UN LAMPO DI NOTTE
Sei apparsa nella mia vita
come un lampo di notte
e hai illuminato cose
che non riuscivo a vedere:
un pezzo di strada tutta curve
in salita, facciate di vecchie case
e la mia ombra riflessa sull'asfalto.
Così ho potuto immaginare
la tua voce e i tuoi occhi.
A volte anche il suono del vento
ha qualcosa di amico.
LA MIA OMBRA MI HA RAGGIUNTO
La mia ombra mi inseguiva con rabbia
da una vita; da poco
mi ha raggiunto e mi ha inghiottito;
da allora vivo al buio e nel silenzio come
in un tampone di ovatta; nemmeno
riesco più ad ascoltare i suoni
della memoria più antica,
adesso che ho finalmente capito
il senso ineluttabile del nulla.
Vincenzo Iacoponi
domenica 18 marzo 2012
mercoledì 14 marzo 2012
DIAMO UN CALCIO IN CULO A DANTE
Avete mai sentito nominare una tale Valentina Sereni? Io mai prima di ieri l'altro. Sono andato sulle pagine del Corriere della Sera e ho trovato il nome della signora. A naso ho pensato che una con quel bel nome dovesse essere carina; poi il suo cognome indicava, sempre a naso, che fosse un tipetto tranquillo. Sarà magari bellissima e riuscirà a dormire profondamente almeno otto ore senza valeriana o infusi di camomilla, ma quando è sveglia tanto tranquilla non dovrebbe essere.
È la presidente del Gherush 92, un comitato per i diritti umani, che per conto delle Nazioni Unite si occupa, tra l'altro, di antisemitismo, razzismo, omofobia e tante altre cosucce del genere.
Tutto lodevolissimo a parer mio, da applausi a scena aperta, a parte il nome della ditta per le mie orecchie un tantino tedeschizzate. Gherush ha infatti un'assonanza con il sostantivo tedesco Geruch -con la gi dura di ghetto, di Gherush appunto- che significa "puzza".
Leggo l'articolo e mi convinco che la storia per l'appunto puzza, anzi puzza forte.
Questa presidente dirige un gruppo di cavalieri senza macchia e senza paura che tutto controllano e tutto sanzionano là dove sentono puzza -ci siamo, ho capito il perché del nome- di bruciato, come si suol dire.
Io sono contro tutte le intolleranze, anzi sono contro la tolleranza, che è la parola più brutta che esista, almeno pari a un'altra: integrazione.
Non si tollera nulla, si accetta il diverso a prescindere.
Non si integra nessuno nel nostro sistema, ci si adegua al suo e basta.
Invece Valentina Sereni e i suoi bulldog sono assolutamente intolleranti con gli intolleranti.
Passi. Ci sono malattie epidemiche che vanno isolate e circoscritte finché si esauriscono: Valentina potrebbe essere una di queste.
Potrebbe, ho detto. Infatti se la signora Sereni si limitasse a bacchettare i contemporanei -e ce ne sono di razzisti dichiarati, antisemiti, anti islamisti e anti tutto- non avrebbe il tempo di soffiarsi il nasino. Ma lei va oltre: scandaglia la letteratura e trova qualcosa che le "puzza" tanto.
La Divina Commedia.
Pensate: ha iniziato una crociata perché Dante venga eliminato dalle scuole, per la gioia di tutti i somari e dei castrati, gli stessi che sono quasi riusciti a buttar fuori il latino dalle medie, e che vorrebbero l'eliminazione del greco dal liceo classico.
Ma che c'entra Dante?
Valentina sostiene che Dante fosse antisemita, islamofobo e omofobo. Nell'Inferno i sodomiti corrono sotto una pioggia di fuoco. Maometto è crocifisso a terra e tutti lo calpestano.
Valentina Sereni dimentica o finge di dimenticare che Dante è un uomo del '300 e parla il linguaggio del suo tempo. Dimentica o finge di dimenticare che gli ebrei erano accusati del delitto di deicidio fín oltre la metà del secolo scorso.
Parla di anti islamismo e dimentica le crociate.
Insomma dovrebbe togliersi la toga di grande accusatrice e indossare una tonaca da monaca di clausura liberandoci così dal suo cretinismo, che è pericoloso perché contagioso in questa terra che già brulica di cretini, ed è sovrappopolata di intransigenti imbecilli.
Questa emerita illetterata dovrebbe leggersi "Il viaggio in Italia" di Goethe e sentire come parla di Dante. Eliminare Dante dalle scuole significherebbe rendere il nostro popolo notoriamente ignorante e incolto, ancora più ignorante e incolto.
Tra le tante cazzate che spara c'è una chicca da favola. Secondo la Sereni dal medio evo in poi i romani chiamano gli ebrei "giudei" da Giuda Iscariota, dimenticando la geografia e la storia: la Giudea era infatti una regione grande quasi quanto l'odierna Israele.
Che bella confusione deve esserci nella zucca della Sereni nonché Valentina.
Il guaio è che c'è chi le dà ragione, e sono gli stessi che hanno scelto i ponti per la moneta unica, in quanto non riuscivano a mettersi d'accordo sui personaggi da stamparci sopra: via Cervantes, antisemita convinto; via Shakespeare, autore del "Mercante di Venezia"; via Michelangelo, via Leonardo noti omosessuali.
