domenica 26 aprile 2015

HIN UND ZURÜCK *

Come sopra un tapis roulant.  Luca si era subito accorto di muoversi velocemente senza dover mettere i piedi uno avanti all'altro. Adesso, dopo un po' che si spostava col suo angelo accanto, si accorse di stare su un viottolo illuminato che scorreva in avanti. A fianco del suo, sia a destra che a sinistra, altri viottoli luminosi come il suo andavano nella stessa direzione, sopra ognuno di essi un uomo o una donna affiancati da un angelo. Quello che vide lo incuriosì perché gli altri angeli accompagnatori avevano tutti le ali, solamente il suo ne era privo.
-Non sono balle che mi hanno raccontato da piccolo, gli disse Luca. Guardali i tuoi amici: hanno tutti le ali. Sei speciale tu?
Gli sembrò per un attimo che il suo angelo indugiasse per cercare una risposta, poi gli vide abbassare la testa.
-In un certo senso sono speciale. Sono forse l'unico ad essere stato punito per avere impedito al destino di compiere la sua opera. Ci ho rimesso le ali e buona parte della mia reputazione.
-Non vuoi raccontarmi come sia andata?
-È successo non tanto tempo fa, a Berlino durante l'ultima guerra. Io badavo ad un giovane musicista molto dotato. Mi ero innamorato della sua musica e volevo salvarlo da quel disastro. Una notte sentii che stavano arrivando bombardieri inglesi e mi misi all'erta. Percepii che una bomba stava arrivando proprio sopra la casa del mio custodito e che lo avrebbe ucciso, perché quello era il suo destino, che io conoscevo. Ma non potevo lasciarlo morire così, non volevo. Pertanto volai verso la bomba inglese, l'afferrai, mi ci misi a cavalcioni e ne deviai il percorso mandandola ad esplodere lontano dalla casa del mio protetto. Lui si salvò ma io fui immediatamente degradato ad angelo di seconda schiera e mi furono tolte le ali. Un paio di mesi dopo dovetti assistere senza poter fare nulla all'uccisione del mio musicista, perché la sua sorte si compisse. Gli sparò in fronte un russo di diciotto anni morto di paura.
-Non riavrai mai più indietro le tue ali?
-Non lo so. Forse. Ma dovrò assistere a tanti altri come te prima che questo avvenga e non dovrò mai fare errori, mai immischiarmi in cose più grandi di me.
Per un po' Luca rimase in silenzio, ma non troppo.
-Puoi dirmi come ti chiami?
-Miricriz.
-Era il mio destino farmi ammazzare a carnevale, Miricriz?
-Non so dirti. Qualcosa o qualcuno mi ha impedito di intervenire in tempo. Te l'ho detto che sono arrivato troppo tardi, ma certamente quello era il tuo destino. Qualcuno deve aver pensato che volessi ripetere l'impresa di Berlino e mi ha impedito di starti accanto.
Luca si era accorto che qualcosa stava cambiando: le corsie di quell'immensa autostrada erano ormai talmente vicine che praticamente si toccavano congiungedosi in un'unica enorme corsia, ma ognuno degli occupanti manteneva un suo percorso autonomo. Qualcosa però stava cambiando nell'atmosfera intorno a loro. La luce. La luce stava cambiando, non diminuiva di intensità ma cambiava di colore. Luca lo confrontò immediatamente volgendosi indietro a guardare la strada che avevano percorso: quella era intensamente illuminata di luce chiarissima, mentre davanti a sé vedeva una luce buia, una luce scura sul viola che scuriva man mano che si inoltravano dentro di essa.
-Non devi voltarti indietro, gli disse Miricriz, vedi farlo agli altri?
In effetti adesso che glielo aveva chiesto si accorgeva che tutti fissavano col volto teso verso l'alto un punto indeterminato davanti a loro. Ma lui non riusciva a starsene immobile col muso proteso in avanti. Era più forte di lui e continuamente si girava di qua, di là e soprattutto indietro ad osservare la strada percorsa, a guardare gli altri, insomma ad avere qualcosa da fare come se fosse l'unico cui importasse sapere mentre gli altri accettavano tutto.
Più tempo passava più il quadro complessivo cambiava. Non solamente la luce, che adesso virava su uno scuro marrone brillante, ma anche le genti che popolavano la scena. Mentre all'inizio vestivano ognuno i propri abiti, colorati e diversi, adesso Luca vide che tutti avevano indossato una specie di camicione che si infilava in basso in due capaci stivali. Tutto andava sul marrone brillante che si faceva sempre più scuro, sempre più uniforme. Non tutti però avevano vestito il camicione e indossato gli stivali. Luca si accorse con rabbia che lui era rimasto vestito come era quando gli avevano sparato, solo che la diagonale del sottotenente dei carabinieri era bianca e non nera e brillava nel suo chiarore, unica lì in mezzo. Perché solo io, pensò. Ma non chiese niente a Miricriz, che gli sembrava molto turbato.
E gli altri incamiciati e stivalati si erano messi a marciare, rigidi come soldati, uomini e donne, ragazzi e vecchi, tutti marciavano a petto in fuori con lunghi passi marziali. Solamente lui continuava a starsene fermo sul tapis roulant, che si muoveva al posto suo.
-Che cosa sta succedendo, Miricriz?
-Non lo so, ma ho un brutto presentimento. Voltati e dimmi cosa vedi dietro di te.
Adesso gli diceva di voltarsi, vallo a capire. Lo fece però immediatamente, anche perché era esattamente quello che desiderava fare.
-Vedo una cosa strana, Miricriz.
-Cosa?
-Soltanto la mia corsia è illuminata chiara come era all'inizio, le altre sono tutte scure davanti e dietro chi ci cammina dentro. Sai cosa significa?
-Non mi è mai successo prima d'ora ma comincio a capire.
-Dimmi cosa cominci a capire, Miricriz.
Ma il suo angelo gli afferrò un braccio e gli fece cenno di tacere. Anche questa era nuova.
Luca vide che qualcuno si stava avvicinando davanti a loro.
Un angelo enorme, a gambe divaricate sul percorso.
-Fermi, intimò.
Si fermarono e Luca vide che Miricriz si era inginocchiato immediatamente.
-Lui non è ancora pronto, disse il grande angelo. Riportalo indietro.
Nemmeno il tempo di fare una riflessione e già vide che il tapis roulant aveva cambiato direzione tornando a velocità vertiginosa sul percorso già effettuato. Di nuovo la luce chiara si impossessava del tutto, mentre erano spariti improvvisamente tutti gli altri compagni di viaggio.
-Stammi bene a sentire, gli disse Miricriz. Non ho molto tempo, per cui ascolta e non fare domande. Quando ti lascerò tu dimenticherai tutto quello che hai visto. Dimenticherai me, la strada fatta e tutto il resto. Un giorno ci rincontreremo, quando sarà compiuto il tuo destino.


