sabato 24 gennaio 2015

24 GENNAIO 1960

Una data come tante, penserete. Invece no. Quel 24 gennaio 1960 era una domenica, all'incirca le dodici, all'uscita della chiesa del paese friulano dove un sorteggio aveva scaricato me insieme ad altri cinque sottotenenti di prima nomina, morti di freddo e tetri dentro di tristezza, perché dalla città di Udine eravamo capitati nel paesello.
Avevamo un appuntamento organizzato da un amico e collega di stelletta. Non conoscevo la ragazza, ma tanto dovevo fare solamente da palo, che importava che fosse bella o brutta, quindi aspettavo con animo depresso di vedere uscire sta cozza.
E invece sei uscita tu e la prima cosa che ho visto furono le tue gambe (anche perché da quella parte avevo guardato immediatamente). Mamma mia, ma quanto è alta? Gambe che non finivano mai, snelle, da cerbiatta, come piacciono a me. Poi si guarda sopra e c'è il cappotto che copre tutto o quasi, ma non proprio tutto perchè sotto le spalle c'è un rigonfiamento niente male e poi quel collo lungo e finalmente siamo alla faccia. Capelli fulvi, ricci, occhi grigio verdi, ovale perfetto e poi quelle labbra! Esistono per essere baciate quelle labbra lì. Ma si dovrà aspettare la sera di martedì 27 gennaio per assaporarle.
Dopo un po' che stiamo insieme a chiacchierare mi accorgo che non sto più pensando a Maria Luisa. Maria Luisa chi? Ah già, quella che consideravo il mio grande amore perduto per una vaccata fatta da lei, che aveva sposato un altro. Maria Luisa chi? Quella che non riuscivo a levarmi dalla testa? Ma dove era andata a finire? Come potevo non avere altro per la testa che questa qui, che ha anche un doppio nome, anche una Maria da pronunciare. Anna Maria si chiama e me lo dice a mezza voce, quasi sussurrandolo e poi sempre a bassa voce parla, con un tono che ti scivola dentro come un ruscelletto.
Certo in quei primi momenti ho pensato a cento cose molto interessanti, mai però che cinquantacinque anni dopo sarei uscito di soppiatto per andare a comperarti una pianta, diversa da tutte le altre di cui è piena casa nostra, perché tu la ricordassi in modo particolare. Mai avrei pensato che avremmo messo al mondo quattro figli e messo su una piccola tribù, dove sono tutti onesti e nessuno, nessuno porcaccia vacca, è meno che bello e qualcuno è bello da matti. Beh da un fattore e da una fattrice così si aspettavano cose belle. E sono arrivate, ma soprattutto brava gente, che si è fatta e che si sta facendo strada in questo mondo.
Ne abbiamo passate di tutti i colori insieme noi due, ma mentre tanti che conosciamo e che conoscevamo, tutti che non litigavano mai, si sono già lasciati da anni, noi due che litighiamo un giorno sì e l'altro pure, stiamo ancora qui insieme.
Una ragione ci sarà, dico io e la conosco come la conosci tu.
Auguri signora Iacoponi e complimenti per esserti mantenuta come eri, con parecchie rughe in più ma sempre bella e lo dicono gli altri, mica solamente io.
Questo non è un omaggio, ma un bisogno: il bisogno di farti sapere quanto bene ti voglio.
Ti ricordi come eravamo giovani? A te mancavano undici giorni per fare ventidue anni, a me sedici per farne ventisei. Mamma, che bello che era. Dormivo a pancia sotto (anche tu) e non ronfavo (nemmeno tu). 
Vogliamo provare ad arrivare al settantesimo anno di conoscenza? Si tratta in fin dei conti di soli quindici anni. Dai che ce la facciamo.

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mercoledì 14 gennaio 2015

PERCHÉ SOLO



Perché solo
sognare di essere libero,
avvolgermi nel cielo freddo
del mattino;

così diversi noi due
semplice, limpida tu;

inviluppato nella ricerca
dei miei confini

mi lambisco

e mi perdo di vista ogni momento.





Maximiliansau, 13 gennaio 2015, ore 04,59

(dedicato a chi oggi soffre ed ha paura)


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lunedì 12 gennaio 2015

QUALCOSA NON MI QUADRA

Sono un maledetto scettico per natura.
Qualcosa non mi quadra nell'undici settembre parigino.