Purtroppo non c'è solo chi le dà retta, ma anche chi le dà soldi per dire le stupidaggini che dice, e sono soldi di tutti, i soldi dell'O.N.U.
venerdì 9 marzo 2012
UN ATTIMO ETERNO
Due notti fa ho sognato Padre Pio. Mica un frate qualsiasi, proprio quello. Mi camminava davanti; quando l'ho chiamato si è girato, mi ha guardato e se ne è andato senza dirmi niente. Da un po' di tempo mi capita di sognare gente che, appena gli rivolgo la parola, gira la faccia altrove e se ne va.
L'ho raccontato l'altra sera a casa di mia nipote Cristina. C'era un sacco di gente perché festeggiava gli anni il suo ragazzo. Tutti a farmi le feste, a darmi pacche sulle spalle.
"Adesso ti fa il miracolo".
"Quale miracolo? Mica sto male io".
"Beh, lui te lo fa lo stesso: magari ti fa ammalare, poi ti guarisce".
Hai capito che amici che ho?
Quando ieri pomeriggio gliel'ho raccontato, Chicco mi ha chiesto tutto serio:
"Ma tu ci credi ai miracoli?"
"Poco o niente".
"E all'altro mondo, che ci aspetta dopo morti, ci credi?"
"Assolutamente. Ho le prove che esiste".
A momento gli andava di traverso il pezzo di pizza.
"Come sarebbe a dire che hai le prove?"
Così gli ho risposto che mi era venuta in sogno sua nonna, mia madre, e mi aveva riferito.
Sarebbe da farci quattro risate sgangherate se non fosse vero. Ma è la pura e semplice verità, cioè quasi la verità, perché io mia mamma non l'ho mai sognata.
In un post dello scorso anno ho raccontato quello che mi è successo nel "fatidico 1988": tutto quello che poteva succedere.
Ai primi di luglio, dopo le esequie di mia suocera, Anna Maria rimase a Cervignano e io mi recai da solo a Civitavecchia nella nostra vecchia casa dell'albero di fico. Prelevai mia madre dalla Casa di riposo a San Gordiano e la tenni con me, nella nostra casa, per un intero fine settimana. Non mi mossi, rimasi tutto il tempo insieme a lei: io le parlavo di ogni mia cosa e lei ascoltava ogni mia cosa. Sembrava che lo sentissimo dentro che era l'ultima volta che stavamo l'uno di fronte all'altra, le sue oramai magrissime mani nelle mie.
Parlai di tutto, ma proprio tutto quello che mi saliva in bocca.
A un tratto mi chiese:
"Quando ti sei confessato l'ultima volta?"
"Il giorno prima di sposarmi".
"Dovresti farlo; dovresti pensare alla vita eterna".
Come un lampo nel buio. Non so nemmeno adesso come mi venne di farle quella proposta poco delicata data la sua età.
"Stammi a sentire, mamma. Non ho potuto chiederlo a papà perché se ne è andato all'improvviso, ma tu mi puoi fare un favore?"
Si protese verso di me, pronta a darmi tutto, anche il sangue, anche la sua vita.
"Dimmi che devo fare".
"Quando arriverà quel giorno maledetto, quando insomma andrai dall'altra parte, se di là dopo c'è qualcosa vuoi venirmelo a dire? Vuoi venirmi a dare un segnale, mamma?"
"Sicuro, sicuro! Vengo, stai tranquillo".
Era tutta eccitata all'idea e a me venne da morsicarmi la lingua per averle parlato della sua morte.
Il lunedì mattina la riportai alla Casa di riposo. Non sapevo che quell'occhiata immensa che ci scambiammo, io al volante della mia macchina lei dietro i vetri della sua stanza, mi sarebbe rimasta stampata nell'anima come l'ultima cosa di lei viva.
Cinque settimane dopo il suo funerale, nel nostro paesetto sulla riva occidentale del Reno cominciava a sentirsi nell'aria l'odore del Natale. Faceva un freddo boia; non avevo ancora installato sul balcone l'antenna satellitare e quindi prendevo solo i programmi crucchi alla TV, il che significava quasi ogni sera una barba lunga così con la loro mania del talk show e del bla bla bla sussurrato.
Per questo ci infilavamo il più presto possibile sotto le coperte. Dopo cinque minuti io ronfavo, mentre Anna Maria ricominciava il suo rito propiziatorio alla dea del sonno: fianco destro, fianco sinistro, bocca sotto, pancia all'aria e si ricomincia. Allora avevo ancora il sonno durissimo e lei poteva far cigolare la sua metà del lettone come voleva che io continuavo beato a dormire.
Ma una notte di colpo fui sveglio e perfettamente lucido, coi sensi all'erta.
Nella stanza un'aura strana, quasi da vuoto spinto; un silenzio irreale, totale e una luce come quella di una candela in un banco di nebbia, che mi lasciava intravedere i contorni ovattati dei muri e delle cose.
Ebbi l'enorme sensazione dii una presenza accanto a me e l'impressione che il mio cuore avesse arrestato la sua corsa in attesa dell'evento.
Non dubitai un attimo:
"Dove sei?" chiesi.
Due braccia esilissime, che non vedevo ma che immediatamente riconobbi, mi si strinsero intorno alla vita e qualcosa si posò morbidamente sul mio cuore: il minuscolo capo di mamma. Era il "suo" usuale abbraccio iniziale e finale di ogni nostro incontro.