Un lampo giallo, poi qualcosa di verde chiaro. Odori. Di qualche cosa che pungeva dentro le narici. Rumori. Attutiti, ma rumori di qualcosa che si spostava, oppure era qualcuno che camminava adagio. Di nuovo un lampo giallo. Poi il verdino, poi il quadrante di un orologio a muro. Il fastidio ad una gamba, il braccio faceva anche un po' male.
-Si è mosso.
Qualcuno aveva parlato. Qualcuno si avvicina. Il volto di una donna vestita di azzurro chiaro con una mascherina davanti, si vedono soltanto gli occhi. Qualcuna lo chiama.
-Luca...Luca...mi sente?
Forte e chiaro vorrebbe dire ma non gli esce dalla bocca che un fischietto.
-Non parli, è molto affaticato.
Gli prende una mano.
-Mi stringa la mano se mi sente.
Luca stringe la mano.
-Benissimo. Adesso chiamo il dottore.
Ah ecco dove stava. Se c'era un dottore quella era un'infermiera, anzi due, perché ce n'è un'altra, la vede oramai chiaramente. Sembra la sorella gemella della prima ma sono due diverse. Stringe di nuovo la mano della prima infermiera, quella che gli ha parlato.
-Le spiegherà tutto il medico. Lei è stato ferito gravemente, ma penso che ormai ce l'abbia fatta. Sono passati dodici giorni e mezzo e finalmente lei Luca è uscito dal coma.
Se ne è andata, anche l'altra. Adesso arriverà il medico.
Dodici giorni. Allora carnevale deve essere finito da un pezzo. Adesso ricorda qualcosa. Doveva prendere dei soldi contanti al Bancomat. Poi sono usciti i due pierrot.
Luca chiude di nuovo gli occhi, ma non vuole dormire. Aspetta che arrivi il medico.


* "Hin und zurück" significa avanti e indietro, oppure anche andata e ritorno. 



