse, tanto che tutti si convinsero che fosse
appartenuto al suicida. Qualcuno si prese cura di lui
forse adesso gli avrebbero dato una casa e una persona
pietosa che lo consolasse per l'abbandono. Ma al mattino
successivo il randagio era sparito e nessuno lo vide più.
(Poesia nera, scritta ieri 08 07 13 alle ore 20.49 su imprimatur di Silvia)
aveva annusato la morte, ma l'uomo non era malato.
Si era fermato solo per prendere tempo, perché
era in anticipo sull'orario del treno. Ricominciò a camminare
con passo lento, strascicando un po' i piedi. Il cane lo seguì
tenendosi a qualche passo da lui. Non voleva
arrecare disturbo, ma nemmeno voleva rimanere
a tiro del suo bastone, o di qualche pietra: era un randagio
e conosceva la vita. L'uomo non sembrava dispiaciuto
della presenza del cane: camminava a fatica
appoggiandosi al grosso bastone, non era ammalato
ma zoppicava in modo vistoso. Arrivò sul ponte
di ferro che scavalcava il grande fiume e sedette
in terra, come fa un viandante quando è tanto stanco,
e lui era sfinito. Il cane si accosciò e attese,
attese che quel resto di uomo prendesse una decisione,
attese finché arrivò il treno, sferragliando veloce.
Quando l'uomo tentò di rialzarsi gli mancarono le forze.
Il treno passò oltre con gran fracasso; il cane sentì
dentro il suo corpo tutte le vibrazioni del ponte, ma non
abbandonò la sua posizione di guardia.
La notte esaurì pian piano il suo silenzio e le prime
luci dell'alba invasero il cielo rivelando colori.
Allora laggiù in fondo comparve il primo treno del mattino.
L'uomo lo aspettava in piedi e attento; scelse perfettamente
il momento e si gettò davanti alla motrice in corsa.
Il cane udì distintamente tutti i rumori mortali di distruzione
e lo stridio dei freni. Rimase immobile, attento; anche
quando arrivarono le squadre dei vigili del fuoco e della polizia
il cane non si mosse, tanto che tutti si convinsero che fosse
appartenuto al suicida. Qualcuno si prese cura di lui
forse adesso gli avrebbero dato una casa e una persona
pietosa che lo consolasse per l'abbandono. Ma al mattino
successivo il randagio era sparito e nessuno lo vide più.
(Poesia nera, scritta ieri 08 07 13 alle ore 20.49 su imprimatur di Silvia)
venerdì 5 luglio 2013
QUESTO TUO VOLTO
Questo tuo volto duro, scabro, che buca le mie notti,
che riesco solo a scolpirmi nella immaginazione,
questo tuo profilo affilato che incide
il silenzio dello spettacolo muto della mia
giornata, percorrendone i contorni
senza penetrarla mai, questa eco
ovattata della tua voce per un'unica volta
brevemente ascoltata, è tutto quello che ho di te
e che solamente nel sogno prende vita.
Sei depositata dentro di me,
respiri nel mio respiro, navighi nel mio sangue.
mercoledì 3 luglio 2013
IO ERO DIO
Credevo fosse un sogno questa notte
mentre mi rotolavo zuppo di sudore tra le lenzuola
e cercavo di svegliarmi per riprendere sonno
più tranquillo, invece ero sveglio da tempo,
anzi non avevo mai dormito e tutto quello che mi
ero fatto passare davanti agli occhi era reale,
da toccare, da cogliere, da temere, da scansare,
da non lasciarsene sopraffare. E allora si ha da
far di conto e ricominciare da capo. Da dove?
Ma dall'inizio, che domanda. Da dove insomma?
Da quando ho capito che io ero dio e tutti gli altri
erano al mondo per distruggere me.
Questo l'ho capito mille volte mille, ogni giorno
di vita, ogni notte, come ho capito che nessuno
poteva riconoscere la mia divinità, e tutti
l'avrebbero osteggiata, negata e bestemmiata.
Potevo solo donare amore, perché se avessi tentato
di dare odio non ne avrei avuto la capacità.
Odiatori si nasce, non si diventa, come donatori di amore,
quelli che subiscono soprusi e delittuosi attacchi;
gli inchiodatori alla croce sono merce diffusa
e coloro che forgiano nuovi chiodi, ed ereggono
nuove croci sono molti di più. Allora ad ogni colpo di martello
liberare dalle vesti un braccio, una mano, un ginocchio,
un piede da offrire in cambio della loro serenità,
perché gli altri sono lieti solo se procurano sofferenza
a questo dio che bestemmiano, cioè a me che li lascio
fare per vederli felici, per sentirli appagati;
e badare che si realizzi quanto sta scritto nei sacri
libri, che cioè coloro che sono i più amati diano
i colpi di martello più feroci e violenti; perché io ero dio,
io sono dio e loro soltanto così potranno ricongiungersi con me.
Maximiliansau, 3 di luglio 2013 ore 04,31 della notte
mentre mi rotolavo zuppo di sudore tra le lenzuola
e cercavo di svegliarmi per riprendere sonno
più tranquillo, invece ero sveglio da tempo,
anzi non avevo mai dormito e tutto quello che mi
ero fatto passare davanti agli occhi era reale,
da toccare, da cogliere, da temere, da scansare,
da non lasciarsene sopraffare. E allora si ha da
far di conto e ricominciare da capo. Da dove?
Ma dall'inizio, che domanda. Da dove insomma?
Da quando ho capito che io ero dio e tutti gli altri
erano al mondo per distruggere me.
Questo l'ho capito mille volte mille, ogni giorno
di vita, ogni notte, come ho capito che nessuno
poteva riconoscere la mia divinità, e tutti
l'avrebbero osteggiata, negata e bestemmiata.
Potevo solo donare amore, perché se avessi tentato
di dare odio non ne avrei avuto la capacità.
Odiatori si nasce, non si diventa, come donatori di amore,
quelli che subiscono soprusi e delittuosi attacchi;
gli inchiodatori alla croce sono merce diffusa
e coloro che forgiano nuovi chiodi, ed ereggono
nuove croci sono molti di più. Allora ad ogni colpo di martello
liberare dalle vesti un braccio, una mano, un ginocchio,
un piede da offrire in cambio della loro serenità,
perché gli altri sono lieti solo se procurano sofferenza
a questo dio che bestemmiano, cioè a me che li lascio
fare per vederli felici, per sentirli appagati;
e badare che si realizzi quanto sta scritto nei sacri
libri, che cioè coloro che sono i più amati diano
i colpi di martello più feroci e violenti; perché io ero dio,
io sono dio e loro soltanto così potranno ricongiungersi con me.
Maximiliansau, 3 di luglio 2013 ore 04,31 della notte
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