Era il "suo" segnale , che io le avevo chiesto.
Volli toccarla per sincerarmi come San Tommaso, per mia estrema certezza.
Mamma alla fine soffriva di una immane scoliosi, stava tutta piegata sul suo fianco sinistro.
Allungai una mano sotto la sua testa toccandole una ad una le vertebre che le sporgevano da tempo tutte in fuori come una catena montuosa: i miei polpastrelli percorsero un arco da destra a sinistra.
"Ho capito, mamma; grazie".
Un attimo dopo l'incantesimo era cessato.
Risentii il respiro lento e regolare di Anna Maria; rividi le cose alla luce del lampione fuori nella strada.
Come se niente fosse successo.
Ma tutto era successo: per un attimo il mio tempo era rimasto fermo, eterno, e io in quell'attimo avevo conosciuto il mio futuro più avanzato.
domenica 4 marzo 2012
HO AVUTO UN CANCRO PER UNA SETTIMANA
Andava tutto troppo bene. Scoppiavo di salute; Anna Maria non borbottava mai; Chicco a scuola non combinava più casini; Stefania era felice e contenta con la bimba che le era nata e io avevo cambiato lavoro. Dirigevo corsi di pittura in uno Jugend Zentrum, un centro di ritrovo giovanile per il tempo libero.
Stavo sempre in mezzo a gente giovane, casinisti contenti di fare casino, proprio come me; colleghi allegri e non invidiosi; un sacco di soldi in più nella busta paga alla fine del mese e avevo lo Chef più babbeo che mi potessi augurare: facevo il beato cazzo del comodo mio, tanto a lui andava tutto bene e mi ripeteva sempre "Sì, Enzo, va bene così, Enzo, tu sei l'uomo giusto al posto giusto", e lui era il Capo giusto per me. Così babbeo che quando si era sposato invece di far prendere a sua moglie il proprio cognome aveva aggiunto quello della moglie al suo, come qui è consentito dalla legge, ma che solo i fessi fanno. Rainer Bauer Gain: lui era Bauer e lei Gain, e soltanto Gain era rimasta, tanto comandava sempre lei. Contento lui e contenti tutti noi.
È stata l'unica volta in cui mi recavo fischiettando al lavoro ogni santo giorno.
Ah, dimenticavo: mi ero di nuovo innamorato di mia moglie, che era veramente caruccia, sì, molto amorevole e amabile, la sua stagione migliore.
Che volevo di più?
Niente. Ma c'era un tarlo nella mia capoccia. Quando le cose vanno troppo bene tu metti il culo al riparo, diceva mio padre. Era lì, nascosto in un angolino del cervello il mio piccolo tarlo, e rosicchiava giulivo pezzettini di polpa cerebrale ogni giorno: cron, cron, cron, cron. Lo sentivo qualche volta prima di addormentarmi; lo ascoltavo un paio di minuti un poco ansioso, poi mi giravo su un fianco e lo mandavo affanculo.
Mangiavo di buon appetito ma non mettevo su un grammo di ciccia, anzi riuscivo di nuovo a infilare due dita tra pantaloni e trippa, cosa che non mi capitava da tempo immemorabile. Mi pesai e vidi con grande piacere che ero calato di due chili e mezzo.
"Merito della mia cucina senza grassi", si vantava mia moglie. Pensai che fosse merito delle sigarette: oramai incominciavo il terzo pacchetto ogni sera.
Ma un campanello aveva squillato brevemente in un angolo del mio cervello e in qualche posto si era accesa una spia rossa: un lampo breve, ma lo avevo captato.
Quando il mese successivo vidi che potevo stringere di un buco la cinghia dei pantaloni tornai a pesarmi: la bilancia mi dava quasi tre chili in meno dall'ultima volta, nemmeno venti giorni prima.
La spia divenne di un bel rosso fisso e il campanello un martelletto che mi batteva nel centro del cranio. Oramai tenevo d'occhio solamente il giro vita dei pantaloni. Senza cinghia me li sarei dovuti tenere con le mani per non rimanere in mutande: insomma ci ballavo dentro come ai bei tempi della mia Università.
Decisi di cambiare tenore di vita: mangiavo porzioni più abbondanti, bevevo un paio di caffè in meno e portai a 30 il numero delle sigarette quotidiane, limite di un decennio prima.
Due settimane dopo tornai sulla bilancia. Col cuore in gola lessi la cifra: 70,500. In nove settimane ero calato quasi nove chili, etto più etto meno.
Andai dal mio medico di casa senza appuntamento. "Un'emergenza" dissi all'infermiera. Il medico dovette leggermi l'ansia e la paura sulla faccia.
"Devo avere un tumore", gli dissi.
Fece un sorrisetto.
"Dove ha dolori?"
"In nessun posto".
"Ha avuto emottisi? Sangue dal naso? Sangue nelle urine? Nelle feci?"
"Niente sangue".
"Perché pensa di avere un tumore?"
Gli dissi dei chili perduti in nove settimane. Lui rimase a fissarmi per una decina di secondi.
"Venga nel laboratorio che le prelevo sangue per le analisi".
Me ne tirò fuori dieci cc in tre cannule.
"Occorrono sette giorni per queste analisi".
Lessi sul deskop del suo PC la diagnosi che aveva scritto: Krebsverdacht, sospetto cancro.
"Pensa che si tratti di un cancro?"
"È probabile quando c'è un dimagramento massiccio in così breve tempo".