lunedì 20 aprile 2015

MARE MORTUUM - IL NAUFRAGIO DELLA POLITICA EUROPEA

Chi mi conosce sa che non cavalco le tigri, non vado in cerca dell'applauso facile come certi politici che tanto vanno di moda, ma non si può rimanere inerti e zitti di fronte a una mattanza come quella che si sta verificando davanti alle coste della Sicilia.
La notte tra sabato e domenica un barcone con centinaia di fuggitivi, di schiavi moderni a bordo si è rovesciato. Sembra che siano morte annegate più di settecento persone, tra cui una cinquantina di bambini. Questa mattina un altro naufragio. Oramai non si contano più. 
L'Italia, con "Mare nostrum" e adesso con "Triton" -che non si capisce bene cosa sia- si è dovuta accollare il massimo sforzo, come se la cosa riguardasse solamente la nostra nazione e non l'Europa intera. Esiste un trattato, di cui si sapeva poco, il trattato di Dublino del 2003, che stabilisce che gli emigranti, i fuggitivi, non debbano espandersi oltre i confini del paese che li ha ospitati per primo. Una bella stronzata, perché nel 2003 c'era ancora Gheddafi che bloccava il traffico dalla Libia, non c'era stata ancora la primavera araba e non esisteva ancora l'ISIS, né le turbolenze così atroci degli ultimi anni in Africa, né era iniziata la rivoluzione in Siria. In sostanza non si paventava un esodo così massiccio di popolazioni verso l'Europa, cioè verso l'Italia che è il confine più vicino da raggiungere via mare.
Adesso i nostri cari politici vanno in giro a fare chiacchiere e a mostrare il petto, ma nessuno affronta in sede europea l'argomento con cipiglio e voglia di risolverlo. Tanto meno Renzi, che fa il paino passando da un microfono all'altro, da una telecamera all'altra parlando forbito col suo sorrisino da furbetto.
Ma l'Europa gira la testa dall'altra parte e fa finta di niente.
Questa Europa Unita cosa cavolo è? Un'unione monetaria che favorisce quasi esclusivamente la Germania, che altrimenti avrebbe avuto enormi difficoltà a competere col suo Marco fortissimo con la Lira e il Franco francese assai più deboli.
Oltre all'unione monetaria cos'è? Niente. Non abbiamo una politica estera comune, con un direttorio o un ministro degli esteri che parli a nome dell'Europa e non a nome del suo stato di origine; non abbiamo un esercito comune, nè una marina comune, nè un'aviazione comune, insomma non abbiamo Forze Armate sotto un unico comando e vedrete che bel casino che succederà se si tratterà di fermare questi bastardi dell'ISIS, e prima o poi bisognerà farlo. Se si dovesse demandare tutto alla NATO dovremmo fare i conti con gli Stati Uniti, che nella NATO comandano impunemente, che non avrebbero tanto interesse per motivi loro si capisce di farsi coinvolgere.
E allora a cosa serve questa tanto decantata Europa? A poco o niente. Quando le cose vanno bene tutto va ben madama la marchesa, ma poi arriva la crisi economica e ognuno se la deve sbrigare coi mezzi propri. Poi arriva questa crisi nel Mediterraneo e l'Europa fischietta tranquillamente, tanto ci pensano gli italiani, basta dar loro un contributo in soldoni e sono contentissimi. Poi arriverà -a Parigi e a Copenaghen è già arrivata ma se ne sono già dimenticati- anche l'ISIS magari a Roma e a Berlino, con morti e feriti e si faranno cerimonie con l'intervento della Cancelliera in nero e di Mattarella in capelli bianchi. E poi? Poi niente e amen.

Ho interrotto la serie dei racconti di Luca perché nessuno dovrebbe rimanere inerte ad aspettare che gli sparino sui coglioni, ma dovremmo andare tutti in marcia a Bruxelles ognuno con una cesta di pomodori marci per bersagliare quei poco onorevoli deputati che scaldano le sedie nel Parlamento europeo.
Dovremmo, ma non lo faremo. Ignavia, inerzia, attesa della sera che viene e del letto che ci accolga. 
Mamma mia che vita di merda!  