POLIZIOTTO ABBATTUTO PER STRADA.
Il Kalaschnikov è il più venduto fucile del mondo, ed il più usato, soprattutto da questi cosiddetti estremisti islamici. Non è il più preciso, non è il più leggero, ma è facilissimo da usare, spara in continuazione senza bisogno di doverlo raffreddare e -qualità che lo fa preferire a tutti gli altri- il suo proiettile 7,65 millimetri è in grado di perforare corrazze di quindici millimetri e vetri blindati di ventidue millimetri. Nessun altro fucile è in grado di ottenere altrettanto.
Ebbene, lo abbiamo visto tutti, uno dei terroristi spara da meno di un metro sulla testa del poliziotto precedentemente ferito e a terra uccidendolo. Testa colpita in pieno. Foro di entrata circa otto millimetri, foro di uscita circa mezza faccia o mezza testa a seconda di dove è stata colpita la vittima. Questo lo sa chiunque abbia un minimo di esperienza di armi da guerra, o che legga un manuale dove si parli di ferite da arma da fuoco. 
La testa del poliziotto di Parigi non si muove nemmeno, e sul pavimento non ci sono tracce di sangue né di materia cerebrale. NULLA.
Chi non ricorda la sequenza del filmato dell'attentato mortale a John Kennedy a Dallas? L'ultimo colpo gli sposta violentemente la testa verso l'indietro e un fiotto di sangue e di materia cerebrale schizza fuori e finisce sul portabagagli della macchina con Jaqueline che cerca di riprenderlo disperatamente.  E non si trattava di una pallottola 7,65 corrazzata e non era stata sparata da mezzo metro, ma da un centinaio di metri.
Come mai non è rimasto a terra una marea di sangue e pezzi di testa e di cervello?

CARTA D'IDENTITÀ DIMENTICATA IN AUTO.
Dimenticata? Ma chi di voi va a commettere un delitto atroce, coprendosi col passamontagna e poi lascia la carta d'identità sulla macchina? Ma tu vai a fare una rapina coi documenti addosso? Un pluriomicidio, un atto terroristico coi documenti di riconoscimento addosso? Ma a chi vigliono darla a bere? Come dire al mondo" signori, ecco nome cognome e foto di uno degli autori della strage". Fantastico come questi servizi segreti pensino che il mondo sia abitato da allocchi.

DOVE SONO I CADAVERI DEI DUE TERRORISTI?
Quando uccisero Che Guevara la polizia peruviana lo fotofrafò da morto da tutti i lati e lo tennero in visione per chi volesse sincerarsi di questa morte per almeno un mese dentro una cella frigorifera. In Sicilia tanti anni fa quando i carabinieri inscenarono la morte del bandito Giuliano ne mostrarono il cadavere a tutti i media di allora e chi volle lo potè vedere e fotografare. Nessuno ha però visto mai il cadavere di Bin Laden, comico vero? Nessuno ha visto né vedrà questi due cadaveri. A me lascia perplesso tutto questo segreto.  Forse i due morti non sono quelli di cui si parla da alcuni giorni in tutto il mondo.

DOVE È IL CADAVERE DEL TERZO TERRORISTA QUELLO DEL NEGOZIO EBREO?
Nessuno lo ha visto da morto, ma tutti lo possono ammirare in un video dove parla della sua missione con suo bel Kalaschnikov in evidenza. Ebbene guardatelo quel fucile: io non ho mai visto un Kalaschnikov con una canna così corta. Non esistono Kalaschnikov a canna corta. 

COME È POTUTA ANDARSENE TRANQUILLAMENTE IL 2 GENNAIO LA SUA DONNA, DA PARIGI A MADRID, DA QUI IN VOLO FINO A iSTANBUL E POI IN SIRIA? 
Se i servizi segreti francesi, che si vantano di essere i migliori del mondo, sapevano chi fosse e che rapporti avesse col suo uomo come mai non l'hanno fermata prima che si dileguasse in Turchia?

Questo mi ricorda le mille domande senza risposta successive all'undici settembre di New York, quando due grattacieli crollarono in verticale come succede ai palazzi minati alla base con cariche assai potenti, mentre un terzo che non era stato colpito crollò dopo alcune ore senza alcuna ragione, ed i media americani misero immediatamemente la cosa a tacere. Nessuno ci spiegò come fosse stato possibile che due aerei di compagnie private potessero tranquillamente sorvolare Manhattan senza che aerei da caccia li intercettassero. Così come nessuno ci spiegò come potè un Boeing 707 a pieno carico volare a cinque metri dal suolo per oltre due chilometri fino a schiantarsi nel ventre del Pentagono, lasciando nelle mura un unico buco rotondo senza traccia delle ali (apertura alare di sessanta metri) né del timone di coda, alto da terra più di trenta metri e quello che certamente era un missile fu venduto all'opinione pubblica come un aereo di linea. Una volgare balla come quella delle armi di massa di Saddam Hussein.
Cosa ci stanno raccontando adesso? E perchè? Quale è lo scopo adesso di questa nuova grande bufala?