"Dove?"
Si strinse nelle spalle.
"Stomaco, intestini, polmoni forse, visto che lei è un forte fumatore".
Continuò a parlare, ma non lo stavo più ad ascoltare.
Uscii dal suo studio ammalato terminale, assai vicino alla cachessia finale.
Guidai a casaccio per una mezzora. Avevo il cuore che mi rimbalzava dentro la gabbia toracica come la pallina di un flipper.
Un pensiero fisso in testa, una domanda atroce: "Quanto tempo mi resta?"
A casa mia moglie mi aveva preparato l'accoglienza che mi ci voleva: Chicco aveva di nuovo combinato uno dei suoi casini, e lei voleva che lo castigassi subito.
"Adesso proprio no, le risposi; non mi sento tanto bene".
"Cos'hai?"
"Niente. Mal di stomaco, giramenti di testa, roba così".
Incominciò il solito pistolotto contro il fumo, ma io non la stavo a sentire.
"Quanto tempo mi resta? Forse un anno, forse due", ma subito mi appariva un'utopia tirare avanti per così tanto tempo. "Saranno mesi, non di più".
"Mi stai a sentire?"
"Sì, certo che ti ascolto".
"Allora va a parlargli. è in camera sua".
Chicco si aspettava il consueto diluvio di improperi.
Gironzolai per la stanza. Guardai fuori dalla finestra senza vedere nulla. Gli feci una carezza.
"Fai il bravo, non farla più arrabbiare", gli dissi e me ne andai.
Penso che le ore passassero, perché s'era fatto buio, ma per me il tempo si era fermato.
A cena toccai appena un po' di cibo. Mi accorsi che tutta la squadra mi osservava in silenzio.
"Che avete da guardare?"
"Che hai tu piuttosto? Fece Anna Maria di rimando, Sembri uno zombi".
Mi resi conto che non dovevo allarmare la mia ciurma.
"Non ho niente. Sto pensando ad un racconto che voglio scrivere".
"Non deve essere tanto allegro il tuo racconto, papà" disse Alessandro.
"No. Alla fine lui muore".
Andai a letto per ultimo. Mi girai su un fianco senza nemmeno sfiorarla.
"Buona notte".
Non mi fece nemmeno un grugnito per risposta. L'avevo offesa e mi avrebbe messo su un muso di tre giorni, ma non me ne fregava niente.
Dormii poco e malissimo, con un chiodo piantato in testa: "Non arrivo a Natale"
Quando sentii il suo respiro regolare incominciai a girarmi nel letto.
"Warum gerade ich?" Perché proprio io?
Mi accorsi che pensavo cose tristi, cose brutte che avevo visto e vissuto durante la guerra, e mi accorsi di pensarle in tedesco.
Al lavoro fui sgarbato coi colleghi e mandai a quel paese un paio di ragazzi che mi avevano chiesto qualcosa. Dopo un po' mi giravano tutti al largo. Sentii qualcuno mormorare: "Enzo è incazzato nero". Ma non me ne importava niente. Pensassero quel che cazzo gli pareva, io mi ero chiuso in clinch come un pugile suonato a immaginare meine letzte tragische Stunde, ecco appunto, le mie ultime tragiche ore.
Quando ci lasciammo alla fine della giornata una collega, Christine Schwering, mi sussurrò accomiatandosi: "Fa pace con tua moglie stasera, per favore".
Mangiavo pochissimo, col muso sul piatto; fumavo una Marlboro dietro l'altra. Una sera contai come sempre facevo le sigarette ancora nel pacchetto e mi resi conto con raccapriccio che mi erano rimaste le mie ultime cinque del mio terzo pacchetto.
"Chi cazzo se ne fotte, tanto devo crepare".
Sentivo dolori da per tutto: il torace stretto in una morsa; lo stomaco bruciava; avevo continui mal di pancia; pisciavo roba scura e sporca, "sangue, pensai; è nei reni il figlio di puttana". Avevo pure preso l'abitudine di guardarmi la cacca prima di tirare lo sciacquone per trovarci tracce del mostro, sangue, pezzi di budella o chissà cosa.
Un martirio. A un certo momento arrivai a sperare che fosse rapido e mi portasse via il più in fretta possibile. Purché finisse.
La mattina che mi recai dal mio medico per ascoltare la condanna ero ormai rassegnato e distrutto.
"Negativo. Tutti i valori sono nella norma e non c'è l'agente patogeno di un tumore",
"E i chili perduti?"
"Capita alla sua età. Lei è in andropausa Herr Iacoponi".
Erano le 9,25 del 14 maggio 1989: il mio secondo compleanno.
Uscii all'aria aperta leggero come un passerotto.
Respirai a pieni polmoni. Che giornata meravigliosa!
Mentre allungavo il passo verso casa mi misi a ridere come un ragazzino.
"A Iacopò, sei l'unico caso de cancro che se guarisce da solo in una settimana: ammazzete che culo che ciai!"
Mi misi a correre: volevo raccontare tutto a Anna Maria e spiegarle perché mi fossi comportato così male con lei e con tutti. Se lo meritava, povera anima.
mercoledì 29 febbraio 2012
ESTRATTI DA "INTERVISTA A D. O."
INCIPIT
-Mi chiami come le pare.
-Le va bene Sofia?
-Per via del Sofo? No, non c'entra niente e poi non mi piace.