domenica 5 aprile 2015

CRONACA DI UN MARTEDÌ GRASSO DI MERDA

Luca buttò le gambe fuori dal letto con rabbia. Come al solito non aveva sentito la sveglia. Proprio oggi che aveva i minuti contati. Tanto valeva mascherarsi subito e fare innanzitutto un salto in Banca per prelevare i quattro soldi che gli sarebbero serviti.
Mascherarsi! Gli veniva da ridere: aveva deciso da un pezzo di indossare la diagonale smessa da sottotenente di complemento per recarsi alla festa dove l'avevano invitato. Era in congedo da otto anni, ma non aveva messo su un grammo di ciccia dai suoi anni migliori, e poi già l'aveva provata un paio di volte, quando voleva fare uno scherzo alla ragazza: lui il servizio militare lo aveva fatto tra i Carabinieri e lei sniffava. Le aveva detto che l'avrebbe arrestata prima o poi. Uno scherzo lo si può sempre fare, ma a pensarci bene meglio non strafare, non si sa mai che reazione poteva avere quella matta. Così aveva lasciato la bella diagonale nera con gli alamari argentati dentro l'armadio.
Anche indossarla per il Carnevale poteva essere un rischio: vilipendio della divisa o chissà quale accusa avrebbero tirato fuori, ma l'idea gli era sembrata bellissima e oramai chi gliela strappava dalla testa? E poi era una festa privata nella villa di un'amica di amici suoi, non in un locale pubblico; la cosa non avrebbe avuto nessuno strascico.
Dovette fare un salto in cantina dove teneva la scarpiera. Lì c'erano un paio di scarpe di cuoio nere, scarpe di ordinanza, che non calzava quasi mai. Luca usava le Nike durante l'inverno e i sandali nei mesi più caldi. 
Indossata la divisa calcò il berretto con visiera e si rimirò allo specchio: i capelli erano un po' troppo lunghetti, ma non ci avrebbe fatto caso nessuno; bastava bagnarli un po' e lisciarli ai lati della testa.
Uscì claudicando appena per via delle scarpe un po' dure cui non era abituato.
Sul portone un gatto nero quasi gli saltò addosso. Luca scartò di lato con abilità velocemente. Guai se quel gatto fosse riuscito ad attraversagli la strada e dio ci salvi a toccarlo: Luca era terribilmente scaramantico e odiava i gatti. Gli sembrò che un paio di quei pelacci fosse rimasto attaccato ai suoi pantaloni e vi picchiò sopra energicamente col palmo di una mano finché non fu certo di averli ripuliti.
Andò con cautela verso la sua macchina. Qualcuno aveva parcheggiato così male che dovette manovrare per alcuni minuti per essere sicuro di uscire dal suo posto senza fare graffi sulla carrozzeria. Ancora un contrattempo, stava perdendo la pazienza e questo avrebbe significato una cascata di parolacce e di bestemmie di cui non sentiva la necessità.
Il traffico era assai sostenuto e caotico, sembrava che si fossero dati convegno per strada tutti i fannulloni della città, quelli più scarsi al volante, quelli più imbranati. Gli occorse il doppio del tempo normale per arrivare sul piazzale della Banca. Trovò un parcheggio in una zona dove normalmente era proibito lasciare la macchina, ma pensò di fare in fretta, in fin dei conti doveva prelevare pochi soldi al Bancomat, nessuna operazione con lungaggini e perdita di tempo.  Attraversò il piazzale correndo. Una giovane donna, mascherata da olandesina con le treccine bionde tirate in su e gli zoccoletti ben noti, lo guardava con un sorriso sulle labbra.
Sono un bell'uomo in una bella divisa, pensò Luca e ricambiò il sorriso.
Dalla Banca uscirono correndo due Pierrot con una maschera nera sul viso: entrambi avevano dei sacchetti di plastica in una mano e nell'altra una pistola giocattolo. Quello davanti si fermò di colpo spalancando la bocca, quello dietro un po' più robusto alzò immediatamente la pistola giocattolo e sparò.

Luca era rimasto fermo a braccia incrociate e gli sembrava che il tempo si fosse improvvisamente fermato. I due Pierrot erano corsi via, l'olandesina era inginocchiata a terra con le mani davanti alla bocca e gridava come una pazza. Ma che diavolo stava succedendo? E poi quella pallina nera che era uscita dalla pistola giocattolo e che era diventata sempre più grande che voleva dire?
-Non sono arrivato in tempo, disse l'uomo giovane che stava fermo vicino a Luca. Dovevo custodirti ma ho perso l'attimo. Quando sono arrivato era già successo.
Questo era il mio angelo, immaginò Luca.
-Dove sono le ali? Tu non hai le ali?
-Queste sono baggianate che vi dicono da piccoli. Mi dispiace per come è andata, ora dobbiamo sparire da qui in fretta; abbiamo molta strada da fare.
-Sai che l'ho vista arrivare?
-Cosa hai visto arrivare?
-La pallottola.
-Non hai visto arrivare quello che pensi tu.
-Ti dico che l'ho vista, una cosa piccola e nera, che diventava sempre più grande fino a coprire tutta la visuale.
-Quello che hai veduto era la fine della tua vita. Adesso andiamo.
Luca si girò e guardò verso il basso, nella direzione dove stava guardando l'olandesina, là dove stavano accorrendo tante persone e si vide, cioè vide disteso a terra immerso nel suo sangue un corpo umano vestito da ufficiale dei Carabinieri.
-Allora, ti muovi? Chiese l'angelo.
E Luca finalmente si staccò da quella visione e lo seguì.