Questa è naturalmente soltanto la mia opinione e me ne assumo tutta la responsabilità.

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giovedì 8 gennaio 2015

JE SUIS CHARLES HEBDO

Pino Palumbo, il padre del blog  "Vita e poesia" ha lanciato un appello a tutti noi blogger per rimanere in silenzio fino alla mezzanotte in segno di lutto per l'eccidio di Parigi.
Accetto il silenzio in omaggio ai morti di Parigi e per protestare contro la barbarie che si copre di mantelli religiosi per sfogarsi. Quando si colpisce la libertà di stampa e di espressione si colpisce uno dei fondamenti della nostra civiltà; quando si ammazza la gente vilmente inneggiando ad un dio, qualunque egli sia, si azzanna alla gola l'Umanità intera.

Vincenzo Iacoponi

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sabato 3 gennaio 2015

LA SORPRESA DI FINE ANNO

C'è chi sostiene che tutte le sorprese siano gradite, anche quelle un po' amare. Io non sono d'accordo, perché in linea di massima non amo lasciarmi sorprendere per un atavico senso di diffidenza per tutto quel che appaia sfocato e poco chiaro. Comunque la sorpresa di fine anno 2014 non l'avevo proprio presa in considerazione, nemmeno alla lontana.
Comincia tutto agli inizi degli anni 90 quando la mia oculista mi diagnostica una diminuzione della funzione della ghiandola lacrimale dell'occhio sinistro. Si tratta di mettere un paio di gocce ogni sera prima di andare a letto e non succederà niente, in parole povere non avrò fastidiosi pruriti all'occhio di sinistra. Quello che la specialista non mi dice è che la mucosa interna del mio naso sul lato sinistro tenderà ad inaridirsi perché non sufficientemente irrorata di liquido. Vedi tu che a un tipo come me, abituato a soffiarsi il naso come a volerne tirar fuori bastimenti carichi di conteiner, capiti un giorno di trovare il fazzoletto pieno di sangue: una lacerazione che non vuole rimarginare a nessun costo. Occorre l'intervento di un otorino, che si deve anche impegnare e non poco per stagnare la perdita. Da quel momento diventa un incubo cui nessuno specialista consultato riesce a mettere fine. Un incubo che dura venti anni, in cui dalla narice sinistra non potevano più uscire bastimenti carichi, ma nemmeno barchette. Fintantoché un dottorino di provincia non scopre l'arcano: si tratta del valore della pressione del sangue troppo alto, cosicchè ad ogni piccola lacerazione, anche minima, corrisponda un torrente in piena. Trovate le medicine adatte e finito l'incubo quasi per incantamento.
Un anno e mezzo senza sanguinamenti. Dura fino ad aprile del 2013, una volta traslocato nel nuovo appartamento, dopo lo stress di quattro mesi passati da baraccato in casa mia, ridotta a circa sessanta metri quadri dagli originali centoventiquattro per via di un'alluvione di acqua da tubo rotto nell'appartamento al piano superiore. Un brutto giorno, alle sedici e trenta circa, soffio il mio naso e mi allago la maglietta. Me ne resto disteso tranquillo ad aspettare che smetta. Una, due, tre, cinque, dodici ore. L'emorragia finisce minuto più minuto meno alle quattro e mezzo della notte.
Al mattino mi reco al Pronto Soccorso dell'Ospedale Centrale di Karlsruhe. Racconto al medico di turno l'accaduto.
-Quanto tempo è durata l'emorragia?
-Dodici ore,