-Potrei provare con Sof, che so io, oppure Sofi?
-Che ne dice di "signora Cottur"?
-Che è la soluzione più sbrigativa.
-Intende dire la più banale?
-No; intendevo la più facile.
-Ecco, proprio così: è la più facile.
-Però toglierei quel "signora", darebbe troppa distanza. Cottur va bene, credo.
-No, preferisco la distanza.
-Come vuole. Allora, possiamo incominciare?
-Incominciamo.
Iniziai lentamente a spogliarmi: prima la giacca, che ripiegai con cura poggiandola infine sulla spalliera di una sedia, poi la cravatta. Mentre slacciavo i bottoni della camicia mi venne da ridere.
-Certo che chiamarsi Sofonisba deve essere una bella penitenza, signora Cottur.
Nemmeno uno straccio di risposta: dovevo averla scocciata seriamente questa volta. Mi conveniva tagliare corto, visto il caratterino che aveva, perché con lei avrei avuto a che fare parecchio nei prossimi due o tre giorni: non era un medico ma qualcosa di più, era l'assistente personale in sala operatoria del professor Luigi Lucchesi, che doveva operarmi, ed era sempre la signora Cottur a dirigere la logistica del reparto di oculistica di quell'ospedale, lei che disponeva chi doveva entrare e chi uscire, lei che dava le camere migliori o peggiori a seconda del suo umore del giorno, lei che effettuava gli elettrocardiogrammi, e proprio in quel momento ne stava preparando uno per me.
-Devo distendermi sul lettino, signora Cottur?
La mia untuosità mi dava il vomito.
-Le dirò io quando.
Rimasi lì, a torso nudo e scalzo, al centro della sala mentre lei perdeva tempo qua e là.
-Adesso può distendersi. Slacci la cinghia dei pantaloni, sbottoni sul davanti e li tiri un po' in basso, anche le mutande, e poi resti fermo.
Mi fece pensare a quella santa donna di mia madre, che aveva continuato a darmi ordini anche quando oramai ero vecchio di quaranta anni. Ero riuscito a sfuggire alla sua dittatura solo quando era morta. Chissà perché, pensai, tutte le donne che avevo frequentato mi avevano messo sotto e avevano provato a cambiarmi di sana pianta? Per fortuna mi avevano tutte piantato in asso: Agnese, Lidia, Maria Grazia, Roberta; perché ero troppo debole, sembra, un mammone insicuro e indeciso.
Anche la signora Cottur non mi considerava un granché. Aveva infilato le belle mani in guanti di lattice riempendomi il torace di elettrodi precordiali e le caviglie e i polsi di elettrodi periferici. Premette un pulsante mettendo in moto l'elettrocardiografo e uscì dalla stanza con estrema indifferenza.
Se mi sentissi male potrebbe trovarsi nei guai questa bella presuntuosa, pensai. Ma cosa poteva capitare a un uomo di sessanta anni sano e in perfetta forma fisica, che svolgeva esami di routine in un grande ospedale di una grande città prima di affrontare una normalissima e niente affatto pericolosa operazione di cataratta all'occhio destro? Avevo già sostituito il cristallino dell'occhio sinistro quattro mesi prima con una nuovissima protesi americana della AMO, Advanced Medical Optics di Santa Ana in California, una Intraocular Lens a base acrilica di tredici millimetri di diametro e sei di spessore.
"Una bomba per gli occhi", mi avevano detto; "lei rivedrà tutti i colori nel loro splendore senza quell'alone grigio giallastro che li sporca tutti".
Gli avevo dato retta e mi ero fatto operare: adesso ero un esperto. Ma proprio di quell'operazione ero così insoddisfatto, tanto da cambiare città, ospedale e chirurgo. Col sinistro vedevo nuovamente colori bellissimi, niente da obiettare: ma l'occhio bruciava spesso, lacrimava quasi sempre e guai a sfiorarne la palpebra con un polpastrello, era come se mi sferrassero sopra una martellata.
-Probabilmente la protesi non si è agganciata bene, aveva detto il professor Lucchesi. Provvederemo dopo a rimetterla bene in sede; adesso le metto a posto l'occhio destro.
-Dovrò quindi operarmi una terza volta?
-Un paio di mesi dopo, sicuro. Capita che anche le operazioni più facili possano dare complicazioni, aveva concluso Lucchesi.
Io rimanevo dell'idea che il primo chirurgo fosse troppo giovane. Aveva parlato per tutto il tempo con un collega di barche, di canne da pesca al carbonio, di mulinelli da cento metri di lancio garantiti e stupidaggini del genere mentre lavorava dentro il mio occhio. Era troppo giovane. Per fortuna Lucchesi aveva un paio di anni più di me; non si sarebbe distratto lui, ne ero sicuro.
L'elettrocardiografo si era fermato emettendo un sibilo acuto e subito era ricomparsa la signora Cattur. Mi liberò velocemente di tutti gli elettrodi.
-Il professor Lucchesi ama fare pesca d'alto mare? Le chiesi.
-No, rispose e mi guardò di sbieco, sorpresa.
-Va a caccia?
-Assolutamente no. Come le viene in mente?
Sembrava indignata.
-Ha qualche hobby?
-Dama, disse la signora Cottur rasserenata. È un vero campione di dama spagnola.