mercoledì 25 marzo 2015

IL GIORNO CHE LUDOVICA MORÌ

Il giorno che Ludovica morì Luca non c'era. Stava pescando in un laghetto carpe giganti, bestie da almeno venti venticinque chili. Le portava a riva, le teneva in braccio e si faceva fotografare da un amico con quel trofeo, poi le rigettava in acqua. Ne aveva tirate fuori due enormi e fotografate, la terza aveva strappato il filo di nylon e subito riguadagnato il largo, lasciandolo con un muso lungo fino a terra. Adesso se ne rimaneva sdraiato a gambe allargate per riprendere fiato. Pensava a niente, pensava ad un sacco di cose confuse, anche a Ludovica.
Non l'aveva mai incontrata, non ci aveva mai parlato al telefono pertanto non ne conosceva la voce, anzi non conosceva niente di lei, solo una piccola fotografia piuttosto sfocata e di chissà quanti anni prima gli aveva mostrato un volto piccolo affondato in una massa di capelli scuri e ricci, con un sardonico sorriso piantato nel mezzo. Sulla trentina, le aveva scritto lei una volta in una mail, single e niente affatto soddisfatta della vita, ma quello non c'era bisogno che lo dichiarasse perché traspariva da ogni riga dei suoi post quasi giornalieri. 
Ecco, di Ludovica conosceva solamente quello che lei predicava nei suoi post, brevi, secchi dove gli aggettivi latitavano come la punteggiatura. Bollettini di guerra, li aveva definiti lei una volta, una guerra che lei centellinava nel tempo lasciando sempre i suoi commentatori col fiato sospeso su quello che sarebbe capitato di leggere il giorno dopo.
Luca se ne stava sdraiato a gambe larghe pensando proprio all'ultimo post di Ludovica, che aveva letto di corsa prima di partire con le sue canne. Il post parlava di solitudine, di angoscia, sembrava un grido disperato. Luca aveva pensato che gli occorreva un po' di tempo per formulare un commento da amico, da persona che vuole essere utile, e adesso stava appunto pensando al tono del suo commento più che al contenuto, tanto lei oramai lo conosceva assai bene e non aveva bisogno di scrivere molto per farle capire cosa pensasse.
Raccolse le sue canne, salutò i suoi amici e si accinse tornare a casa, perché la voglia di farsi immortalare con in braccio pescioni enormi se ne era andata.
Aprì immediatamente il portatile sul blog di Ludovica. I soliti commenti dei frequentatori abituali. Mancava il suo, che di solito era il primo. Scrisse rapidamente, in punta di pennino, come si suol dire: sobrio, parole scabre, dirette, pochissimi aggettivi per allinearsi allo stile dell'autrice del blog. Lo rilesse e ne fu soddisfatto. Cliccò l'invio. Sapeva che Ludovica avrebbe risposto immediatamente. A quell'ora sembrava stare in agguato davanti alla tastiera del suo computer. Luca si abbandonò sulla poltrona girevole e chiuse gli occhi. Che strana storia era stata la loro, strana certamente da parte sua, ma questo a Ludovica non lo aveva mai rivelato.
Si trattava del sogno, del suo sogno, che faceva da quando era un adolescente, tutte le notti. Andava a letto pregustando il momento in cui l'avrebbe vista: una ragazza bellissima, sempre ridente coi lunghi capelli fulvi avvolti intorno alla testa, alta almeno quanto Luca irradiava gioia intorno a sé. Quante volte aveva avuto l'impulso di correrle incontro e di abbracciarla, ma poi le sembrava troppo bella e troppo irraggiungibile. Così arrivava il mattino e lei scompariva con la luce del giorno. Ogni volta Luca si incitava: parlale, parlale almeno lei ti risponde e senti la sua voce, dille qualcosa, qualunque cosa. Ma invece rimaneva muto e inchiodato al suolo. Conclusa l'adolescenza era finito anche il sogno, lasciandogli il rammarico di non aver mai osato e la nostalgia di quel viso sorridente.
Ciattando a casaccio un bel mattino aveva sbattuto il muso su quel blog agro dolce, di difficile comprensione istantanea. Si era chiesto se l'autrice, una certa Ludovica Zorzi, facesse sul serio o fosse una di quelle adescatrici di curiosi e di sciocchi di cui il web è pieno. All'inizio c'era andato cauto, tastando il terreno come si suol dire. Commenti brevi, ironici, senza esporsi tanto. Lo aveva sorpreso la velocità con cui Ludovica rispondeva, come se stesse aspettando solo il suo commento, ma guardando gli orari si vedeva che faceva così con tutti i suoi frequentatori. Probabilmente usava il cellulare, non era pensabile che se ne stesse attaccata al computer tutto il suo tempo.
