domenica 3 giugno 2012

ANCORA UNA

POTEVA  ESSERE  MIO  PADRE


Poteva essere mio padre
e parlava come lui; non lo avevo
mai visto prima.

"Ieri stavi seduto sul mio posto
dentro il tram", mi dice.
Non prendo mai il tram, ho la macchina
ma non mi va di contraddirlo.
"Mi dispiace", gli rispondo.
"E poi non fare quella faccia quando
fumi il mio sigaro". Adesso come
posso dirgli che non fumo più
da quattordici anni? "Mi manca
il respiro; per quello mi vengono
le facce", gli dico. "Compra 
un vestito rosso a tua moglie, contro
il malocchio", insiste. Lei odia il rosso
e indossa solo giacca e pantaloni. "Terrò
buono il consiglio". Sembra soddisfatto
e non rivolge più attenzione a me,
gratta la testa del suo cane, 
dietro le orecchie e ride.

Non ho mai dato retta a mio padre,
nemmeno una volta, povero vecchio;
mi sono rifatto col barbone
e mi sento un po' meglio stasera.


6 commenti:

  1. Arriva l'età delle riflessioni, quando é impossibile rimediare ma é possibile non sbagliare più

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    1. Temo che si continui a sbagliare anche a novantanni, in compenso si riesce a rimediare in qualche modo, almeno a mettersi a posto la coscienza, anche se è la solita storia del bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto. In questo caso direi piuttosto che è come quando ti hanno dato un cazzotto in un occhio, e tu vai di fronte allo specchio mettendoti una mano sopra l'occhio blu e guardando solo l'occhio sano.

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  2. Io credo che (per fortuna?) si possa sempre sbagliare, ma di certo non è mai sbagliato scrivere una poesia... :)

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    1. Sì, Nik, è una vera fortuna poter sbagliare, perché finché sbagli sei vivo e ti senti vivo più che mai. Scriverci su una poesia o un racconto non è mai un errore, hai proprio ragionato bene...:)

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  3. Ogni volta che vedo un barbone non penso che potrebbe essere mio padre, ma che potrei essere io.
    Basta un soffio improvviso di corrente d'aria, a volte, perchè una persona normale si trovi tutto d'un tratto scaraventato fuori dal destino, a dormire su un cartone.
    Ricordo l'ultima volta che ho visto dei barboni: una notte di dicembre, a pochi passi dal conservatorio verdi di milano, un bellissimo posto dal quale io g. e amici stavamo uscendo dopo aver assistito a un concerto.
    Il contrasto tra l'esaltazione e la serenità che ti lascia la musica e la desolazione di quei clochard che si stendevano i cartoni e si preparavano per la notte fu un pugno nello stomaco.

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  4. Parliamo di barboni per un po'. Non sono gli scarti della cosiddetta civiltà, ne sono i filosofi, i liberi pensatori, che hanno fatto una scelta, forzata o meno poco importa, e che vivono a volte anche felici di avere fatto detta scelta.
    A volte è "un soffio improvviso di corrente d'aria" a scaraventarli fuori dal destino, a volte un giudice di pace che sentenzia un divorzio con clausole inaccettabili, pari alla messa in povertà del coniuge uomo, che costringono costoro. Certamente all'inizio si sentiranno umiliati e offesi, ma poi si accorgono di quanto sia preziosa la libertà, perché la loro è totale indipendenza dai canoni che avviluppano di lacci le nostre vite di "normali", e ci costringono ad agire in modo che spesso odiamo, ma che dobbiamo.
    Mi hai dato un'idea: trascriverò una pagina di "Suarez", dove parlo di barboni. Potrà interessare, credo. A te di sicuro.

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