La dama spagnola! Una ragazza tanti anni addietro aveva tentato di insegnarmela. Una fatica sprecata: troppe piccole pedine in una scacchiera grande quasi il doppio di una normale; e poi troppe regole per le mie scarse capacità matematiche.
-La conoscono in pochissimi qui da noi, aggiunse Sofonisba Cottur. Per questo il professore non ne parla mai con nessuno.
Saggia decisione, pensai. Molto meglio così.
***************
Alle cinque del mattino di venerdì 20 dicembre 2002, Simeone Walter decise di buttare le gambe fuori dalla branda e prepararsi la valigia. Non era riuscito a chiudere occhio durante tutta la notte, l'ultima che passava in quella galera tedesca, la notte numero 5.335.
Si sfilò il pigiama, lo ripiegò con cura e lo depose sul piano del tavolo. Accanto allineò tutte le sue robe man mano che le tirava fuori dall'armadio metallico. Per ultimo avvolse scarpe e ciabatte in vecchi giornali. Lasciò fuori solamente gli indumenti che avrebbe indossato per uscire, un maglione rosso a girocollo, un paio di jeans, gli stivaletti di cuoio e un tre quarti di montone ancora semi nuovo, dato che lo aveva acquistato un paio di giorni prima che lo arrestassero e che ancora gli andava bene, malgrado avesse messo su qualche chilo. Quando l'armadio fu svuotato tirò fuori da sotto la branda la valigia di pelle che aveva fatto comprare e che un agente gli aveva consegnato la sera prima.
Mise sul fondo per primi i suoi libri e il pacco di ritagli di giornali e di riviste che aveva collezionato in quegli anni. Poi i suoi disegni e gli acquarelli che aveva imparato a dipingere, raccolti in una busta di cellophan. Poi le scarpe, gli indumenti intimi, le camice e l'unico vestito che possedeva. Staccò infine dalla parete accanto alla branda un quadro 30 x 40, dove teneva incorniciata e sotto vetro una mezza pagina del Kurier di Karlsruhe del 19 febbraio 1986. Nello spazio riservato alle offerte di lavoro aveva sottolineato in rosso un'offerta scritta a tutte maiuscole.
Depose il quadro in mezzo alla giacca ripiegata del vestito perché il vetro non andasse in pezzi, chiuse la valigia e cominciò con calma a vestirsi. Indossò anche il montone e sedette sulla branda. Erano da poco passate le sei e doveva pertanto avere pazienza per un'ora, ma quella era un'arte che aveva appreso alla perfezione in tutto quel tempo. Si appoggiò con la schiena al muro dove prima era il quadro e chiuse gli occhi. Un attimo dopo dormiva.
*
Era una piccola stanza, mai comunque come la sua antica cella quattro metri per tre, con una stretta finestra che dava su un tetto, ammobiliata con un armadio a tre ante scorrevoli con specchi a tutta altezza e un letto basso e comodo, niente a che vedere con la branda gemente e troppo corta per lui dove aveva dormito gli ultimi anni. Aveva chiesto al tassista di portarlo in una pensione tranquilla fuori città, ed era sceso alla Landgasthaus Sonnenhof di Caroline Schäfer. Sull'ingresso una donna bene in carne e belloccia lo aveva accolto con un gran sorriso, il primo viso di donna che guardava dopo quasi quindici anni.
Simeone Walter sedette sul letto, aprì la valigia ed estrasse il quadro incorniciato che vi aveva riposto. Un vecchio foglio di giornale, solamente un vecchio foglio ingiallito del Kurier di Karlsruhe, settimanale specializzato in annunci di compravendite, offerte di lavoro e job vari.
Sottolineato in rosso a centro pagina l'annuncio che gli aveva cambiato la vita:
"Suche Frau oder Mann mit Nachname Walter, der/die in meinem Auftrag Roulette spielt. Fahrkosten werden ersetz. Screiben unter 1 Z 51423 an die Zeitung."
Voleva dire che qualcuno cercava un uomo oppure una donna che facesse Walter di cognome disposto a giocare alla roulette al posto suo; al Casinò naturalmente, si capiva subito.
Simeone Walter richiuse la valigia, depose il quadro sul ripiano del comodino e si sdraiò sul letto. La luce che scendeva dalla lampada appesa al soffitto gli dava fastidio e si rialzò per spegnerla. Tirò su a metà le tapparelle della finestra e tornò a sdraiarsi sul letto. Chiuse gli occhi e cercò di dormire. Non voleva pensare, non gli andava di ricominciare a pensare da uomo libero tutte quelle cose che aveva pensato per quindici anni; non ci voleva pensare, almeno non subito. Ma non poteva farne a meno, non ne era proprio capace.
L'importanza di chiamarsi Walter. Gli venne da ridere perché era certo di averlo già sentito: doveva essere il titolo di un film o di una commedia di successo, comunque gli ricordava qualcosa.
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La prima volta che vide Venezia Jacopo Rondò aveva da poco compiuto dodici anni. Si può dire che fosse un viaggio premio organizzato per lui da sua madre. Il padre non c'era, non c'era più da tre anni: era fuggito con un'artista di varietà venezuelana. Si trovava certamente in Venezuela, ma Jacopo lo cercò in ogni calle di Venezia, pensando che se uno scappava poteva venirsi a nascondere soltanto in quella città misteriosa, dove la gente compare all'improvviso uscendo fuori dai muri e scompare allo stesso modo.