Così era nata una frequentazione quotidiana sul blog, prolungata in una serie di email, al ritmo a volte di tre o quattro al giorno e anche più, in cui il loro rapporto era diventato un'amicizia stretta. Quel che Luca non aveva mai rivelato a Ludovica era che fin dall'inizio nella sua immaginazione quel che aveva visto dinnanzi a sé era il volto della fanciulla dei suoi sogni giovanili. Era successo automaticamente, man mano che il feeling tra loro prendeva consistenza. E poco importa se la piccola foto che lei gli aveva inviato via WhatsApp raffigurasse un viso completamente diverso, per Luca lei era la morbida ragazza fulva che gli sorrideva tutte le notti.
Come adesso, sulla poltrona girevole davanti al suo portatile che aspettava la risposta al suo commento: lei stava in un angolo della stanza e gli sorrideva tranquilla.
Ma la risposta stranamente ritardava. E dopo due ore non era ancora arrivata e questa sì che era una cosa sensazionale. 
Si tratta certamente di un contrattempo, pensò Luca e si decise s chiudere il portatile, dato che c'erano un paio di cosette che non poteva rimandare. Ma alla sera, quando riaprì il portatile non c'era ancora la risposta al suo commento. Quel che era peggio al mattino dopo non c'era il solito post sobrio e sferzante. Non c'era niente. Silenzio. 
La sera stessa Luca inviò una brevissima email a Ludovica.
"Che ti sta succedendo?". 
Era preoccupatissimo, ma per quattro giorni tutto rimase in silenzio sul blog di Ludovica.
Il mercoledì sera, alla televisione, sul programma serale del terzo canale "Chi l'ha visto", apparve l'annuncio della scomparsa improvvisa da quattro giorni di Ludovica Zorzi.
Dissero che era scomparsa da casa sua a Padova la mattina del sabato, che aveva 31 anni, altezza un metro e settantun centimetri, occhi scuri, capelli scuri, segni particolari nessuno. Non aveva preso la macchina che stava ancora in garage.
Luca passò una settimana come se stesse nell'inferno, ma non poteva fare niente altro che sperare che Ludovica tornasse. Ogni tanto una guardata alla sua posta elettronica, un'altra al blog dell'amica scomparsa, ma naturalmente non ci fu mai una variazione. Solo silenzio.
Il mercoledì successivo a "Chi l'ha visto" annunciarono il ritrovamento di Ludovica Zorzi padovana. L'avevano ripescata proprio quella mattina i pompieri dal Brenta vicino a Vigodárzere. Omicidio o suicidio, mistero. 
Ancora una settimana dopo sempre durante la stessa trasmissione dissero che l'autopsia non aveva chiarito nessun dubbio e che adesso il cadavere era nell'Obitorio comunale di Padova in attesa che qualche parente la reclamasse per il funerale. Finora non si era fatto vivo nessuno e sembrava che questa donna fosse sola al mondo.
Il giovedì mattina Luca partì per Padova.
All'Obitorio c'era solo un guardiano.
"Voglio vedere la Zorzi".
"Ci vuole un permesso dei Carabinieri", gli rispose il guardiano.
Luca tirò fuori dal portafoglio una banconota ca 50 euro poi, visto che l'altro ancora indugiava, una seconda. Il guardiano si guardò intorno e cacciò in tasca le banconote.
"Facciamo alla svelta, ma io non ti ho mai visto".
Sarà il suo spasimante, pensò e lo introdusse nella stanza delle celle frigorifere.
Ne aprì una, come si apre un cassetto. Dentro c'era un sacco di plastica nero chiuso con una lunga cerniera. Luca si avvicinò e rabbrividì. Dentro c'era un corpo nudo di donna di un colore livido, come pietra antica. Fissò quel corpo intensamente dall'ombelico al collo e poi la guardò in viso e per un pelo non svenne: gli occhi, i lineamenti, la bocca, i capelli fulvi, quella era la donna del suo sogno giovanile, anche nella rigidità della morte manteneva la stessa espressione, come l'aveva vista ogni notte per tanti anni. Cadde in ginocchio e si aggrappò al bordo della lettiga scorrevole che la conteneva, appoggiando la fronte al metallo gelido come per averne un ristoro. Sentì qualcosa sotto le dita, era un cartoncino. C'era scritto qualcosa, ma quello che lo colpì fu il nome scritto stampatello a grosse lettere: P. ZORZI.
"Che significa questa P.?" chiese al guardiano.
"È il suo nome, Paola".
"Ma io cercavo Ludovica Zorzi, quella affogata nel Brenta".
"È in un'altra cella. Sa, Zorzi è un nome molto comune da queste parti. Venga che gliela faccio vedere".
"No, non voglio vederla, mi basta così".
Si alzò in piedi e si diresse verso l'uscita. Fuori il sole quasi lo accecò. Barcollò mentre scendeva i quattro gradini dell'ingresso. Un attimo dopo entrò nella sua auto, mise in moto e sparì.







