martedì 28 ottobre 2014

DESIDERIO RINATO



Si sfoglia l'ombra della luna
sulla parete più lontana della casa.

In questo 
squamarsi di vita
rinasce il desiderio:
è una mano che soave accarezza

fresca come acqua 
appena scaturita.


Maximiliansau, 21 aprile 2014


***

sabato 25 ottobre 2014

LA PROSSIMA VORTA LA MACHINA LA PORTO DAR FARMACISTA

Ciò na machina ch'è na bomba, nun se ferma mai, nun consuma ojo, poca benza e va in culo ar monno eppoi ciò er disel che qui in cruccolandia costa poco assà. Dico che voi deppiù? Gnente, m'ariconsolo e poi vaje addì che nun la volevo da comprà perché io co l'Opele nun ciavevo mai camminato e me pareva de fa un torto all'arfa a la mercedesse a la biemmevvù. Invece gnente me la so accattata che nemmeno costava troppo. e poi piaceva a mi moje e se sa a le donne bigna dajelo gni tanto er contentino sinnò nun la fanno mai finita de rompe li cojoni. Eppoi si je tiri giù li sedili davanti te ce fai certe dormite da patreterno. Sì però gni tanto bigna da portalla dar meccanico, che magara bisogna da cambiaje le cinghie de soncazzo che, vabbè allora cambiamojele e non se ne parla più. Primma d'annà in ferie le cambiamo così camminamo tranquilli.
Fanno 800 euri, li mortacci sua. Embè so quattranni che nun te costa 'n cazzo sti sordi li poi puro pagà, no? E l'avemo pagati. So ito drento a n'officina granne, indove che c'ereno puro machinoni come mercedesse, giaguarre, biemmevvù nzomma si ce porteno ste machine vor dì che er meccanico è bbono. Eppoi se sa che si vai all'Opele te peleno.
Nzomma ho pagato e me la so portata via. Partimo e stamo da la mi fija vicino a Udine e la machina nun la movo mai, che tanto la mia fia cellà puro lei e er mi genero puro e ce scarozzeno loro, così se arisparmia. Quanno che tornamo la lasso na nottata ar posto machina nder cortile e ce n'annamo a letto che semo stracchi. A la matina se deve da annà a pijà nunsocché e se parte co la machina. Nun fo manco du metri a marcia de dietro e sotto a la machina mia ce sta un lago nero. E questo che cazzo è? La mi moje è nviperita. Se perde er disele, sta tutto pe tera. Un par de cojoni er disele, questo è ojo der motore. E che vor dì? Vor dì che la dovemo da ripostà ndo l'avemo fatta fa e de gran cariera. Er capoccia me guarda e me fa "succede co le machine, come co le donne, va sempre bene e po na vorta sgareno". Dico guarda come piscia, se lo perde tutto. Me fa adesso nun se po fa gnente perché famo ferie puro noi. Mo te do na machina mia che nun te costa gnente, solo la benza, questa la lassamo qua e quanno tornamo la famo.
Me paresse n'offerta bona e l'aringrazzio puro. Me fo 15 giorni co na Nissan Micra che nun è gnente male, mica come la mia però nun me costa n cazzo.
Quanno torneno me telefona e me fa "ce so tutti li gommini da cambià" e tu cambieli che me lo dichi affà? Ma io nun te la posso fa subbito che ciò er personale ridotto. Quanno? la prossima settimana, tu intanto la machina cellai.
Me la ridà doppo na settimana e m'ariscuce quasi cinquecento euri, che mo me rode er culo de brutto, ma tutto sommato m'è ita bene. Parto da casa mia e vado a casa der mi fijo che sta nemmeno a quindici chilometri e aritorno a casa, nzomma na trentina de chilometri scarsi. A la matina doppo ce sta n'antra vorta na macchia d'ojo sotto ar motore. M'incazzo come un bovo quanno che s'incazza e ce aricorro. Dice nun po esse. Guarda sotto e dimme che cazzo sta a pisciasse l'anima de li mortacci sua? Dice è ojo. E te ce voleva er dottore? Adesso me la fai de corsa che me serve. De corsa nun se po, ciò l'officina piena, portemela giovedì. Così io vado a fette fino a giovedì poi je la porto. Mo guardamo che è successo. Amore mio, guarda che stavorta nun te pago. Bigna da vede quello che è successo. In trenta chilometri nun po succede un cazzo, ve sete scordati quarche gommino. Dice che nun po esse e intanto s'è fatto venerdi e io vado sempre a fette e le bestemmie se coreno de dietro. Ar lunedì m'aritelefona e me fa bigna che arimontamo tutto. E tu arimonta, ma quanto ce metti? Ciò n'omo solo l'antri so ammalati. Che è arivata l'ebbola nell'officina tua? A me la machina me serve. Te la fo in settimana.
Sto ancora a spettà. Jo fatto telefonà dar fidanzato de mi nipote pe avecce un testimone.
Ja arisposto che se tratta de un anello de gomma de l'arbero motore. Me cojoni? Nun era la primma cosa che dovevio da guardà? Eppoi je fa nun se po fa perché er meccanico che la faceva s'è ammalato e l'antri nun ce vonno mette mano.
In sessantanni de guida nun me l'ero mai sentita dì na stronzata come a questa.
Guardate che nun è successo a Roma o a Napoli, nzomma nun è successo nell'Italietta nostra. Succede qui in Germania. Ma si nun lo sapete nun c'é nisuno più stronzo d'un tedesco quanno è stronzo. Va a finì pe avvocati perché io a questo lo denuncio. Nun se po tené na machina ferma drento a n'officina e io me devo da pija er tassì e pagammelo perché tu nun sei bono de fatte rispettà dar personale tuo, che allora me la ridavi e me dicevi portela dall'Opele.
Na cosa bona è che io so assicurato puro pe questioni legali e sta vorta saranno stati sordi benedetti, perché qui l'avvocati so cari assà.
Ma la prossima vorta la machina la porto piuttosto dar farmacista.