La terza mattina veneziana, nebbiosa e umida, Jacopo Rondò sdrucciolò sull'orlo di una riva e finì in acqua. Affondò immediatamente. Fu salvato perché un gondoliere vide la sua mantella gialla per la pioggia galleggiare sull'acqua e si tuffò. Jacopo Rondò, che non aveva mai imparato a nuotare, conobbe in un attimo la paura folle dell'acqua e conobbe il terrore della morte; quella mattina però gli successe ancora qualcosa: si innamorò dell'acqua e in un solo momento decise che così avrebbe voluto morire, affondato nell'acqua.
Il suo innamoramento precoce gli tornò in mente al suo ultimo tentativo di suicidio andato a vuoto. Ci aveva provato tre volte negli ultimi mesi e sempre qualcuno si era messo di mezzo: un altruista armato di buoni propositi gli aveva strappato di mano la sega elettrica prima che se la passasse sulle vene del collo; due carabinieri in servizio di pattuglia gli avevano confiscato la pistola dopo una breve colluttazione, togliendogliela letteralmente di bocca; un vigile urbano lo aveva tirato giù da un ramo dell'albero dove stava sistemando la fune con il nodo scorsoio.
Allora Jacopo Rondò si recò un pomeriggio a ispezionare un laghetto in un bosco e scelse il punto da cui sarebbe potuto entrare nell'acqua camminando, senza dovercisi precipitare dentro facendo inopportuno rumore.
Si uccise una settimana dopo, il terzo venerdì di dicembre, alle nove del mattino di una giornata nebbiosa e fredda come quel giorno del bagno a Venezia. Aveva trentun anni e quattro mesi e se ne andò senza lasciare nessuna lettera di chiarimento o di addio, ma non doveva dire addio a nessuno: sua moglie lo aveva abbandonato un anno prima e sua madre era già morta da un pezzo. Quindi niente addii, nessuna fatica per trovare le parole giuste. Quanto ai chiarimenti a chi avrebbe potuto interessare per quale motivo un povero disgraziato l'avesse fatta finita?
Entrò in acqua lentamente con le tasche della giacca e dei pantaloni piene di piccole pietre, tutte quelle che aveva trovato strada facendo, tutte quelle che le tasche erano riuscite a contenere. Entrò in acqua senza nemmeno levarsi le scarpe, e l'acqua non gli sembrò fredda. Era la sua innamorata, da tanti anni, e lo abbracciò intensamente. Avanzava nell'acqua Jacopo Rondò e l'abbraccio saliva, morbido, dal ventre al torace, al collo, agli occhi. Respirò subito quando l'onda lo ricoprì e sentì male al petto, alla gola, al naso, ma non troppo né troppo a lungo. Non poteva respirare più, la sua acqua lo aveva invaso. Un sibilo aumentava di volume dentro di lui, gli riempiva la testa, una luce si avvicinava ai suoi occhi. Sentiva voci lontane e riconobbe quella di sua madre
.....vammi a trovare mio figlio....diceva sua madre....
.....ma è morto......rispondeva la voce di uno sconosciuto.....
.....no, non è morto......tu riportalo qui da me.....
Quando il sibilo nella testa cessò Jacopo seppe di essere morto.
Vide il suo corpo a braccia spalancate dondolare a un palmo dal fondale.
Era un oggetto estraneo, mentre lui era tutt'uno con l'acqua.
Seguì la luce che lo portava lontano, andò incontro alle voci che lo attiravano a loro.
domenica 26 febbraio 2012
SCEGLIETE VOI, AMICI MIEI
Può darsi che la notte porti consiglio, o che io sia diventato di un giorno più vecchio e più saggio o meno bollente, insomma un po' scotto come si dice a Roma, ma questa mattina all'alba, come di consueto, ho riguardato la poesia da pochissimo tempo postata e ci ho ripensato su. Dalle mie parti si dice che a ripensarci siano solamente i cornuti; allora io devo avere più corna di un bastimento carico di lumache, perché in materia di letteratura e di pittura -intendo lavori miei, non di altri- sono pieno zeppo di ripensamenti.
Ho riletto la poesia, o pseudo poesia, e ci ho trovato qualcosa che non avevo visto prima: mi doveva essere rimasta stampata nella zona occipitale della memoria ritardata, dicono, la traccia di un mio racconto di tre anni fa "Come da copione", dove viene strangolata una donna in un'auto durante una sosta notturna in un parcheggio solitario.
Come da copione oppure "come da copiato"? Mi sono chiesto.
Oltre a ciò le rampogne di Fuma, più che giuste, e l'inusuale commento di Zio Scriba mi hanno convinto che qualcosa di fasullo nella poesia ci fosse.
Considerata la sua genesi -era nata in tre stadi di tempo e di emozioni, come spiegavo nella risposta al commento di Zio Scriba- ho pensato che doveva essersi perso per strada l'iniziale intento.
Così l'ho ri-cercato, e penso di averlo ri-trovato.
Adesso sorgeva il dilemma: ma si può cambiare un testo dalla sera alla mattina, per così dire, senza danneggiare...cosa? La mia immagine di autore? Ma per favore! Io ritengo sciocchi e stronzi assai quei tromboni che scrivono fesserie e ritengono debbano esser la Bibbia delle moderne genti perché sono uscite dal loro cervello.
Quindi non si danneggia un bel niente. Ma voglio fare qualcosa di originale, mai fatto da altri: mettere ai voti questa nuova poesia sortita dalle mie meningi.