venerdì 13 marzo 2015

RAPIDA FINE DI UNA BREVE STORIA

Splendida giornata di sole. Luca pensò che si imponeva una camminata lungo la sponda del Reno. L'ultima volta era successo nel tardo autunno dell'anno prima. Tirò fuori dal garage il suo Passat combi e marciò in direzione del fiume. Quando attraversò il ponte a Maxau diede una veloce occhiata alla sponda e la vide colma di popolo che si godeva il sole. Sarà arduo trovare uno spazio libero dove parcheggiare, pensò. Ma ebbe fortuna: mentre procedeva a passo d'uomo vide una BMW uscire da un parcheggio a pettine e subito dopo una piccola cilindrata che le era stata accanto. Un doppio parcheggio, che culo che ho oggi, si disse. Si tenne un po' largo per lasciare abbondante spazio all'apertura della portiera, spense il motore e tirò il freno a mano. Proprio in quel momento una Citroen C3 color verde bottiglia parcheggiò accanto a lui. Al volante una giovane donna coi capelli tagliati cortissimi. Come diavolo esce questa? Si chiese Luca. In effetti tra il fianco destro del Passat e quello sinistro della Citroen c'erano si e no dieci centimetri. Nemmeno dall'altra parte lo spazio era sufficiente per aprire una portiera.
Probabilmente vuole rimanere dentro la macchina a sentir musica, come fanno molti giovani, pensò Luca. Ma proprio in quel momento la ragazza aprì il tettuccio di tela lasciandolo scorrere. Si inerpicò salendo sui sedili prima, poi sul tetto della macchina e saltò fuori.
Una manovra da contorsionista. 
Quando Luca scese dalla sua auto la ragazza stava richiudendo il tettuccio di tela usando un comando a distanza. Era altissima, quasi quanto Luca che superava abbondantemente il metro e novanta. Automaticamente guardò ai piedi della ragazza e vide che indossava scarpe senza tacchi. Era tutta donna e niente tacchi, insomma. Quello che colpì Luca fu la magrezza delle gambe, una magrezza che non alterava però le curve e le forme di gambe belle e affusolate, ma lunghissime. Era chiaramente effetta da macroscelía e a Luca ricordò un vecchio cartone animato in bianco e nero di Walt Disney dove c'era un ragno nero dalle zampe lunghissime come le gambe di quella ragazza. Indossava una giacca di pelle blu corta e attillata, e le gambe le aveva inguainate in leggings neri. Insomma un ragno con la groppa blu, che era uscito dalla Citroen come fanno i ragni, appunto.
Lei si incamminò verso la sponda del fiume e Luca la seguì a breve distanza, come fanno i cani. La ragazza si fermò. Guardava l'acqua scorrere. Luca guardava lei. La ragazza sedette sull'erba incrociando le gambe. Luca le si fermò a tre metri.
La ragazza tirò fuori da una tasca un pacchetto di Marlboro. Ne estrasse una.
-Hai da farmi accendere?
Luca le porse il suo accendino. 
La ragazza estrasse un'altra sigaretta dal pacchetto e tenedole entrambe in bocca le accese. Poi passò a Luca l'accendino e una delle due sigarette.
Luca sedette accanto a lei. 
Fumavano in silenzio; guardavano il fiume.
Sul ponte di ferro passò un treno in una direzione, poi un altro nella direzione opposta, poi ancora un altro dopo qualche tempo in una delle due direzioni, ma Luca non si accorse di quale fosse. Sull'acqua scivolavano di tanto in tanto battelli fluviali carichi di conteiner. Quelli che andavano verso sinistra procedevano lentamente perché risalivano la corrente; quelli che invece andavano verso destra scendevano veloci e quasi silenziosi portati dalla corrente.
Il sole calava lentamente e loro due continuavano a fumare le sigarette della ragazza.
Luca non osava farle domande. Lei non sembrava aver voglia di parlare.Stava scendendo la sera e il sole lentamente si infilava in un banco di nuvole grigio chiaro che era comparso all'orizzonte.
La ragazza spense l'ultima sigaretta e si alzò, incamminandosi verso l'area di parcheggio. Luca la seguì standole al fianco.
-Aspetta che ti sposto la mia auto.
Ma lei aveva già azionato il tetto apribile col telecomando.
Si arrampicò con le sue lunghissime gambe fasciate dai leggings neri e in un attimo fu dentro l'abitacolo. Anche Luca entrò nel Passat. Mentre inseriva la chiave di avviamento nel cruscotto vide la Citroen C3 che si staccava a marcia indietro, faceva manovra e scompariva velocemente.
Luca non mise in moto. Tirò giù lo schienale, ci si allungò e chiuse gli occhi. Non gli sembrò di essersi addormentato, ma era certo di avere sognato una strada asfaltata sotto il sole in mezzo a due pareti altissime e lunghissime di materiale nero, che gli si apriva davanti come una vu rovesciata. Rimase a lungo così disteso. Poi rimise a posto il sedile, accese il motore del Passat, accese le luci e partì.





venerdì 6 marzo 2015

SU TUTTO

Su tutto
il dominio del dolore,

dove il dolore è il soggetto, 
il predicato verbale 
e il complemento,

l'acquisizione di una realtà,
la conquista di te medesimo

la costruzione di un edificio di falsità
mattone per mattone
gradino per gradino.

Certamente,
biascicatore di frottole e di lamentele,
adesso che sei prono in attesa
della tua prossima sventura
ti sia finalmente chiaro
che una sorta di maledizione divina
incombe su di te.

Come pensi di sfuggirle?

Cosa speri?

Dio potrebbe cambiare idea?