mercoledì 22 ottobre 2014

ODE PER UN QUADRO MAI COMINCIATO A DIPINGERE



Una mano di pallida biacca
spalmata. Scompare il brutto paesaggio
dipinto da un artista mediocre.
Alberi come pipistrelli;
il lago un pantano artificiale;
nuvole appiccicate
in alto come un vecchio collage maligno.

Montagne di giornate già scritte, quintali
di sospiri su decametri di speranze tradite.

Adesso una mano copiosa
di carbonato basico di piombo
brucia le narici per ore, per giorni.

Lasciato così, respirare a fondo
la putrefazione di dieci mattinate,
l'oscena oscurità di dieci nottate,
esalare l'odore pestifero
della biacca, tenuto dentro una stanza
mentre finestre serrate impediscono
a nuova aria di depurare
e cancellare e valicare le ombre
immobili, che si accartocciano sopra ogni oggetto,
nascondendone spigoli e superfici piatte
e curvature che si infossano
le une nelle altre.

Intrisa di buio
la tela non trasmette sensazioni
tattili, finché cinto d'acqua
il canneto della mia curiosità mette
in vibrazione le foglie più verdi e aguzze che possiede.

Un'ondata di luce che trabocca dalla
finestra spalancata denuda la pallida tela,
ne scuote al suolo tracce dei segni impolverati
di maldestri colpi di pennello.

Nuda di forme e di colore è tutto.
Si scompone e ricompone,
non accetta di essere di nuovo violentata,

e non c'è ombra di plagio
nella perfezione del nulla.