Mi guarda esterrefatto.
-Continuativa?
-Sì, sempre di seguito.
-Lei deve essere matto. Lo sa che ha rischiato un collasso cardiaco? Se passa un'ora e non stagna deve chiamare il Notarzt e farsi accompagnare subito qui. Deve venire mentre sanguina, non quando ha cessato. Adesso non posso farle niente. Stia in guardia la prossima volta.
Faccio i dovuti scongiuri, ma da quella volta non capita più niente di simile, tanto che divento temerario tornando a far uscire dalla narice sinistra la quinta flotta americana.
L'ultimo giorno dell'anno mi alzo verso le nove con un sacco di cose da fare. Bevo un bicchiere d'acqua e mi soffio il naso. Normalissima acqua ne esce senza traccia di muco. Non sono raffreddato né ho la fabbrica di muco in attività. Ma non passano cinque secondi che sento qualcosa -a me tristemente nota- che scivola sul labbro superiore. Tampono con un fazzolettino di carta e ammiro la bella macchia rosso vivo che lo ha impregnato.
Dopo aver sparacchiato maledizioni e improperi a tutte le divinità pagane o meno che riesco a trovare nel loro domicilio mi siedo e aspetto che smetta, ma -orribile visu- continuo a riempire fazzolettini di carta del mio sangue migliore color rubino.
Non ci penso su due volte: telefono a mio figlio Alessandro chiedendogli di venire immediatamente per trasportarmi al Pronto Soccorso. Ci mette venti minuti, praticamente vola. 
Infilo cotone emostatico nella narice maledetta e si parte. Penso che all'ultimo dell'anno sarò il solo ad avere problemi di quel genere e invece nella sala d'attesa alla Clinica Otorino ci sono cinque persone che aspettano. Arriva un'infermiera, mi vede che sto tamponando e mi chiede se ho un'emorragia. Certamente che ce l'ho, non si vede?
-Allora passi avanti agli altri.
E meno male, almeno un vantaggio me lo ha dato sto naso del cavolozzo fritto.
La dottoressa, una ragazza giovane ed esile ma capace e veramente in gamba, mi fa sdraiare sul lettino ed inizia l'intervento. Aspira il sangue con un tubicino, poi guarda. Sembra un'astronauta: mascherina davanti a naso e bocca con una barriera di plastica trasparente davanti agli occhi; in testa una specie di casco con luce fortissima incorporata; nella mano sinistra l'aspiratore nella destra l'attrezzatura elettrica per bruciare la ferita.
-Un bello squarcio, commenta.
Le occorrono sei punti, sei colpi non dolorosi ma assai fastidiosi, per chiudere la sorgente del ruscello.
Poi mette dentro una buona dose di pomata e chiude il mio naso con del nastro adesivo.
-In modo che l'umidità rimanga dentro e non si secchi.
Penso al cenone in casa di Federico e a quello che diranno i miei nipotini vedendo il nonno col naso fasciato. Me lo posso immaginare.
Ma esco rimesso a nuovo. 
Imperativo assoluto: primo non togliere il nastro adesivo fino a domattina; secondo non soffiare il naso nei prossimi giorni per nessun motivo; terzo riempire la narice sinistra ogni mattina con Bepanthen; quarto se arriva uno starnuto fare uscire tutto dalla bocca.
Adesso mi diverto. Io faccio mediamente quattro starnuti da elefante al giorno. Già posso immaginare la faccia che farà Anna Maria ogni volta.
Bisogna sempre vedere il lato positivo nelle cose e in questo io sono un maestro.
Buon anno nuovo gente e tanta felicità.














