martedì 7 luglio 2009

Come ho scritto il mio libro

A me ha sempre interessato sapere come i miei scrittori preferiti scrivessero i loro libri; penso che altri possano essere interessati a come ho scritto "Martedì".
Allora, come l'ho scritto?
In italiano, una parola dopo l'altra, che non è un modo di dire per prendere per il culo il prossimo, ma un modo di fare: la cosa che so fare meglio è scrivere; scrivo meglio di come dipingo, perché non ho frequentato i corsi di una Accademia di belle arti, e non padroneggio la tecnica degli acrilici, per citarne una.
Per scrivere invece non ho bisogno di pensare per trovare aggettivi, avverbi e sostantivi adeguati, e non mi devo macerare l'anima per controllare le forme verbali (i congiuntivi, ahinoi): mi metto davanti al PC e pesto sui tasti, oppure tolgo il cappuccio della mia Parker, controllo se il serbatoio è pieno e riempio i fogli che ho davanti. Poi rileggo: combinazione il periodo è buono e non devo fare correzioni, se non la punteggiatura, che quando la rivedi te la trovi davanti sempre un po' ballerina. Per me è come guidare la macchina. Ecco, forse guidare un'auto è la seconda cosa che mi riesce senza sforzo alcuno, uguale se guido in una città come Milano, Roma o Amburgo oppure in autostrada. Anzi, quando ho qualche problema da risolvere, monto in macchina e guido, e mentre guido penso ai fatti miei e parlo con me stesso, perché la guida viene automatica, senza che io debba pensare a quel che devo fare, come quando scrivo, dove devo solo pensare a quel che sto scrivendo, non a come scriverlo.

Il segreto è la mia "cartella dei miracoli", come l'ho chiamata, in cui raccolgo alla rinfusa tutte le idee che mi passano per la testa, anche le più matte, e le lascio così come vengono, senza mettere un po' d'ordine; pertanto ogni volta sono costretto a rileggermi tutto dall'inizio per trovare quello che cerco, se poi lo trovo. Così mi rinfresco le ide e me ne vengono sempre di nuove. Scelta l'idea da portare avanti per cominciare a scrivere qualcosa, costruisco una traccia -non ho detto trama- su cui basarmi, e comincio con lo scrivere l'incipit.
Do molta importanza agli incipit, del libro e dei capitoli, per coinvolgere me stesso nella storia che vado a incominciare. Se non mi coinvolgo con essa non riesco a scriverla.
Se l'incipit è buono entro piano piano nella storia con un gomitolo di filo in mano. Lancio il gomitolo avanti a me, tenendo il bandolo della matassa fra le dita perché il filo si srotoli e trovi una strada. Gli vado dietro dietro, insomma lo inseguo e a volte il filo mi porta su una strada percorribile buona buona, ma capita che mi porti in un pantano o in un merdaio, insomma su una strada sbagliata. Allora tiro indietro lo spago e riconfeziono il gomitolo per tirarlo di nuovo e di nuovo segtuirlo.
Emozionante, no? Devo stare sempre all'erta per vedere dove sono finito, anche se grosso modo la traccia viene sempre rispettata, ma a volte me ne vado così lontano che sono costretto a cambiare anche la traccia.

Quando ho iniziato "Martedì" avevo in mente solo un furto in una grossa banca di Francoforte per mano di due vecchietti sgangherati, che poi tornavano a casa col malloppo, ma la sfiga era in agguato e li costringeva a rimollare tutto indietro. Però il gomitolo mi si è srotolato in un campo che non conoscevo e mi è scappata fuori una frase, che sicuramente stava nascosta nel mio cervello da chissà quanto tempo e che mi ha costretto a cambiare itinerario.
Così è la vita, gente, vacci a capire.

È nata così tutta la storia come sta adesso in un libro di 391 pagine fitte fitte.
C'è qualcosa di autobiografico, non lo nego, ma ogni autore è, suo malgrado, autobiografico: basta che faccia muovere uno dei suoi personaggi in una casa, in una strada dove lui stesso è vissuto, o che descriva un posto dove è stato e la frittata è fatta, ha scritto qualcosa di autobiografico.
E poi ogni autore mette nei suoi libri le sue convinzioni religiose, morali, politiche e filosofiche, che ha maturato negli anni e negli avvenimenti della sua vita. Allora ogni libro in questo senso è autobiografico. Non ce se ne deve vergognare, non è mica rogna.
Quindi qualcosa in "Martedì" è autobiografico, ma tanto tantissimo è pura fantasia, e meno male che le cose stanno così, altrimenti qualcuno leggendolo potrebbe pensare che ho ammazzato mia moglie travolgendola sotto una Mercedes nuova di zecca. Mia moglie sta di là che guarda la TV e io non ho mai posseduto una Mercedes, preferisco le BMW.

Un paio dei miei personaggi li ho effettivamente incontrati nel corso della vita. Altri sono totalmente inventati e Marò è la donna dei miei sogni.
Ma di lei parlerò più tardi forse, oppure un'altro giorno.
Per adesso stacco la spina.

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