*****

Maximiliansau, mercoledì 22 ottobre 2014

venerdì 17 ottobre 2014

SCROCCHIAZEPPI

La prima volta che l'ho vista non l'ho vista, l'ho sentita. Piangeva come una vite tagliata, uggiolava come un cane ferito.
Era il mese di aprile del 1946. Rientrato dallo sfollamento ero andato nel quartiere del porto a curiosare in mezzo alle macerie. Non c'erano che pochi muri sventrati ancora in piedi. Il resto erano cumuli di pietre e ceneri con pali di legno e di ferro che ne spuntavano fuori come braccia spezzate e supplicanti.
Lei era accucciata sotto un grosso masso, che forse un tempo era stato una colonna. Una bambina magrissima che piangeva tutte le sue lacrime.
-Ti sei perduta?
-No.
-Perché ti disperi tanto?
-Qui c'era la mia casa. Era bella. C'era un balcone, si vedeva il mare. Da dove sto adesso vedo solo case.
-Dove abiti?
-In via Traiana.
-Pure io. Al 64, ma non ti ho mai vista.
-Io sto al 58, dopo il vapoforno.
Una trentina di metri da casa mia.
-Ma tu non mangi mai?
-Certo che mangio.
-Sei secca come un chiodo.
-Mia madre dice che ho delle belle gambine. Guarda.
-Sì, però troppo secche.
Aveva otto anni. Non le chiesi nemmeno come si chiamasse.
-Io vado a casa, le dissi. Vieni via con me?
Mi seguì singhiozzando ancora per un po'.
Al 58 la salutai.
-Ciao scrocchiazeppi, e me ne andai.

Non posso dire di averla cercata, magari per curiosità, ma certo un'occhiata, passandoci davanti, dentro il portone del 58 l'ho buttata, magari proprio per curiosità, ma non l'ho più rivista.
Un paio di anni dopo, proprio davanti casa sua, spalarono le macerie residue di un paio di palazzi e costruirono l'Arena Bernini, un cinema all'aperto. Ce n'era un altro al Pincio, anche bello, di fronte al Palazzo del Comune, l'antica sede della G.I.L., Gioventù italiana del Littorio, dove avevo passato tutti i sabati della mia infanzia. Ma l'Arena Bernini era il doppio dell'altra, sempre piena. Anche le finestre e i balconcini del 56, 58 e 60 erano pieni di gente.
Una volta, entrati alle 20,30 per un film in technicolor tremendamente barboso, Com'era verde la mia valle, dove si parlava di Irlanda e di irlandesi, vidi un paio di testine che facevano capoccella, nascoste dietro gli stipiti di una finestra del primo piano. Una testina doveva essere la sua, come mi disse tanti anni dopo, perché quello al primo piano era proprio l'appartamento di scrocchiazeppi.

La rincontrai quattro anni dopo il primo incontro del pianto in mezzo alle macerie. Di nuovo non la vidi ma la sentii: un pianto con altissimi singhiozzi, un pianto doppio perché erano in due.
Alle otto di un mattino, davanti all'ingresso della Scuola Media Statale Padre Alberto Guglielmotti, poco distante dall'ingresso del Liceo classico omonimo, due mocciose con indosso un sinale nero, un colletto inamidato bianco e un vistoso fiocco blu piangevano tutte le loro lacrime perché non avevano fatto gli esercizi di algebra né tradotto le frasette dall'italiano in latino, insomma non avevano fatti i compiti a casa.
Io e mio cugino, alunni bravissimi di quel liceo svolgemmo quei compiti in cinque minuti.
Una delle due ragazzine mi sgranò addosso i suoi splendidi occhi in cui brillavano le lacrime. Era molto magrolina, gracile direi. Qualcosa, forse il suo pianto a singhiozzi disperati, mi disse che era lei la mocciosa del 58.
-Grazie, grazie, mormoravano le due.
-Ma che grazie e grazie! Dateci un bacione.
Scrocchiazeppi divenne rossa come il fuoco, ma mi stampò due bacini sulle guance. Come il muso umidiccio di un cucciolo di cane, la stessa sensazione.
Si innamorò perdutamente di me in quel momento, come scrisse sul suo diario del 1950, che lessi di nascosto otto anni dopo.