lunedì 29 dicembre 2014

IL SEGRETO INTENDERE


Dormire,

spegnere l'ansia 
di avvilupparsi all'incolore
respiro di ogni giornata,

penetrare in modo lento,
inesorabile,
il segreto intendere
i suoni del tempo
che si allontana:

ora io sono diverso da me
che appassisco;

mi rincorro
nel silenzio dei percorsi stellari

inutilmente stanco.


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immaginata il 17 aprile
riscritta il 29 dicembre 2014


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lunedì 22 dicembre 2014

EFELIDI SUL NASO E UN CAPPOTTINO VERDE

Venivo dal Pincio insieme ad un amico, non ricordo chi fosse. Era una sera di marzo, avevo da poco compiuto quattordici anni e frequentavo il quarto ginnasio. Ero bravo, nessuno si lamentava di me, solo mia madre perché una volta messo il naso fuori dalla porta non ritrovavo più la strada di casa.
Insomma venivo dal Pincio e chiacchieravo fitto fitto con questo amico mio e non guardavo la strada. Poi è passato un giovanotto con la vespa e ho tirato su la testa. Allora li ho visti: lui col suo impermeabile nuovo appoggiato alla spalliera del ponte sulla ferrovia Roma-Torino, lei accanto a lui molto più composta. In quel momento lui le ha detto qualcosa e lei si è girata verso di me. Io ho riabbassato la testa. Che cavolo faccio adesso? Ormai mi hanno visto e altre strade non ci sono e lui mi aspetta al varco. 
Forse avevo rallentato perché il mio amico mi fa: "Sbrigati che altrimenti se li sono presi tutti i tavoli da ping-pong". Ah già, doveva essere Enrico, perché con lui facevo sfide interminabili a ping-pong e qualche volta vinceva anche lui, ma quasi sempre io. Così ho allungato il passo spingendo Enrico, io che stavo alla sua destra, verso l'altro lato della strada lontano dalla spalliera dove stavano appoggiati quei due.
Quando gli stavo a pochi metri ho biascicato a quello con l'impermeabile nuovo un ciao sottilissimo, ma lui col suo vocione mi chiama:
-Enzo.
Bloccato sul posto. Mi sono girato verso di lui, ma non gli bastava.
-Vieni qui.
Due passi, tre, gli sto davanti, anche a lei.
-Questo è mio fratello, Lei è Lidia.
Allora l'ho guardata in faccia. Ho visto le efelidi sul naso, non tante, solo sulla punta, poi gli occhi chiari, poi i capelli crespi, sul castano. Poi il colore del cappotto, verde bottiglia e le scarpe col tacco basso. Stavo lì come un salame e non sapevo che fare né cosa dire. Poi lei mi ha teso la mano e mi ha sorriso, denti bianchi regolari bel sorriso come di una che si diverte.
-Finalmente ti vedo di persona; tuo fratello mi ha tanto parlato di te che non vedevo l'ora di conoscere sto fratellino.
E posso immaginare cosa ti avrà detto, allora.
Penso di avergliela stretta la mano, ma non me lo ricordo. E non mi pare di essere rimasto ancora lì, né di avere recitato poesie. Me ne devo essere andato via subito con Enrico, che non parlava più come se avesse perso il fiato. Ero arrabbiatissimo con mio fratello. Io avevo fatto il tifo per Marisa B., la più bella di Civitavecchia, da quando li avevo visti insieme ad una festa. Già me la sognavo quella cognatona lì, con le sue gambe lunghe lunghe lunghe, il suo collo tornito e quelle labbra che la mia generazione sognava ogni notte prima di addormentarsi e si ritrovava davanti agli occhi ad ogni risveglio.
Gente, non c'era la TV e certe immagini ti scandivano le ore della giornata. Frequentava l'ultimo anno del liceo classico e tutte le mattine me la trovavo davanti. Un sorriso, un ciao Enzo in un soffio e la giornata era un trionfo.
Questa Lidia era molto carina, bel sorriso, begli occhi, bei denti, ma mio fratello questo non me lo doveva fare. Era una maestrina appena diplomata, mi disse poi.
Si sposarono un anno dopo. Io oramai mi ero rassegnato, ma non mi sono mai potuto lamentare della scelta del mio fratellone. L'aveva vista giusta lui. Per me lei diventò quella sorella che non avevo mai avuto, che mi era tanto mancata, un po' duretta di carattere, tosta come si dice dalle mie parti, un grande carattere, una grande donna, moglie e madre di due marmocchie e di un marmocchio. 

Mi è venuto in mente questo primo episodio della nostra vita stamattina quando ho saputo che Lidia era stata ricoverata in ospedale. Da alcuni mesi le hanno diagnosticato una leucemia acuta e se finora se l'è cavata a buon mercato ciò è dovuto al fatto che è assolutamente integra e che ha oramai 85 anni. A quell'età tutto va piano anche la leucemia.
Io so che lei ha un carattere da combattente. Non la darà vinta tanto facilmente alla sua malattia. La famiglia ha fatto quadrato intorno a lei, che è regina e re da quando tredici anni or sono mio fratello se n'é andato a passeggiare sui prati del paradiso. Sicuramente la sta aspettando in un bel posticino all'ombra con tanta luce e acqua vicino, ma questa volta lei gli farà allungare il collo per un bel po'. È quello che mi auguro anche io. Ormai è certo: il mio fratellone s'è beccato la medaglia d'oro, lei si prenderà quella d'argento e poi ci sono io. La medaglia di bronzo è già stata coniata, ma se la possono tenere sul cuscino insieme al mazzo dei fiori ed anche quella d'argento, nun è vero cognà? Fameli diventà scemi sti angeli custodi, fameli core, fameje venì er fiatone. Se la devono da guadambià la pagnotta stavorta. Daje cognà, daje Lidia, sei tutti noi.