martedì 3 marzo 2015

STOP S T O P SSSS TTT OOO PPP

voi non avete fatto niente per me STOP nessuno si è dato da fare per me e nemmeno io per voi e non venite a scocciarmi richiedendo comprensione come una cambiale scaduta STOP in questa stagione di vita merdacea in cui i furbi si accaparrano tutto e lasciano briciole sbavazzate ai fessi nessuno ha il diritto di prelazione di valori che valori non sono più STOP che di sicuro mai furono valori ma che una propaganda strapazzata dava come tali a beneficio dei grulli che ci credono sempre in queste menate del controcazzo STOP che proprio stamattina o ieri sera non ricordo bene ma chi se ne frega leggevo o pensavo o qualcuno mi ha detto che bisogna pensare positivo che è proprio una gran minchiata come se io pensassi negativo e gli altri no o viceversa ma che cazzo ci azzecca STOP con mio figlio che conta le miglia che corre ogni giorno e poi si fa tatuare nomi strani sulla schiena e io gli ho suggerito sul culo e se c'è qualcosa di veramente carino sulla punta del pisello così ogni tanto se lo legge in cinemascope STOP e poi mi viene a raccontare a me che lui corre e io no e che quindi lui pensa positivo perché bisogna credere ma non obbedire e combattere e lui già non mi segue più e dice a sua madre lo vedi che scantona sempre quando gli parlo seriamente STOP e sua madre che poi sarebbe e invece è mia moglie da un sacco di tempo annuisce ma non ha capito una mazza ma non vuole contraddire il figliolino e soprattutto mai dare ragione a me STOP che poi qualcuno mi dovrebbe spiegare cosa c'entra tutto questo con le farfalle che mi volano nella testa e col male che ho a un piede che da un po' di tempo mi fa male tutto un pezzo per volta sì anche il culo che qualche volta mi sforzo di ricordare se questo mal di culo dipenda dal fatto che sono diventato nu poco ricchione ma non mi ricordo ma tutto può essere che i vecchi spesso dimenticano tante cose STOP eppure questo me lo dovrei ricordare perché un conto è essere gay naturale originale con marchio DOC un conto e diventarlo così tanto per sfizio che poi a qualcuno potrebbe venire in mente che io sia un tipo alla ricerca di sensazioni forti STOP e invece io vado cercando un posto tranquillo dove farmi una pennica senza qualcuno che mi venga a rompere i coglioni e voi siete tutti lì che fate la fila col numerino progressivo per potermi scassare il cazzo da mane a sera e perché tu sei egoista e pensi solo ai cazzi e agli stracazzi tuoi e non ti preoccupi di me che soffro e te ne sbatti di tutto quello che ti cade intorno solo ti scansi per non farti prendere in pieno STOP beh certo non sono mica stronzo che mi faccio centrare dalla cacata di vacca che piove dal cielo che ieri ne sono venute giù a tonnellate che erano le vacche di Giorgio Gaber che volavano verso Roma per cagare in testa a tutti i politici del cazzo della gloriosa nazione italica e hanno fatto un giro largo per prendere una veloce rincorsa e stavano tutte sopra la mia capoccia e hanno fatto una prova per vedere se riuscivano a centrare bene bene un politicante della madonna che diceva stronzate STOP e allora plaff giù tonnellate di merda bovina che se non scappo in copertura mi sotterrano e poi via verso la città eterna che già faceva scuro e non c'era più tanto tempo e passando sopra Firenze non potevano farci più niente che avevano nel frattempo cambiato il sindaco e quello di adesso non se lo caga nessuno mentre quello di prima se l'è squagliata nei sotterranei di palazzo Chigi dove le sue ministre gli stanno facendo un trattamento sicuro sicurissimo per rimetterlo a nuovo dopo le fatiche delle mille cazzate che sciorina a tutte le TV nazionali e internazionali STOP che ci vuole una fantasia grandiosa vuoi mettere a trovare tutte quelle cose da raccontare ogni mattina per farsi ascoltare da una platea che ha orecchi solamente per chi gli narra quante volte ha scoreggiato nel cesso della sua cella la presunta assassina di suo figlio Loris che suo marito non la vuole più vedere e poi quante lacrime ha pianto il caporale che ha ammazzato Melania senza crudeltà ma con la delicatezza di trentacinque coltellate così perché lei non stava ferma e poi quante pagine della Bibbia ha letto il pompiere che ha scaricato presumibilmente il cadavere nudo di sua moglie Elena nel fosso davanti casa sua ma solo mogli ammazzano questi non gli capita mai una cugina una suora vergine niente solo mogli STOP e allora tu mi capisci Cri che certa gente beve solo queste cazzate e che il nostro si fa per dire presidente del consiglio se ne deve inventare ogni mattina di cazzate buone buone perché la gente si distragga da queste importantissime cose delittuose STOP che sembra che sua moglie si sia già stufata di questa nuova situazione e gli abbia già dato lo sfratto e dicono che non dorma già più a casa sua e lo si capisce anche dal fatto che sono sei giorni che cammina sempre dentro lo stesso vestito blu un poco stazzonato e chissà se se le cambia regolarmente le mutande e per questo le sue ministre lo stanno rimettendo a nuovo perché è un po' strapazzato e chissà che figuraccia che farebbe se dovesse incontrare una di queste mattine Angela Merkel lei sì bella tranquilla con otto ore di sonno ogni notte e il marito a sorvegliarne la tranquillità del sonno cancellieresco che poi lei se ne frega proprio e quando ha sonno dorme non passa di stanza in stanza distribuendo sorrisini e brani della futura Bibbia STOP e adesso basta che a me Anna Maria non mi sorveglia il sonno e quindi devo recuperare in fretta le forze e a quest'ora non posso pretendere che si metta di nuovo a cucinare per me solo per me perché lei di sera mangiucchia e io o mi metto davanti ai fornelli e mi cucino qualcosa altrimenti mi attacco e quindi buona notte e grazie per il tempo che avete perso per colpa mia STOP  S T O P  SSSTTTOOOPPP