Ecco, appunto otto anni passarono prima che io incontrassi nuovamente scrocchiazeppi. Mi fu presentata a una festa, non so più da chi né perché né dove, ma conta poco. Contava quello schianto di femmina che avevo davanti.
Mi entrò negli occhi, nella testa, nel sangue.
Mi entrò negli occhi nel tempo che mi occorse per guardarla tutta dalla testa ai piedi, una ventina di secondi.
Mi entrò nella testa a metà del percorso di perlustrazione.
Mi entrò nel sangue immediatamente
-Ti ricordi di scocchiazeppi?
-Sei tu? chiesi sbalordito.
Rideva.
-Ah però, vedo che hai mangiato bene negli ultimi anni, tutta roba buona e di sostanza.
"Quelle tette non possono essere sue, pensai; è gomma piuma, troppo armoniose e cospicue"
Tutta ciccia soda invece, e nemmeno portava reggiseno, come appurai un paio di settimane successive nel buio del portone di casa sua, il fatidico 58 di via Traiana.
Un mese dopo eravamo una coppia indissolubile. L'unica donna che sia riuscita a farmi fare qualcosa che non mi piacesse. Amava le uniformi quanto le detestavo io eppure mi convinse a fare l'ufficiale di complemento.
Se è vero che dietro ogni grande uomo c'è sempre una grande donna, nel caso ci fossimo sposati come avevamo in programma sarebbe riuscita a fare di me un uomo di successo.
Ma cambiò idea all'ultimo momento, temendo di dover aspettare troppo tempo e che io mi fossi trovato un'altra.
Sposò un maggiore della Guardia di Finanza, ventun anni più vecchio di lei, che la portò all'altare nell'arco di sei mesi. Vissero infelici e scontenti per quarantun anni, finché rimase vedova e sola.
Ma a lei e alla sua voglia di uniformi devo molto: per merito suo ho conosciuto Anna Maria con la quale litigo costantemente da cinquantun anni, ma che è stato il mio vero colpo di fortuna. Di questo non posso che ringraziare quella mocciosa tutta occhi e ossa, accosciata in lacrime dietro il residuo di un'antica colonna di marmo, che incontrai sessantotto anni or sono.


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mercoledì 15 ottobre 2014

OGNI GIORNO



Divento ogni giorno che passa
più giovane; al mattino una squama
della mia vecchiezza si stacca,
alla sera un nuovo
petalo si è aggiunto al mio fiore.

Nuvole all'orizzonte sempre
più diradate, sopra di me
scorrono ruscelli di freschissime acque,

trasparenti e veloci.

Invecchierò di colpo, morirò
in un attimo.

Adesso
però mi lascio
godere fino in fondo la stagione
bella della mia giovinezza
più spontanea.


Maximiliansau, 12 ottobre 2014


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sabato 11 ottobre 2014

BREVE È IL SOGNO



Tenera febbre discioglie
gli ormeggi
d'inquieta nottata;

cosce, colombe implumi
odorose di prato,

morbidissima pelle,
acerbo pavimento d'amore levigato
da mani impudiche e frementi;

trepidante attesa
nel concerto di un breve sogno
bruscamente
interrotto dall'alba.


Maximiliansau, 19 aprile 2014


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lunedì 6 ottobre 2014

DISTESO SOTTO LA MIA PELLE


Ho il corpo di una donna
disteso sotto la mia pelle,
che di giorno con pacata lentezza
scorre calmo dentro le mie vene
e di notte mi sveglia e mi percuote

ogni parete, ogni strada, ogni schiuma sottile
fin dentro le travi dell'anima.

Al mio risveglio è lì che sogghigna
e mi fa sberleffi, appollaiato
nel suo ricovero dentro i miei due occhi.

Non mi ama. Non mi stima. Mi detesta.

Aspetta che io consumi il mio fumo
mentre cerco di accarezzare
la sua pelle
ridendo in segno di pace.

Ridi, beato idiota, e piangi
tu che hai imparato come farlo.


Maximiliansau, 6 ottobre 2014

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