Scegliete voi, amici miei, quella che vi piace di più.
Per me, resto al vostro giudizio sovrano.
FORSE È ANDATA COSÌ
Sebastiana veniva da lontano, da un paese
sul mare, mi disse, e io che c'ero stato
da giovane ufficiale di artiglieria
le ricordai il colore dei fondali:
"Verdi. Sono verdi come gli occhi che hai"
"Hai ragione, rispose, ma tieni a posto le mani".
Tanto, pensai, abbiamo ancora parecchia
strada da fare insieme e sta venendo giù
la notte; così lasciai una mano sul pomello
della leva del cambio e l'altra
sul volante, che la poteva vedere mentre
stava seduta, girata sempre verso di me con le
ginocchia unite e la gonna tirata stretta
che le era salita giusto fino a metà delle cosce.
È buio fuori, e qui dentro solamente
la luce del cruscotto e i riflessi del chiarore
sul suo viso. Ma appena ho fermato
in un parcheggio isolato le è scesa un'ombra
sulla faccia come quando di notte
una nuvola passa davanti alla luna.
"Sono stanco e tu non sai guidare; restiamo
ancora un po' qui, poi andiamo via a tavoletta".
Con aria indifferente ho messo in pratica
un paio di vecchi trucchi: si abbassa
il perno di chiusura della portiera accanto a me,
e si chiudono automaticamente tutte le porte;
poi un pezzetto di legno, sempre pronto, infilato
come un cuneo a premere sul fermo
dal mio lato e lei non apre più dal suo;
poi si tira la leva che abbassa i due sedili
davanti, e lei va giù con la schiena in basso.
Se non le dai il tempo di pensare, in un secondo
le tiri su la gonna e le sei addosso.
Il resto viene da sé. Certo è una bella lotta,
ma dà più soddisfazione, è più emozionante
e alla fine te la sei proprio goduta.
Ma appena sono riuscito a toccarla sul basso ventre
mi è venuta sotto le mani qualcosa che non doveva stare lì.
"Perché non me lo hai detto prima, Sebastiano?", gli ho chiesto
"Mi chiamo Antonio", mi ha risposto, e mi rideva in faccia.
Forse per questo gli ho dato un paio di cazzotti
ma non volevo fargli troppo male, solo
sfogare la rabbia che avevo in corpo.
Adesso lei mi parla di gravi lesioni, Commissario,
ma io non gli ho visto sangue in faccia, e quei due denti
davanti non glieli ho rotti io. Ho rimesso subito
in moto, Commissario, e l'ho lasciato a piedi
al primo paese che ho incontrato. Barcollava parecchio;
mi ricordo che camminava storto sui tacchi a spillo come un ubriaco.
Forse ha inciampato, ha battuto il muso per terra
così si è spaccato le labbra, così si è rotto
i denti, Commissario. Forse è andata così.
venerdì 24 febbraio 2012
FORSE PER QUESTO
Sebastiana veniva da lontano, da un paese
sul mare, mi disse, e io che c'ero stato
da giovane ufficiale di artiglieria
le ricordai il colore dei fondali:
"Verdi. Sono verdi come gli occhi che hai".
"Hai ragione, rispose, ma tieni a posto le mani".
Tanto, pensai, abbiamo ancora parecchia
strada da fare insieme e sta venendo giù
la notte; così lasciai una mano sul pomello
della leva del cambio e l'altra
sul volante, che la poteva vedere mentre
stava seduta, girata sempre verso di me con le
ginocchia unite e la gonna tirata stretta
che le era salita giusto fino a metà delle cosce.
È buio fuori, e qui dentro solamente
la luce del cruscotto e i riflessi del chiarore
sul suo viso. Ma appena ho fermato
in un parcheggio isolato le è scesa un'ombra
sulla faccia come quando di notte
una nuvola passa davanti alla luna.
"Sono stanco e tu non sai guidare; restiamo
ancora un po' qui, poi andiamo via a tavoletta".
Con aria indifferente ho messo in pratica
un paio di vecchi trucchi: si abbassa
il perno di chiusura della portiera accanto a me,
e si chiudono automaticamente tutte le porte;
poi un pezzetto di legno, sempre pronto, infilato
come un cuneo a premere sul fermo
dal mio lato e lei non apre più dal suo;
poi si tira la leva che abbassa i due sedili
davanti e lei va giù con la schiena in basso.
Se non le dai il tempo di pensare, in un secondo
le tiri su la gonna e le sei addosso.
Il resto viene da sé. Certo è una bella lotta,
ma dà più soddisfazione, è più emozionante
e alla fine te la sei proprio goduta.
Ma lei mi ha detto verme schifoso e mi ha
graffiato sul collo. Verme schifoso mi ha detto,
e le schizzava il veleno dagli occhi.
Mi odiava e se avesse avuto in mano
un coltello mi trapassava il cuore.
Forse per questo le ho stretto le mani intorno al collo,
ma non volevo che morisse, solo farla star buona;
ma poi lei non si è mossa più e io ho capito.
Non ci potevo far più niente, signor Commissario.
Forse per questo l'ho abbandonata nel bosco,
ma solo coperta di frasche e di foglie secche.
Non l'ho seppellita, signor Commissario,
perché non volevo che la terra sporcasse la sua
pelle che era ancora così fresca, forse per questo.
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